Giornale, Numero 27 del 27 aprile 2019

IL 25 APRILE NON È PER SALVINI

  Salvini, come gli altri ministri della Lega, non ha partecipato alle commemorazioni del 25 aprile. È andato in Sicilia (dove si voterà in 34 Comuni) per partecipare a un’iniziativa […]

 

Salvini, come gli altri ministri della Lega, non ha partecipato alle commemorazioni del 25 aprile. È andato in Sicilia (dove si voterà in 34 Comuni) per partecipare a un’iniziativa di mafia e fare campagna elettorale, sostenendo che “la guerra di Liberazione non la faccio ricordando il fascismo e il comunismo. La faccio combattendo la mafia nel cuore della Sicilia che ha diritto di essere liberata dalla mafia”. Per partecipare a un’iniziativa di mafia non c’era bisogno di fare tanta strada, c’è il sottosegretario leghista Siri, indagato per corruzione, che conosce bene l’ambiente mafioso.
Di Maio (dopo che il M5S ha sostenuto per anni che la festa della Liberazione era “morta”) ha invece deciso di partecipare al corteo ebraico: ha bisogno di distinguersi, anche per lui le elezioni europee e amministrative sono vicine. Egli e il M5S hanno ripetuto, in funzione elettorale, la richiesta di allontanamento, anche temporaneo, di Siri dal governo. Ma Salvini continua a blindare il sottosegretario: “Chi parla di Lega si sciacqui la bocca, con la mafia non abbiamo nulla a che vedere!”.
Sin dall’insediamento al governo, Salvini ha ripetuto più volte che “in Italia è finita la pacchia per i mafiosi. Combatteremo la guerra contro la mafia con tutte le armi che la democrazia ci mette a disposizione”. Ma i proclami sono parole vuote. Le mafie sanno bene che un conto sono i paroloni da propinare all’opinione pubblica per riscuotere consenso, altro è l’operatività. Infatti i “collegamenti” fra Lega e mafia, nella sua accezione più ampia, sono numerosi, da anni: Siri è solo l’ultimo caso, con la particolarità che ora il legame con la mafia ce l’ha un leghista al governo nazionale.
La Lega ha governato e governa nei territori settentrionali più infiltrati dalle mafie senza mai chiudere le porte al potere criminale. Per anni ha negato l’esistenza delle mafie al Nord, spacciandole per un fenomeno circoscritto all’arretrato Sud, mentre gli imprenditori settentrionali stringevano accordi con imprese controllate da ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra, mentre i soldi delle mafie meridionali andavano in soccorso delle imprese del Nord. La Lega ha organizzato fiaccolate contro il soggiorno obbligato dei boss al Nord e intanto faceva affari con quelli che considerava “invasori”. I 49 milioni di euro pubblici per rimborsi elettorali li ha fatti sparire riciclandoli, con la mediazione di Romolo Girardelli, uomo della cosca De Stefano di Reggio Calabria, nei paradisi fiscali di Cipro e Tanzania.
Alle elezioni politiche del 2018 la Lega ha raccolto a Rosarno, il paese in provincia di Reggio Calabria feudo di potenti famiglie di ‘ndrangheta e simbolo dello sfruttamento dei braccianti africani nei campi, il 13% dei consensi. Un salto enorme rispetto allo 0,25% del 2013, reso possibile dal responsabile della sezione locale della Lega, Vincenzo Gioffrè, che per oltre dieci anni ha avuto rapporti d’affari con uomini contigui alle ‘ndrine locali. Per Salvini e la Lega il vero problema di Rosarno era non la ‘ndrangheta, ma la baraccopoli (che tra l’altro esisteva non perché ci sono braccianti africani, ma perché le mafie indisturbate continuano a gestire il loro lavoro di schiavi).
I fili che legano ‘ndrangheta e Lega sono molteplici e non si identificano solo nelle sentenze di condanna. Come ha svelato l’inchiesta “Infinito” della Dda di Milano e Reggio Calabria, l’allora assessore provinciale pavese leghista Angelo Ciocca incontrava l’avvocato e boss Pino Neri, membro della ‘ndrangheta di Pavia, condannato in Cassazione a 18 anni di carcere, per un pacchetto di voti da destinare a un candidato scelto dalla ‘ndrangheta, Francesco Rocco Del Prete. Giacinto Mariani, “ambasciatore” di Salvini in Brianza e sindaco di Seregno per due mandati, è stato coinvolto in un’indagine della Procura di Monza del settembre 2017 per aver elargito favori urbanistici a un costruttore in contatto con la ‘ndrangheta, Antonino Lugarà. Mariani è poi proprietario del locale “Noir” di Lissone (Mb), dove gli ‘ndranghetisti della zona trascorrevano spesso le serate, gratis in cambio di protezione. Negli ultimi 25 anni la Brianza è stata interessata da 16 inchieste antimafia e la Lega che nel territorio è molto presente ha – anche se coprendosi con proclami contro la mafia– fatto da scudo al capitalismo mafioso, anzi in molti casi ne è stata complice.
E così altrove. In Puglia il senatore Roberto Marti è finito in un’inchiesta della Procura di Lecce sull’assegnazione di case popolari per essersi prodigato a far assegnare un’abitazione al fratello di un boss. In Campania ad Avellino è stato eletto in Comune con la lista leghista (prima dello scioglimento) Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Su Camillo Gracco, assessore comunale per la Lega ad Afragola, è in corso un’indagine con l’ipotesi di riciclaggio. Anche in Sicilia numerose sono le collusioni fra esponenti leghisti (ex Dc, ex Msi, ex Fi, partiti storici della mafia) e mafiosi. E chi dimentica Salvini a cena con Salvatore Annacondia detto “Manomozza”, ex boss sanguinario della criminalità pugliese, reo confesso di 72 omicidi, legato alle altre organizzazioni mafiose italiane, compresa la Sacra Corona Unita, Salvini che gli stringe la mano, si fa un selfie con lui, e poi dichiara candidamente che non sapeva chi fosse?
Tornando al 25 aprile: da tempo è diventato la “festa di tutti”, Salvini punta a eliminarlo. Nel 2004 organizzò un 25 aprile “padano”, con l’apertura di quattro sezioni a Milano in compagnia di “partigiani che combatterono dall’altra parte”. In un recente comizio a Trieste ha detto: “A me piacerebbe che il 25 aprile e il 1° maggio tornassero a essere due date del calendario per tutti gli Italiani e non solo per quelli con la bandiera rossa”.
Ma una cosa oggi è chiara, per Salvini non c’è posto nel 25 aprile! Il 25 aprile non è una data come altre, è la data della liberazione dal nazifascismo, quella che per molti era la premessa, il punto di partenza, per la liberazione sociale degli operai dalla borghesia che aveva generato il fascismo. Se il 25 aprile invece di essere la commemorazione di “tutti” diventasse lo spartiacque fra chi veramente lottò contro il fascismo e chi ne aspettò la caduta nei consigli di amministrazione e nelle redazioni dei giornali per riciclarsi, la partecipazione alle commemorazioni non sarebbe interdetta solo per il Ministro degli Interni ma per quanti hanno fatto dell’antifascismo di facciata un’occasione per farsi vedere nelle piazze per i propri interessi elettorali. Ma una nuova resa dei conti si sta preparando, fra i poveri e i ricchi, fra gli operai in miseria e i borghesi sempre più benestanti, fra nuove forme di fascismo e l’antifascismo militante capace di vederle. Allora il 25 Aprile riscoprirà le sue vere ragioni e sarà di nuovo commemorazione di parte.
L.R.

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