Giornale, Numero 14 del 14 febbraio 2019

Sabati romani e sabati parigini

Processioni con stendardi e parlatori che non muovono nulla a Roma. Potenti manifestazioni a Parigi che hanno già fatto fare marcia indietro a Macron, ma non si fermeranno finché il […]

Processioni con stendardi e parlatori che non muovono nulla a Roma.

Potenti manifestazioni a Parigi che hanno già fatto fare marcia indietro a Macron, ma non si fermeranno finché il governo non cadrà.

Con la protesta di sabato 9 febbraio di Parigi, da Place de l’Étoile agli Champs-Elysées, si è raggiunto il terzo mese di proteste, dalla metà di novembre ad oggi, contro il governo Macron.

Il 13° sabato consecutivo di manifestazioni per nulla pacifiche.

Un sabato di manifestazioni, non solo a Parigi ma in tutte le piazze dell’intera Francia, erano 50.000 i gilets jaunes che manifestavano (secondo il ministero dell’interno solo 4.000 a Parigi e 12.000 in tutta la Francia).

Una manifestazione, quella di Parigi, che ancora una volta ha messo in piazza tutta l’energica determinazione dei gilets jaunes, giovani manifestanti che chiedono la destituzione di Macron, della quinta Repubblica e di tutto il governo di Edouard Philippe. Scontrandosi duramente sugli Champs Elysées con la polizia antisommossa, in una vera e propria guerriglia urbana, lanci di pietre, incendi di auto, lacrimogeni che impestano l’aria, un manifestante che ha perso una mano, nonostante le violenze della polizia che ha caricato a freddo la manifestazione, i gilets jaunes non hanno nessuna intenzione di fermarsi. Nonostante Macron, nelle settimane passate, per tentare di sedare le proteste, abbia deciso di fare marcia indietro su alcuni provvedimenti presi, facendo, ad esempio, retromarcia sulla carbon tax (aumenti del carburante) e dichiarando: “richieste legittime”, “Aumenterò lo stipendio minimo ai francesi e chiederò alle imprese di dare bonus che saranno detassati ai lavoratori”.

Senza curarsi di queste dichiarazioni i gilets jaunes a queste concessioni hanno prontamente risposto: “Non basterà certo una moratoria ad addormentarci”, replicando con richieste concrete: “salario minimo a 1300 euro netti, indicizzazione dei salari e delle pensioni per rispondere all’inflazione, un sistema di pensioni sociale e sostenibile, niente pensione a punti, limitazione del costo degli affitti, pensionamento a 60 anni e, per tutti coloro che hanno avuto un lavoro manuale, diritto alla pensione a 55 anni”.

Contemporaneamente alle manifestazioni francesi e alla battaglia parigina di sabato 9 febbraio è andata in scena la penosa manifestazione sindacale di Roma.

I capi dei sindacati confederali benché da decenni facciano il portabagagli delle necessità dei padroni, con la manifestazione di sabato, hanno letteralmente preso sottobraccio i padroni, lanciando lo slogan «Futuro al lavoro», hanno sposato pienamente la campagna per il lavoro che Confindustria ha come obiettivo fondamentale.

Non una battaglia sugli aumenti salariali, non la guerra agli infortuni e alle morti sul lavoro, non l’attacco al governo contro i provvedimenti sulle pensioni, non una lotta contro i licenziamenti collettivi e individuali, no, oramai la strada che sta intraprendendo il sindacato confederale è una strada che ha somiglianze e caratteristiche affini al corporativismo industriale introdotto dal fascismo.

É vero che a questo punto non hanno più, o forse non hanno mai avuta, la necessità di intimidire e spaventare i padroni, dato che con i padroni condividono gli stessi intendimenti.

Conseguentemente le manifestazioni vengono fatte, a ben guardare oramai da anni, con il solito corollario di sventolio di bandiere, profusione di palloncini colorati, di edulcorati, di nastrini e cottilons, di canzonette e di balletti insulsi.

Una differenza abissale dalle manifestazioni francesi, sia nei contenuti che nella forma.

Mentre il simbolo dei gilets jaunes (appunto, dei giubbini gialli) sia diventato una vera e propria divisa che ne fa un esercito riconoscibile agguerrito e senza fronzoli, ma determinato a portare a casa risultati effettivi, la piazza sindacale romana, per apparire numerosa, cammella le truppe del proprio funzionariato sindacale. Un ceto sindacale che per la sua tipica natura imbelle ben si guarda da reagire in modo agguerrito e determinato, arrivando addirittura ad applaudire ed adulare le mummie, presenti al corteo – Massimo d’Alema, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani, che, esponenti a vario titolo del PD, sono fra i responsabili del Job act, della libertà di licenziare -, oltre al presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, in passerella nel tentativo di accalappiare voti per diventare capo del PD.

Se gli operai non si sveglieranno, seguendo la via che i gilets jaunes francesi stanno perseguendo, la direzione sindacale continuerà a fare il bello e cattivo tempo sulle loro spalle e il divario con la strada imposta dai gilets jaunes sarà sempre più incolmabile.

D.C.

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