Giornale, numero 7 del 7 marzo 2019

PER I RIDER SOLO PAROLE AL VENTO

Fra promesse elettorali, impegni non mantenuti, la situazione è sempre la stessa, non hanno ancora un miserabile contratto nazionale e siamo nel 2019. Di Maio, all’inizio del suo mandato, aveva […]

Fra promesse elettorali, impegni non mantenuti, la situazione è sempre la stessa, non hanno ancora un miserabile contratto nazionale e siamo nel 2019.

Di Maio, all’inizio del suo mandato, aveva promesso ai Rider una soluzione, per meglio dire aveva chiesto alle società che si occupano della spesa a domicilio, di modificare i contratti con il riconoscimento come lavoratori subordinati. Si era anche spinto in avanti, minacciando i padroni che se non avessero modificato il contratto lo avrebbe fatto lui.

Naturalmente queste promesse sono risultate parole al vento.

I rider chiedono semplicemente di essere riconosciuti come lavoratori subordinati dove esista la “presunzione di subordinazione”. Non stiamo qui a precisare questo concetto, ormai è risaputo che la maggior parte delle partite iva sono solo fasulle. Le aziende usano questo sistema per evitare le regole e i diritti di un lavoro subordinato. Quindi niente malattie, ferie, ecc.

I padroni invece, non ne vogliono proprio sentire di modificare il contratto in questo senso, hanno addirittura minacciato di abbandonare l’Italia nel caso in cui una legge li obbligasse.

Allora il ministro si è inventato una bozza di accordo collettivo dove naturalmente non è prevista l’assunzione da parte del padrone, ma anzi viene specificato che questo genere di contratti si applica appunto a chi lavora con “rapporti di lavoro non subordinato”. Esattamente il contrario di quello che chiedono i rider.

Nella bozza vengono accolte solo alcune richieste, ma modificate a regola d’arte.

Si parla di salario minimo ma non viene indicato l’ammontare della paga oraria minima, ma compare il divieto di paga a cottimo. Compare invece l’obbligo di copertura Inps e Inail.

Ma è mai possibile che uno debba lavorare nel 2019, in uno dei paesi più industrializzati del mondo e non debba avere le coperture sanitarie e degli infortuni?

Nel frattempo i padroni modificano i contratti abbassando il minimo garantito e dando incentivi per ogni consegna. Si inventano il cottimo misto, cioè una parte fissa e una a consegna.

Intanto c’è stata una sentenza della corte di appello di Torino che ribaltando una sentenza di primo grado, riconosce a cinque ciclofattorini della piattaforma Foodora la loro richiesta di essere riconosciuti come lavoro subordinato. Quindi gli riconosce una retribuzione ancorata al contratto nazionale della logistica, con tanto di tredicesima, ferie e malattie pagate.

Ma noi sappiamo bene che le sentenze contro i padroni, in una democrazia che tutela la proprietà privata sono relative. Le poche volte che un giudice ha dato ragione ad un operaio che impugnava il licenziamento, quasi mai il padrone è stato obbligato a riassumerlo. Quest’ultimo pone davanti alla sentenza la questione della proprietà privata, dove neanche un giudice può obbligarlo a far rientrare l’operaio licenziato.

Tant’é che l’assessore al lavoro di Bologna ha dichiarato che ora è Di Maio che deve intervenire.

Ma la giustizia non dovrebbe essere uguale per tutti? E’ necessario un intervento del ministro per far rispettare una sentenza al padrone?

E invece i paradossi sono continui, dobbiamo vedere un teatrino dove l’assessore  del PD fa una dichiarazione in cui dice che adesso “spetta al governo fare un passaggio decisivo”. Proprio il PD che è l’autore degli ultimi contratti di lavoro che proprio i grillini avevano contestato e promesso di abolire.

Il nocciolo della questione, cioè il contratto di lavoro subordinato è proprio quello che nella bozza viene sostituito con il suo contrario.

Quindi le promesse di Pinocchio del ministro confermano insieme al reddito di cittadinanza che questo governo non farà proprio nulla di quello che aveva promesso.

I disoccupati e queste forme nuove di lavoro, quali i ciclofattorini dovranno aspettare ancora molto, a meno che non si muovano subito con scioperi e proteste.

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