Giornale, Numero 1 del 1 marzo 2019

FCA POMIGLIANO: SCIOPERO DI MASSA ALLO STAMPAGGIO

Dopo più di un decennio un primo grande sciopero sulle linee. Alle frottole della FIAT gli operai non credono più A Pomigliano la FIAT (continuiamo a chiamarla così) chiede un […]

Dopo più di un decennio un primo grande sciopero sulle linee. Alle frottole della FIAT gli operai non credono più

A Pomigliano la FIAT (continuiamo a chiamarla così) chiede un aumento dei ritmi e dei turni. Sta grattando il fondo del barile. La produzione della Panda è alla fine del ciclo, allungano il brodo con una convenzione con la società Wind per fare un modello speciale con collegamento Wind in dotazione e colorata in modo particolare. Del fumoso piano industriale degli eredi di Marchionne , in questi giorni si riparla di un mini suv da fare su pianali Renegade e che vedrà la luce, già negli annunci, almeno tra un anno. Per gli addetti ai lavori invece, per impiantare una nuova linea di produzione ci vorrà più tempo. Il mini suv, ammesso che si farà, non risolverà i problemi occupazionali dello stabilimento perché impegnerà una piccola parte dei 4600 addetti attuali. Anche con un ulteriore periodo di produzione della Panda un terzo della fabbrica rimarrebbe fuori.

Il 28 febbraio dopo più di un decennio, hanno scioperato in massa gli operai dello stampaggio. Non accettano l’aumento dei turni che farebbe perdere loro lo straordinario dei fine settimana. Ma è anche indicativo che gli operai ormai non credono più alle promesse aziendali e cominciano a mobilitarsi.

Evidentemente i vertici hanno percepito che la situazione si stava scaldando e questo è stato uno dei motivi per parlare di nuovo del mini suv.

La FIAT perde costantemente in borsa. Il mercato europeo è l’anello più debole di un gruppo che tra i produttori di auto non è forte. I piani annunciati di rilancio basati su produzioni elettriche, sono poco credibili. I nuovi dirigenti hanno promesso investimenti per cinque miliardi di euro che, rispetto agli investimenti dei concorrenti attuati nel corso degli anni precedenti, rappresentano poca cosa. Marchionne era molto più largo di maniche nelle promesse che poi non manteneva.

In una situazione del genere la soluzione più realistica è la sparizione della FIAT in Italia e in Europa come gruppo indipendente. Gli azionisti aspettano un compratore. Ma il compratore evidentemente aspetta che la FIAT si svalorizzi ulteriormente per spendere meno.

E’ chiaro che la dirigenza FIAT non può stare ferma. Qualcosa deve inventarsi per far vedere che è viva. Allora rispolvera il piano di novembre e fa vedere che qualcosa si muove. A Napoli gli operai più anziani ricordano l’esperienza dell’Italsider di bagnoli che, pochi mesi prima di chiudere, fece un investimento consistente per un nuovo altoforno per prendere in giro gli operai e tenerli calmi fino alla chiusura definitiva.

La crisi marcia spedita e i nodi vengono al pettine. Un altro fatto smuove le acque per dieci anni calme negli stabilimenti FIAT di Pomigliano e Nola. Non è ufficiale, ma si comincia a parlare esplicitamente del ritorno dei “316 di Nola”, oggi molti di meno, che erano stati confinati lì più di dieci anni fa. Il ritorno verrebbe deciso dai giudici della Cassazione riconoscendo che trasferire a Nola decine di attivisti sindacali, fu una azione antisindacale.

Tornare a Pomigliano dopo dieci anni per una sentenza è diverso che tornarci per la mobilitazione operaia.

Quella battaglia fu persa ai cancelli di Pomigliano perché la maggior parte degli operai fu convinta a desistere dalla lotta, in particolare dallo Slai cobas che invitò i suoi militanti ad accettare il trasferimento promettendo loro un ritorno veloce a Pomigliano attraverso il ricorso legale. Anche gli altri sindacati non furono da meno. Nessuno cercò di mobilitare gli operai che rimanevano a Pomigliano implicitamente illudendoli che il piano di rilancio di Marchionne li avrebbe salvati. Solo un piccolo gruppo si oppose, con picchetti durissimi che solo il celere intervento, in questo caso, della magistratura di Nola, e conseguentemente, i manganelli della polizia, riuscirono a smobilitare.

Oggi forse i confinati di Nola tornano a Pomigliano. A fare cosa? In una situazione senza prospettive per Pomigliano sembra che capiti a puntino per la FIAT la decisione di un giudice di mettere tutti nello stesso calderone gli operai FIAT, di Nola e Pomigliano, per cucinarli collettivamente.

Per la FIAT, dopo i suicidi a Nola, le conseguenti proteste, i licenziamenti di Mignano e degli altri quattro operaiche ne seguirono, è stato sempre oggettivamente complicato, davanti all’opinione pubblica, chiudere un reparto che non le è mai servito e che era sorto per essere successivamente chiuso una volta isolati gli operai che ci aveva trasferito.

Oggi forse risolve il problema. I trasferiti a Pomigliano andranno ad ingrossare le file degli esuberi e la FIAT quando cercherà di buttarli fuori con l’aiuto dello stato che cercherà di mitigare la cosa con i vari redditi di cittadinanza e altri “ammortizzatori”, nessuno potrà accusarla di discriminazione sia contro gli operai resi rcl (ridotte capacità lavorative) dopo anni di linea di montaggio, sia dei sindacalizzati che una volta erano confinati a Nola.

Però nel frattempo si apre un’altra partita. Gli operai FIAT cominciano a muoversi. Le promesse del padrone sostenute dai servi dei suoi sindacati, non attecchiscono più.

Di fronte al peggiorare della crisi sarà difficile spiegare a migliaia di operai che hanno perso soldi e salute negli ultimi dieci anni per far guadagnare agli azionisti e dirigenti FIAT centinaia di milioni di euro, che “loro (gli azionisti e i dirigenti) hanno fatto il possibile” per far funzionare lo stabilimento e assicurare un salario per non morire di fame agli operai, ma che oggi non possono fare altro che dire : “arrivederci e grazie”.

F.R.

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