Giornale, Numero 1 del 1 maggio 2019

ENI CONTRO TOTAL PER IL CONTROLLO DEI POZZI

In Libia si stanno sparando addosso per i pozzi petroliferi controllati dall’ENI o dalla Total. È un diritto dei libici e degli immigrati che scappano dalla guerra rifugiarsi in Italia. […]

In Libia si stanno sparando addosso per i pozzi petroliferi controllati dall’ENI o dalla Total. È un diritto dei libici e degli immigrati che scappano dalla guerra rifugiarsi in Italia. L’ENI, come la Total, è responsabile di questa guerra, a rigor di logica dovrebbe pagare le spese di mantenimento dei rifugiati che arrivassero in Italia.

L’ENI (ente nazionale idrocarburi) è una multinazionale italiana presente in 71 paesi che si occupa dell’estrazione e della commercializzazione di idrocarburi (petrolio e gas naturali). Il colosso italiano dell’energia, nel 2018, è stimato come l’ottavo gruppo petrolifero a livello mondiale con un fatturato di 76,94 miliardi di euro nel 2018 e con una produzione di 1.872 milioni di barili al giorno.

La Libia è posizionata al nono posto per riserve petrolifere mondiali, riserve complessive nel sottosuolo stimate in circa 48 miliardi di barili.

Una riserva di idrocarburi enorme che Eni dal 1959 (anno della prima presenza Eni in Libia) ha sfruttato a lungo e che continua a sfruttare incessantemente ai giorni nostri.

La produzione giornaliera dichiarata da Eni in Libia nel 2017 era di 87.000 barili/giorno per un valore annuo della produzione estrattiva (prezzo del barile 54 euro) di 1.714.770.000 euro. Un vero e proprio affare colossale visto anche il fatto che il petrolio libico ha costi di estrazione e di raffinazione molto bassi poiché poco denso e con un basso contenuto di zolfo. Oltretutto sia il petrolio che il gas libici hanno per l’Italia costi di trasporto molto ridotti. La Libia è ad appena 500 km dalle coste siciliane e, ad esempio, il Greenstream (gasdotto inaugurato nel 2004 da Berlusconi e da Gheddafi) trasporta 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, direttamente dal porto di Mellitah in Libia al terminal di Gela, soddisfacendo il 12% del fabbisogno nazionale di gas .

La massa di petrolio, ancora nascosta sotto la sabbia del deserto libico, è una fonte di profitto enorme su cui, principalmente Eni, oltre alla maggioranza delle più grandi multinazionali petrolifere, vogliono allungare a tutti i costi le loro mani. E, nel tentativo di impadronirsene, contrastandosi vicendevolmente, provano ad eliminare i concorrenti con tutti i mezzi a loro disposizione, appoggiando istigando o contrastando una o l’altra fazione della borghesia libica in guerra tra loro per controllare meglio l’estrazione di questa enorme ricchezza.

A seconda dell’andamento della guerra in corso gli stati imperialisti (Italia, Francia, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Russia e Cina ) stanno operando un continuo balletto per tentare di rimanere in equilibrio tra una fazione e l’altra nel tentativo di appoggiare il vincitore di turno.

I cambi repentini di rotta non si contano, arrivando addirittura alla farsa ridicola, come nel caso del governo italiano che proteggendo gli interessi della sua multinazionale Eni, in una prima fase appoggiava il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj e ora, vista la mala parata di quest’ultimo, cerca di passare a sostenere Khalifa Haftar che, con il suo esercito sta controllando buona parte del paese e di conseguenza controlla il 90% delle risorse energetiche.

La tragedia di questa guerra imperialista per il controllo del petrolio la subiscono, come al solito, le popolazioni libiche ed i migranti africani costretti prigionieri nei lager gestiti da milizie vicine al governo libico di Fayez al-Sarraj.

Lager mascherati da centri d’accoglienza che il ministro Gentiloni ha contribuito a creare grazie proprio ad un accordo stipulato nel 2017 con Fayez al-Sarraj. Accordo garantito e sostenuto a spada tratta dall’attuale governo Lega-5 Stelle ed in particolare, con estrema determinata violenza, dal ministro dell’interno Salvini.

La responsabilità diretta di provocare in tutti i modi la guerra in corso in Libia è esplicitamente della multinazionale Eni che, con la complicità e la copertura del governo italiano, tenta di ritagliarsi un posto al sole, ritagliandosi l’enorme fetta dei profitti derivanti dell’estrazione del petrolio.

Una responsabilità diretta che non riguarda solo ed esclusivamente la Libia ma che investe tutto il continente africano. Sua è la responsabilità di aver affamato intere popolazioni, di aver corrotto interi governi pur di accaparrarsi l’oro nero nascosto nel sottosuolo di queste nazioni, con il risultato che migliaia di uomini e donne sono stati impoveriti nello spazio di una lampo, e non hanno avuto altra possibilità che incominciare una lunga marcia attraverso l’Africa in cerca di un minimo di benessere. Minimo di benessere che la fortezza Europa, e in particolare l’Italia con i suoi respingimenti, nega loro, facendoli affogare in mezzo al mare.

Il programma intensivo di sfruttamento delle risorse petrolifere da parte dell’ENI su tutto il continente africano ha fatto in modo di garantire profitti altissimi ai suoi azionisti e stipendi d’oro ai propri manager, riconoscendo una ricaduta di parte di questi profitti su di un settore di piccola e media borghesia che traggono beneficio dallo sfruttamento imperialista del continente africano.

Piccola e media borghesia che con i suoi diretti rappresentanti al governo, Salvini e soci, non si fa mancare l’occasione di sostenere la falsa idea del mantenimento dei migranti, mentre al contrario sono proprio i migranti, a cui appartiene parte della ricchezza del loro continente, che mantengono i pasciuti borghesi nostrani ed i loro servi.

Eni in tutto questo è la principale artefice della miseria dei migranti, i quali fuggono dalla guerra e dalla miserabile condizione di povertà assoluta a cui li ha portati, ed è per questo che se ne deve fare carico. Deve pagare le spese di sostentamento di tutti i rifugiati che giungono o giungeranno in Italia. Questo è a rigor di logica l’obbligo morale e materiale nei confronti delle popolazioni e della massa di spiantati che scappano dalla guerra e dalla miseria prodotta dalla multinazionale ENI.

D.C.

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