Giornale, Numero 13 del 13 marzo 2019

LA STORIA DEGLI EX OPERAI DELLA FIAT DI TERMINI IMERESE

Scattano gli arresti domiciliari per Roberto Ginatta e Cosimo Di Cursi, rispettivamente il presidente del consiglio di amministrazione e l’amministratore delegato della Blutec, la società controllata dal gruppo piemontese Metec specializzato in […]

Scattano gli arresti domiciliari per Roberto Ginatta e Cosimo Di Cursi, rispettivamente il presidente del consiglio di amministrazione e l’amministratore delegato della Blutec, la società controllata dal gruppo piemontese Metec specializzato in componentistica auto che nel dicembre 2014 ha rilevato lo stabilimento ex Fiat di Termini Imerese. Gimarra niente altro che un prestanome della FIAT

I finanzieri del Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Palermo hanno eseguito l’ordinanza emessa dal gip Termitano per il reato di malversazione a danno dello Stato. Al centro del caso Blutec emerso nei mesi scorsi anche la restituzione di 20 milioni a Invitalia (360 i milioni complessivi che il governo regalava alla Blutec)

Lo stabilimento FIAT di Termini Imerese fu aperto il 1970 e chiuso da Marchionnne nel 2011. Alla FIAT di Termini Imerese lavoravano 1556 operai diretti e 700 operai dell’indotto. Più di 2200 operai che prima di essere licenziati furono messi in cassa integrazione. Marchionne per conto della FIAT si lamentava dei costi di produzione troppo alti e riteneva necessario chiudere in nome della difesa dei profitti della FIAT.

Inizio del balletto. Un appoggio diretto per la chiusura veniva sbandierato da sindacati e governo: la riconversione. L’impianto di Termini Imerese doveva passare, a partire dal primo gennaio 2012, sotto il totale controllo del marchio DR-Motor che faceva capo all’imprenditore molisano Massimo Di Risio (ex concessionario Lancia) niente altro che un prestanome della FIAT. La nuova società si sarebbe dovuta occupare di assemblaggio di vetture a basso costo e avrebbe dovuto assorbire una parte dei 2200 che lavoravano in FIAT.

Il piano industriale presentato dalla DR-Motor a Invitalia (l’agenzia che ha seguito le offerte sul dopo FIAT per conto del ministero) prevedeva l’occupazione di 1.312 operai mentre i vecchi occupati erano 1.556 più i 700 dell’indotto.

Il problema è dunque trovare un accordo sia sui dipendenti in esubero che non verranno assunti da DR-Motor, utilizzando lo strumento del pensionamento anticipato, sia sulla cifra che FIAT è disposta a dare come indennità. Da parte dell’azienda si tratta o di ridurre il numero dei pensionabili o di ridurre l’entità della “buonuscita”. Secondo FIAT i lavoratori che hanno maturato i diritti per accedere all’indennità sono 511 e sulla cifra dell’incentivo sono per ora fermi a quota 23 mila euro, mentre i sindacati ne chiedono 30 mila per 650 lavoratori.

Mentre davanti a Termini Imerese si presidiano i cancelli, nello stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco, in Campania, padroni e sindacalisti festeggiavano per l’avvio ufficiale della produzione della Nuova Panda firmata Fabbrica Italia Pomigliano, newco FIAT già fuori da Confindustria e quindi da Federmeccanica, che ha firmato l’ultimo contratto nazionale del 2009.

Intanto alla FIAT di Termini Imerese continuava il romanzo della riconversione fino a che arrivo un nuovo prestanome della FIAT la Blutec. L’intervento della Blutec fu tirato fuori dalla stessa Fca.

La Blutec fa capo fa capo a Roberto Ginatta, buon amico e socio in affari di Andrea Agnelli. La Blutec ( sarebbe meglio dire la FIAT) incassa un finanziamento pubblico da circa 21 milioni di fondi regionali ne aspetta altri 300.

I fondi pubblici erano stati erogati nel 2016 attraverso Invitalia per rilanciare l’impianto che l’attuale Fca ha fermato nel dicembre 2011. Blutec se li era aggiudicati dopo che gli altri pretendenti alla successione di Fca erano caduti uno via l’altro in scia alle inchieste giudiziarie. In realtà i padroni convertitori erano solo prestanome FIAT.

La Blutec prese i primi 21 milioni e l’impegno di riaprire l’impianto riassorbendo una parte del personale della fabbrica anche grazie alle commesse per produrre settemila motocicli elettrici di Poste Italiane e per elettrificare 7200 Doblò Fca in quattro anni.

L’azienda aveva infatti presentato un piano di rilancio che prevedeva di reintegrare l’intera forza lavoro (694 operai dei 2200 licenziati dalla FIAT

I sindacalisti sorridevano. I giornaloni nazionali davano già per ripresa la produzione alla ex FIAT di Termini Imerese. I politici di Renzi ballavano.

In realtà le cose sono andate diversamente. Dopo aver incassato i 21 milioni di euro, Blutec si è rimangiata le promesse fatte

Del giochetto era ben cosciente il ministero dello Sviluppo economico che, ai tempi dei governi Pd, era Carlo Calenda

Calenda aveva scelto di fare buon viso a cattivo gioco rimandando il caso Termini Imerese a dopo il voto e passando così la patata bollente al governo gialloverde.

A metà luglio 2018, in un incontro al ministero dello Sviluppo economico, ormai sotto la guida del vicepremier, Luigi Di Maio, Blutec riferiva che i lavoratori occupati erano solo 135, cui si sarebbero aggiunte “con la commessa dei 6800 Doblò di FCA, altre 120 persone nei prossimi tre anni”, come si legge nel verbale della riunione ministeriale. “La piena occupazione verrà quindi assicurata solo nel momento in cui gli accordi commerciali citati avranno concreta realizzazione”, prosegue il documento. Intese che non sono ancora state formalizzate né da parte di Fca, né tanto meno di Poste che, già in passato, ha manifestato l’intenzione di procedere ad una gara per l’assegnazione della commessa sui motocicli elettrici.

Di Maio e i sindacalisti fecero finta di niente, anche se qualche magistrato si chiedeva se non era il caso di chiedere cosa era successo ai 21 milioni di euro.

La conclusione della storia è la seguente:

– Fiat di Termini Imerese chiuse i battenti, licenziò 2200 operai. Una parte di essi riassunti da ditte fantasma sono in cassa integrazione e non si sa che fine faranno.

– regalati dal governo alla FCA di Marchionne, tramite prestanome e manager amici più di 21 milioni di euro

L.S.

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