Giornale, Numero 4 del 4 aprile 2019

ENI: I SOLDI DEI CORRUTTORI

Abbiamo scritto dell’ENI la settimana scorsa, l’avviata trasformazione “green” della compagnia non è altro che la nuova forma dell’economia di rapina che contraddistingue l’ENI in Africa. Ora aggiungiamo il sistema […]

Abbiamo scritto dell’ENI la settimana scorsa, l’avviata trasformazione “green” della compagnia non è altro che la nuova forma dell’economia di rapina che contraddistingue l’ENI in Africa. Ora aggiungiamo il sistema ENI di corruzione dei governi locali per condurre a risultati ottimali il piano 2019-2022.

In questo scenario i personaggi sono quasi tutti molto noti, ma caso strano, i media interessati alla questione fanno poco baccano, a parte l’Espresso che da oltre un anno sta conducendo delle indagini in proprio, ed una puntata in televisione.

Iniziamo col dire che l’ENI è un’azienda statale, dove i vertici vengono decisi dal governo in carica, ed al quale devono rispondere. Il primo nome di questa storia è Renzi, presidente del consiglio nel 2014, momento in cui viene designato, il secondo nome: Descalzi, quale amministratore delegato.

Nel 2017 compare il terzo nome, Emma Marcegaglia, che viene nominata presidente della società, e viene confermato Descalzi ancora come amministratore. Adesso facciamo il quarto nome, quello della moglie di Descalzi, Marie Madeleine Ingoba Descalzi.

La signora in questione, risulta titolare di un conto estero che per anni ha corrisposto alla figlia del presidente del Congo Francese regali per oltre 700mila dollari. In euro sarebbero 625 mila.

Un operaio, e vogliamo essere ottimisti, guadagnando 1500 euro al mese, deve lavorare 34 anni, cioè 416 mesi, e lavorando 22 giorni al mese, arriva ad un totale di 9166 giorni.

Ma cosa avrà fatto mai la figlia del presidente del Congo per meritarsi i soldi che un operaio guadagnerebbe in 34 anni?

Lasciamo ai lettori la risposta, ma soprattutto ci incuriosisce sapere cosa ne pensano gli operai sul totale di 32.934 dipendenti dell’ENI, adesso che hanno scoperto dove finisce una parte del plusvalore che hanno prodotto.

Naturalmente la moglie di Descalzi, pochi giorni prima della nomina ad amministratore delegato del marito, ha ceduto il controllo del gruppo Petro Service al suo manager di fiducia, tal Alexander Haly, che era già amministratore delle medesime aziende africane. Questa azienda, fa capo ad altre società, che manco a dirlo, sono anonime. La signora ne è risultata sicuramente, secondo le autorità antiriciclaggio del Lussemburgo, proprietaria per almeno cinque anni, dal 2009 al 2014, data appunto della nomina del marito ai vertici dell’ENI. Capire le società che controllano i giacimenti, quelle che prestano i soldi, quelle anonime, risulta complicato e non è il caso di approfondire, ci limitiamo però ad alcune considerazioni.

L’ENI estrae un terzo di tutto il petrolio congolese, ultimamente erano scaduti i permessi e sempre secondo le accuse del PM, sono stati rinnovati dal governo congolese all’ENI a condizioni molto particolari. La società che avrebbe fatto regali, sarebbe proprio quella capitanata dalla Lady Descalzi.

La nota “spremi operai” Emma Marcegaglia, in una assemblea del 2017 ha dichiarato che non esistono legami contrattuali tra la Petro Service e l’ENI. Quindi non si spiegherebbero quei 700mila dollari versati alla figlia del presidente congolese.

Ci fermiamo qua, i particolari sarebbero ancora molti, ma volevamo solo dire due parole sul destino del plusvalore prodotto dagli operai, in questo caso, dell’ENI.

Lo sfruttamento operaio, serve oltre che per far fare la bella vita ai padroni, anche per pagare le mazzette ai vari capi di stato che si sono venduti la ricchezza di un paese, affamando le popolazioni residenti. Metà degli abitanti del Congo vive con meno di un dollaro al giorno.

Una minima riflessione sul confronto tra un dollaro al giorno, il salario operaio e i 700mila dollari versati per accaparrarsi dei giacimenti, è doveroso.

S.D.

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