Giornale, Numero 3 del 3 marzo 2019

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO SIETE LIBERI

Leggi, norme e ricorsi che hanno permesso ai manager responsabili dei morti alla Thyssenkrupp di uscire di galera. “[N]on è socialmente pericoloso e, in carcere, ha mantenuto un comportamento corretto” […]

Leggi, norme e ricorsi che hanno permesso ai manager responsabili dei morti alla Thyssenkrupp di uscire di galera.

[N]on è socialmente pericoloso e, in carcere, ha mantenuto un comportamento corretto” con questa motivazione dei giudici del tribunale di sorveglianza di Torino, che hanno accolto l’istanza di assegnazione ai servizi sociali presentata dai suoi avvocati, Cosimo Cafueri, ex responsabile della sicurezza dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino, condannato a 6 anni e 8 mesi per omicidio colposo plurimo, a seguito del rogo che nel dicembre 2007 uccise sette operai, è libero dal dicembre 2018. Con le stesse motivazioni, questa volta del tribunale di Terni, è libero, già da qualche mese, anche l’ex manager Marco Pucci, condannato per lo stesso reato a 6 anni e 10 mesi (comunque aveva già ottenuto, dal giugno 2017, un permesso per svolgere attività di consulenza presso un’azienda locale). E a breve con le stesse istanze saranno liberati anche l’altro manager, Daniele Moroni, condannato a 7 anni e 6 mesi e l’ex direttore dello stabilimento, Raffaele Salerno, condannato a 8 anni e 6 mesi. L’ex amministratore delegato di Thyssekrupp, Harald Espenhahn, condannato a 9 anni e 8 mesi e l’altro manager, Gerald Priegnitz, condannato a 6 anni e 10 mesi non sono stati mai arrestati perché cittadini tedeschi. La pena la dovrebbero scontare in Germania dove però, per il reato contestato, la pena massima è di 5 anni. E, qualora, la Germania dovesse applicare la sentenza anche per loro le porte del carcere resteranno chiuse per poco.

Quindi, a quasi 12 anni dall’uccisione dei 7 operai della Thyssenkrupp, dopo quasi nove anni per arrivare ad una sentenza definitiva di condanna e dopo poco più di due anni di galera tutti i responsabili di quelle morti sono o saranno liberi a breve perché “non socialmente pericolosi”!

Il rogo della Thyssenkrupp aveva aperto, per un attimo, uno squarcio sulle condizioni intollerabili in cui sono costretti a lavorare gli operai in fabbrica. Perciò la rabbia e lo sdegno per l’accaduto dovevano essere immediatamente neutralizzati. Il processo di primo grado ha avuto questa funzione.

Il processo di primo grado si apre nel 2009 e si conclude nel 2011 con condanne esemplari. L’amministratore delegato viene condannato ad una pena di 16 anni e 6 mesi di reclusione per il delitto di omicidio volontario e gli altri imputati a pene comprese tra 13 anni e 6 mesi di reclusione e 10 anni e 10 mesi di reclusione, per i delitti di omicidio colposo, incendio colposo con l’aggravante della previsione dell’evento e della omissione dolosa (volontaria) di cautele contro gli infortuni sul lavoro. “Questa è una sentenza epocale, non era mai successo che per una vicenda di morti sul lavoro venisse riconosciuto il dolo eventuale [la volontarietà dell’azione pur sapendo delle conseguenze della stessa. Ndr.]” dichiara il PM Guariniello, “Hanno avuto ragione le famiglie, hanno avuto ragione i lavoratori della Thyssen, abbiamo avuto ragione noi ad avere fiducia nella magistratura torinese” dichiara Airaudo della FIOM.

L’illusione di una giustizia per gli operai morti per mano della magistratura dura lo stretto necessario affinché tutto torni alla normalità. La Thyssenkrupp naturalmente ricorre in appello e la Corte d’Assise di Appello di Torino, nel 2013 emette una nuova sentenza che ribalta la sentenza di primo grado e ristabilisce l’ordine delle cose per i condannati. Elimina il dolo [la volontarietà] dell’azione degli imputati e riduce i reati alla fattispecie colposa. Si parla di delitto colposo ogni volta che l’evento (nel nostro caso la morte) non è voluto ma si è verificato “a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per l’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”. Le pene naturalmente vengono notevolmente ridotte. Nel 2014 la Cassazione conferma la sentenza d’appello ma chiede di rivedere le pene. Solo nel maggio del 2016 la Cassazione conferma definitivamente le pene (oramai quasi dimezzate rispetto alle richieste iniziali del PM Guariniello). A questo punto inizia il lavoro degli avvocati che, in considerazione del profilo dei loro clienti (manager pieni di soldi), hanno gioco facile nel fare richiesta di misure alternative di detenzione e ottenerle come abbiamo visto sopra.

Insomma, per la legge morire in fabbrica è una fatalità, come essere investito da un’auto. Il padrone, i manager non vogliono la mia morte: infatti è proprio l’assenza dell’intenzionalità che distingue l’omicidio colposo dall’omicidio volontario! Ogni giorno, in Italia, muoiono in media 4 operai, una strage. Una strage che nonostante le condanne, le denunce, continua anno dopo anno. Si muore per mancanza di sicurezza, per la fatica ed i ritmi infernali, per le sostanze pericolose e velenose utilizzate. Chi stabilisce e chi costringe a lavorare in quelle condizioni gli operai? Con quali finalità? Alla Thyssen, come in tutte le aziende, amministratore delegato, manager, direttori, responsabile alla sicurezza, persone che hanno studiato, fatto carriera, professionalmente preparate ed affermate, si riunivano nei loro uffici ben arredati, decidevano, elaboravano, numeri alla mano, strategie, metodi, azioni per massimizzare i profitti del padrone che li pagava profumatamente. I soldi devono fruttare profitti e non vanno sprecati (eccetto che per i loro stipendi naturalmente), gli operai è naturale che devono essere spremuti. Non è certo colpa loro se il mercato richiede che si produca a certi prezzi e che gli operai debbano essere trattati così. Così come non aveva senso spendere soldi nei sistemi di sicurezza di un impianto che a breve andava trasferito e su cui, tra l’altro, gli enti di controllo (compiacenti e conniventi) non avevano mai verificato anomalie, anche se questo metteva a rischio la vita degli operai che ci lavoravano. Cosa c’è di più naturale per questi uomini che ragionare così ed agire di conseguenza. Non è questione di volontà ma sono le leggi del mercato – ci diranno -, ed intanto decidono di condannare a morte sette operai.

L’omicidio di un operaio non viene giudicato come tale ma come fatalità che non dipende dalla loro volontà di arricchirsi. La sentenza Thyssen, ci dimostra ancora una volta che, anche di fronte ad un omicidio, la tutela dell’interesse del padrone a ottenere i propri profitti non può essere messa in discussione. Chi detiene il potere economico e politico non può essere considerato “socialmente pericoloso”. Sarebbe la rivoluzione sociale.

P.S.

Lascia una risposta