Giornale, Numero 12 del 12 febbraio 2019

Economia, danno i numeri

Sono in gara per accaparrarsi il premio di miglior interprete di Keynes, senza sapere nemmeno chi fosse. Favorire gli investimenti, dice Landini alla manifestazione di Roma. Favorire i consumi con […]

Sono in gara per accaparrarsi il premio di miglior interprete di Keynes, senza sapere nemmeno chi fosse. Favorire gli investimenti, dice Landini alla manifestazione di Roma. Favorire i consumi con il reddito di cittadinanza, dicono i 5Stelle. Perché “creano lavoro”, rispondono all’unisono. E se fossero ambedue emerite idiozie. Gli industriali più concreti, trovando il sostegno della Lega di Salvini, vogliono solo continuare a spremere gli operai nei cantieri aperti e da aprire.

Di Maio si è lanciato con “siamo alle soglie di un nuovo boom economico come quello degli anni ‘60”. Uno spot pubblicitario, lo ghiacciano i dati negativi sull’economia. La Germania rallenta, la Cina pure, vuoi che l’industria italiana, così orientata sull’export manifatturiero, non ne risenta?

E infatti sia il Pil del terzo che del quarto trimestre 2018 sono scesi rispettivamente di -0,1% e di -0,2%. E se i trimestri consecutivi negativi sono due, la chiamano “recessione tecnica”. Due trimestri sono mezzo anno, in fin dei conti, e per una società che della crescita dei profitti ne fa una ragione di vita, non crescere, non poter aumentare la produzione perchè il mercato è saturo di merci e capitali, non far profitti a tassi necessari all’accumulazione è uno scandalo, lo scandalo.

Così nell’arco di giorni si rivede tutto, e si può passare da una previsione di crescita per il 2019 di +1,2% del Pil (previsione di novembre della commissione Ue) a un misero +0,2% delle nuove stime. Ma non sarà anche questa una rosea aspettativa degli “esperti”. Il ministro dell’economia, Giovanni Tria, rassicura: il taglio della previsione «è spiegato per 0,6 punti dai dati peggiori del previsto per la seconda metà 2018 e per solo 0,4 punti da una valutazione meno ottimistica del profilo trimestrale di crescita nel 2019. La Commissione è quindi solo lievemente meno ottimista sulla crescita futura e ha solo preso atto dell’inatteso peggioramento ciclo economico sul finale del 2018». E tutti gli esponenti del governo, da Conte all’ultimo dei pentastellati, aggiungono che sarà proprio quanto da loro approvato, leggasi i soldi che distribuiranno con il reddito di cittadinanza, che rivitalizzerà i consumi e quindi farà crescere il Pil. Mentre se non avessero arginato le richieste di austerità provenienti dall’Europa per ridurre il debito, altro che recessione tecnica, diluvio universale sull’economia italiana.

Alla base la convinzione comune che siano proprio le manovre economiche del governo, l’intervento del pubblico, a dover indirizzare le scelte del singolo capitalista. In modo che si mantenga “il ciclo economico … permanentemente in una quasi-espansione” (Keynes). Secondo questa visione la risposta alla crisi, la ripresa della occupazione è riconducibile a una corretta, buona regolazione del ciclo condotta attraverso lo Stato. Landini e Di maio hanno la stessa fantasia del primato dello Stato sull’economia, in realtà sono le necessità del capitale a piegare le scelte economiche dei governi ed a determinarle. Negli anni ‘20 lo Stato svolse un ruolo centrale per investimenti e consumi ma solo in funzione di preparare mezzi e strumenti per una guerra mondiale, la vera risposta del capitalismo per uscire dalla crisi del ‘29. La nebbia tuttavia avvolge queste menti circa le ragioni che portano ad un improvviso e generale sovrappiù della produzione materiale, a mercati saturi oggetto di concorrenza spietata. Nessuno potrà negare per almeno gli ultimi dieci anni che gli interventi di governi e banche centrali non si sono certo sprecati. Ma hanno solo diluito gli effetti della crisi senza superarla.

5-Economia, danno i numeri

Così rimangono attoniti, sorpresi, le previsioni sono smentite di fronte a quello che è successo con la produzione industriale di dicembre, che ha segnato un secco -5,5% su base annua. Rallentano la produzione perchè non c’è un mercato capace di assorbire le merci e i capitali a livello adeguato di profitti.

Fate uguale a 100 quanto prodotto nel dicembre 2017. Bene, diminuitelo nel dicembre 2018 per i beni di consumo di -7,2 ma anche di -6,4 per i beni intermedi. Se si guarda ai singoli settori i cali più consistenti si sono avuti nei settori auto -19,4 e nell’industria del legno, carta e stampa -10,4. Ma anche nelle attività estrattive -9,7 e nella produzione di articoli in gomma e materie plastiche -6,7. Se Di Maio pensa che il misero reddito di cittadinanza possa riavviare i consumi e con essi la produzione ha sbagliato i conti. I miliardi di euro che vuol mettere in circolazione nei prossimi tre anni sono niente a confronto della produzione persa per scelta dei padroni negli ultimi 6 mesi. Gli investimenti in grandi opere e infrastrutture richiedono capitale e lo Stato non lo produce motu proprio, bisogna raccoglierlo con l’aumento della pressione fiscale che invece chi sta al governo dichiara di voler ridurre. Comunque la si giri la crisi ha aggravato la concorrenza fra i capitalisti che si scontrano per il controllo dei mercati, sono entrati in una guerra commerciale che si combatte a forza di dazi e sanzioni. Far riprendere la produzione in questa situazione vuol dire scalzare i propri avversari, mettere mano su nuovi mercati, distruggere per ricostruire. E tutto sulle spalle degli operai che diventano sempre più poveri e corrono sempre più il rischio di finire in guerra per difendere gli interessi dei loro padroni.

R.P.

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