Giornale, Numero 11 del 11 aprile 2019

CHI ASSUMERE E CHI LICENZIARE

  ArcelorMittal, con l’accordo del 6 settembre 2018 accettato da Fiom-Fim-Uilm e Usb, si è presa la libertà di manovra sulla forza lavoro dell’ex Ilva. Ora l’Usb cerca di mettere […]

 

ArcelorMittal, con l’accordo del 6 settembre 2018 accettato da Fiom-Fim-Uilm e Usb, si è presa la libertà di manovra sulla forza lavoro dell’ex Ilva. Ora l’Usb cerca di mettere una toppa con l’intervento del giudice.

 

Comportamento antisindacale, per aver proceduto alle assunzioni e alle dichiarazioni di esubero degli operai degli stabilimenti siderurgici di Taranto e Cornigliano in maniera non chiara e trasparente – in realtà si tratta del fatto che nell’ambito di una decimazione, chi assumere e chi licenziare, i criteri di scelta non sono stati chiari e trasparenti. Questa è la ragione per cui il giudice del Lavoro di Taranto, Lorenzo De Napoli, accogliendo un ricorso presentato dall’Usb ai sensi dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori per comportamento antisindacale, ha condannato ArcelorMittal, attuale proprietaria degli stabilimenti siderurgici ex-Ilva, all’obbligo di comunicare entro 60 giorni all’Usb e ai sindacati “la graduatoria dei lavoratori, cioè le concrete modalità applicative del criterio delle competenze professionali e, a parità di queste, dei punteggi e delle graduatorie relativi all’attuazione dei criteri sussidiari dell’anzianità di servizio e dei carichi di famiglia”.

Il giudice De Napoli ha precisato nel suo provvedimento che la sentenza non avrà effetti sui diritti acquisiti dagli assunti. Per cui, se le irregolarità saranno confermate, l’azienda dovrà procedere a ulteriori assunzioni o al risarcimento dei danni patrimoniali nei confronti di chi è rimasto in cassa integrazione straordinaria, ma avrebbe dovuto essere assunto.

Una grandissima vittoria?

Per l’Usb “è una grandissima vittoria perché l’azienda ha sempre dichiarato di aver rispettato nella maniera più assoluta i criteri di scelta. ArcelorMittal può presentare opposizione, ma questo è un ricorso d’urgenza che ha un’efficacia esplosiva in quanto la sentenza ha immediata esecutività e ora dovrà dare seguito alla condanna del giudice”.

ArcelorMittal Italia ha replicato che “prende atto del provvedimento del Tribunale, pur riservandosi ogni azione, e ribadisce di aver sempre agito con la massima collaborazione nei confronti di tutte le organizzazioni sindacali e di voler continuare a dialogare con assoluta trasparenza con tutti i soggetti coinvolti”.

 

L’antefatto

Qual è l’antefatto? Il piano occupazionale previsto dall’accordo del 6 settembre 2018, imposto dal governo Lega-M5S, accettato pienamente da Fiom-Fim-Uilm e con qualche distinguo da Usb, lasciava ad ArcelorMittal libertà di manovra nella gestione della forza lavoro operaia. Le assunzioni, la scelta fra chi sarebbe stato trasferito all’ArcelorMittal e chi sarebbe rimasto in mezzo a una strada in cigs (per Taranto 8.200 assunti su 12.000) sarebbero state regolate teoricamente da una serie di criteri: la mansione professionale, l’anzianità aziendale, i carichi di famiglia. Ma i nuovi padroni se ne sono fatti un baffo e hanno imposto le loro regole. Le proteste degli operai scoppiarono già nel pomeriggio di fine ottobre in cui fu loro comunicato via sms (!) chi sarebbe passato con ArcelorMittal e chi, invece, sarebbe rimasto con Ilva in amministrazione straordinaria, in cassa integrazione a zero ore. Nella decimazione ormai sottoscritta dai sindacati confederali e dall’Usb, gli operai scoprirono che l’azienda sceglieva a suo piacimento chi assumere e chi no. Ma né Fiom-Fim-Uilm, né Usb promossero una lotta congiunta fra operai riassunti e operai esclusi, la loro firma era ancora sull’accordo dove avevano concordato il numero degli esuberi.

ArcelorMittal prima ha espulso dal ciclo produttivo e licenziato di fatto 6.000 operai su oltre 14.000, attraverso soprattutto la cassa integrazione straordinaria a zero ore, nonché prepensionamenti ed esodi volontari anticipati e incentivati, scegliendo di buttare fuori chi nella gestione Ilva aveva dato più fastidio. Poi ha riorganizzato la forza lavoro riassunta in modo da distribuire su essa il lavoro prima ripartito su un numero nettamente superiore di operai. E siccome non può sobbarcare di lavoro e fatica gli operai oltre certi limiti umani e orari, riversa sugli operai delle aziende impiegate nell’appalto il peso di occuparsi di mansioni che prima erano svolte da altri operai Ilva, quelli non confermati e quindi lasciati a casa. Così, in condizioni peggiori di lavoro e di sicurezza di quelle dei tempi dell’Ilva (che è quanto dire!), lo stabilimento di Taranto ha ripreso a produrre come e più di prima, come dimostra l’incremento di inquinamento registrato negli ultimi mesi.

