Giornale, Numero 29 del 29 aprile 2019

LA FINE INDOLORE DEL PRIMO MAGGIO

Nato come il giorno in cui gli operai schieravano le loro forze contro il padrone, diventò la generica festa del lavoro, fino ad oggi, che peggio ancora, bisogna andare a […]

Nato come il giorno in cui gli operai schieravano le loro forze contro il padrone, diventò la generica festa del lavoro, fino ad oggi, che peggio ancora, bisogna andare a lavorare come un giorno normale

 Caro Operai Contro, l’anno scorso 5 milioni di operai hanno lavorato anche il 1° Maggio, (fonte Cgia di Mestre). Prima snaturato al rango di generica “festa del lavoro”, (come se il lavoro, separato da chi lo fa non fosse una pura astrazione), in realtà il 1° Maggio era nato proprio rivendicando la riduzione del lavoro, o meglio la riduzione a 8 ore della giornata lavorativa, quando, non avendo limiti legali, i padroni imponevano giornate lavorative da 12 o 16 ore, anche spezzettate su più turni.

Via via che l’aristocrazia operaia andava in sintonia con le direzioni sindacali, il1° Maggio perdeva la sua identità.

Poi è arrivata la nuova legislazione del lavoro a intrecciarsi con quella preesistente: oltre 40 tipologie contrattuali della legge Biagi, varata nel 2003 dal governo Berlusconi, con Maroni al Ministero del lavoro.

La legge Biagi rese legale la precarizzazione del rapporto di lavoro e con questo, anche weekend e giorni festivi compreso il1° Maggio, che la Costituzione riconosce come festività laica, sono diventati giorni lavorativi come altri.

Ai padroni serviva un uso più flessibile della forza lavoro, così hanno adeguato a questa necessità il rapporto di lavoro attraverso le nuove tipologie contrattuali definite “atipiche”, e questa evoluzione non trovò mai una seria opposizione del sindacato, al contrario, le sue componenti legate all’aristocrazia operaia, recepirono le nuove norme, come un segno della modernità dei tempi!

Tutta la forza lavoro, molto differenziata al suo interno, è costantemente sotto ricatto di licenziamento senza motivo, condizionata ad accettare ritmi e carichi di lavoro più pesanti, spinta, senza un’adeguata formazione preventiva, a svolgere mansioni pericolose, in barba alla sicurezza e all’antinfortunistica.

Mentre i capi sindacali il 1° Maggio strepitano in diretta televisiva dalle piazze, gli operai e gli immigrati sono in balia dei moderni negrieri, che oggi hanno a disposizione oltre la legge Biagi, anche il Jobs Act varato dal governo Renzi, e la legge Fornero varata dal governo Monti.

Da anni nelle fabbriche e nei posti di lavoro, al 1° Maggio non cala più il silenzio assoluto, perché tutto si fermava per riaffermare questa data storica, sancita il 20 luglio del 1889 dall’Associazione Internazionale degli Operai, riunita in quei giorni a Parigi.

Lo scopo era di fissare in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno una grande manifestazione con la quale gli operai rivendicassero “alle pubbliche autorità”, la riduzione per legge della giornata lavorativa a 8 ore.

Nato come il giorno in cui gli operai schieravano le loro forze contro i padroni e i loro governi, la scelta cadde sul 1° Maggio perché 3 anni prima, il 1° Maggio 1886, una grande manifestazione operaia si svolse a Chicago e nei giorni successivi, scioperi e manifestazioni nelle principali città industriali americane, furono represse in tutti i modi dalla polizia che, in più occasioni aprì il fuoco, uccidendo almeno 12 manifestanti.

Oggi i giovani conoscono il 1° Maggio perché il sindacato organizza il concertone musicale a Roma.

La fine indolore del 1° Maggio come giornata di lotta internazionale, non è stata indolore per gli operai, per loro ha significato un peggioramento della propria condizione.

Lo snaturamento del 1° Maggio di lotta, è la conseguenza di un sindacalismo concertativo, preoccupato di difendere con i suoi privilegi, anche gli interessi dell’aristocrazia di fabbrica, della quale si serve per tenere a bada gli operai.

In tante aziende colpite dai licenziamenti, il sindacato ha già il copione scritto: niente lotta ma tutti a casa con la cassa integrazione e poi la disoccupazione.

Perciò a maggior ragione in fabbrica e nei posti di lavoro, spetta proprio agli operai organizzarsi collettivamente, individualmente non contano niente, per ribaltare questo stato di cose.

Nel 1889 quando non c’erano gli attuali mezzi di comunicazione, gli operai riuscirono a organizzare a livello internazionale, il 1° Maggio, uno stesso giorno di lotta, con la medesima rivendicazione: la giornata lavorativa di 8 ore.

Solo un percorso di ripresa della lotta operaia, può rimettere in carreggiata la resistenza contro i licenziamenti e lo sfruttamento operaio. Dopodiché si potrebbe restituire al 1° Maggio la sua identità non puramente simbolica, ma di giornata di mobilitazione internazionale degli operai.

Saluti Oxervator

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