Si minaccia lo sciopero

Di fronte a questo netto peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita sia per gli operai riassunti sia per quelli lasciati fuori, il 4 gennaio scorso Fiom-Fim-Uilm e Usb annunciavano ad ArcelorMittal uno sciopero degli operai dello stabilimento siderurgico di Taranto di 24 ore, 8 ore per turno, che si sarebbe svolto il 14 di gennaio. Ma pochi giorni dopo Fiom-Fim-Uilm revocavano lo sciopero sottoscrivendo un verbale in cui l’azienda confermava la validità di quanto concordato in data 6 settembre, mentre l’Usb non firmava il verbale e sceglieva la strada di denunciare l’azienda per comportamento antisindacale. L’Usb cercava così di mettere una toppa alla sua compromissione sui licenziamenti e dava una risposta legale alla rabbia degli operai discriminati nelle scelte aziendali.

L’accordo non viene denunciato

Per l’Usb “se Arcelor Mittal pensa che il lavoratore Ilva può ricoprire qualsiasi ruolo e mansione non solo sminuisce la professionalità del lavoratore ma, cosa più importante, non facilita il reintegro dei lavoratori non assunti dai nuovi gestori dello stabilimento, tradendo, di fatto, lo spirito dell’accordo che prevedeva in partenza l’impiego di 8.200 lavoratori per la produzione prevista dal piano industriale. Ad oggi, invece, è la stessa azienda che smentisce quanto ratificato nell’accordo perché chiede ad altri lavoratori, compresi quelli impiegati nelle aziende impiegate nell’appalto, di occuparsi di mansioni che prima erano svolte da altri operai Ilva, quelli non confermati e quindi lasciati a casa”. L’Usb scopre che l’aver sottoscritto il ridimensionamento degli organici dell’Ilva, fissati a 8.200 operai, ha aperto la porta all’uso delle imprese appaltatrici e all’intensificazione dell’utilizzo di quelli passati sotto le loro dipendenze.

L’Usb non ha il coraggio di denunciare l’accordo che ha sottoscritto e accusa la controparte di aver tradito lo spirito dell’accordo che si fondava sull’esclusione di fatto di migliaia di operai scomodi!

C’è da chiedersi: ma che cosa si aspettava l’Usb, che il nuovo padrone fosse “più buono” di quello vecchio? Per l’Usb “questo è un abuso che va oltre l’accordo, un accordo che una volta sottoscritto non equivale ad un nullaosta a favore dell’azienda per fare ciò che vuole”. E invece è proprio così, i nuovi padroni hanno imposto sin dall’inizio le loro regole. E non è certo con le belle parole che si può pretendere di costringerli a comportarsi “bene”! Infatti l’Usb “ribadisce la validità dell’accordo ma allo stesso tempo ne contesta una interpretazione di fatto già posta in essere da ArcelorMittal che sta compiendo una vera e propria operazione di marketing dove risparmia sugli ex operai Ilva posti in cassa integrazione e ricollocati in amministrazione straordinaria e allo stesso tempo “terziarizza” le attività con la forza lavoro delle ditte in appalto”. L’Usb grida vittoria per la sentenza che costringe l’azienda a chiarire i parametri di scelta. Ma se poi dovesse emergere che tutto è stato fatto in regola, secondo gli accordi sugli esuberi sottoscritti dall’Usb stessa, gli operai buttati fuori che cosa dovrebbero fare, rassegnarsi?!

In conclusione

In conclusione ci troviamo ancora di fronte alla scelta di aspettarci dalla magistratura la soluzione dei problemi operai, per una sentenza a nostro favore ce ne sono mille che danno ragione ai padroni. In questo caso specifico, il giudice potrà aprire le porte di AlcelorMittal a un numero limitato di operai che singolarmente potranno dimostrare di essere stati discriminati, ma nulla cambierà per quelle migliaia di operai fatti fuori dall’accordo, che marciranno in cassa per anni. Per un sindacato che si presentava alternativo ai Confederali doveva essere un punto fermo non firmare i licenziamenti mascherati. Non è stato così e la sentenza del giudice non li riscatta dalle loro responsabilità. Si sono fatti prendere dall’ingranaggio di contare ai tavoli e hanno sottoscritto un accordo che sacrifica gli operai in nome di salvaguardare la continuità dell’impresa.

L.R.

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