Giornale, Numero 10 del 10 Febbraio 2019

IL MINISTERO DEL LAVORO PERDUTO

Da Battipaglia a Roma per avere i licenziamenti confermati. Un padrone che si appella alla costituzione per chiudere la fabbrica. Il ministro del lavoro Di Maio che promette tutto e […]

Da Battipaglia a Roma per avere i licenziamenti confermati.

Un padrone che si appella alla costituzione per chiudere la fabbrica.

Il ministro del lavoro Di Maio che promette tutto e non mantiene niente.

 

Il ministro del lavoro Luigi Di Maio è un imbonitore da fiera paesana. Ha una specializzazione impressionante in promesse roboanti che servono solo per tentare di ammansire gli operai colpiti dalla chiusura della loro fabbrica.

Dichiarazioni alquanto ridicole se non avessero un risvolto tragico.

Promesse di reindustrializzazione che mai si avvereranno, fabbriche che nella realtà verranno chiuse con i soliti accordi sindacali (mobilità in deroga o naspi, della durata massima di dodici mesi) distruggendo la vita degli operai e dei lavoratori coinvolti nei licenziamenti rendendoli dei disoccupati cronici.

Di Maio è grande, un grande esperto nel fare questo tipo di promesse al vento, la lista delle fabbriche a cui ha promesso di tutto e di più incomincia a diventare lunga, ne sanno qualcosa i 92 operai della Pernigotti di Novi Ligure.

Lo stesso sta accadendo alla Treofan di Battipaglia.

La Treofan, fabbrica che negli stabilimenti di Battipaglia e Terni, impiegando una forza lavoro di circa 200 operai, produce film di polipropilene per imballaggi alimentari, è una prova lampante di come le promesse fatte non vengano poi mai mantenute.

La Treofan, il 24 ottobre del 2018, era stata venduta da M& C, Management & Capitali, di proprietà di Carlo De Benedetti, al gruppo indiano Jindal Group (proprietaria tra l’altro di una fabbrica con le stesse caratteristiche produttive a Brindisi) per la ridicola cifra di 500 mila euro, nemmeno il prezzo di un buon appartamento nel centro di una grande città. Quasi certamente il valore dell’area su cui sorge la fabbrica di Battipaglia (200 mila metri quadri) è 20 volte superiore.

I 78 tra operai e impiegati della Treofan di Battipaglia ad inizio dicembre del 2018 avevano incominciato a presidiare i cancelli della fabbrica, decisi a resistere ai ventilati propositi di chiusura che la proprietà voleva mettere in atto. Il 21 dicembre scorso avevano ottenuto un incontro al Mise per far chiarezza sulla loro vertenza.

Il 26 dicembre 2018 il ministro del lavoro, Luigi Di Maio, si era presentato davanti ai cancelli della fabbrica dando la sua solidarietà ai lavoratori e aveva fatto queste dichiarazioni:

  • «Convocheremo il prima possibile il tavolo, perché non è pensabile arrivare a fine gennaio. A quel tavolo deve venire la proprietà, perché non abbiamo bisogno di intermediari»

  • «Chiederò che venga al più presto ripresa l’attività produttiva della Treofan. Attiveremo a inizio gennaio un tavolo al Mise al quale dovrà essere presente la nuova proprietà»,

Precisando che sarebbe stata sua premura essere presente a quell’incontro, aveva infine concluso: «Questa è un’operazione alla Wolf of Wall Street» (Il lupo di Wall Street, film del 2013 di Martin Scorsese).

A quell’incontro il ministro non ci andrà mai perché quell’incontro non avverrà mai

Il 24 gennaio gli operai della Treofan, partiti alle 6.00 di mattina da Battipaglia, protestavano presidiando davanti al portone del Ministero dello Sviluppo Economico sperando di avviare un incontro con la proprietà chiedendo il ritiro dei licenziamenti.

Contemporaneamente, rispondendo al presidio operaio davanti al Mise, con le loro solite “buone maniere” da manager padroni del mondo, i dirigenti della Jindal non si sono presentati, dicendosi:“indisponibili a qualsiasi incontro fino alla fine di gennaio”.

Il ministro di Maio, a questo punto, per rispondere a questa vigliaccata con la più classica delle formule imploranti indulgenza dichiarava: «In passato quando non si sono presentati, ho chiesto al Presidente di chiamarli. Chiederemo massima chiarezza e li solleciterò a far riprendere quanto prima la produzione».

Un tappeto consumato, un viscido essere che si prostra ai piedi del padrone piagnucolando una richiesta che sa benissimo che non si potrà mai verificare.

D’altronde, che ci si può aspettare da un individuo che nella sua insita incapacità non si sarebbe mai sognato di contrapporsi al padrone rispondendogli a muso duro? Nulla di più di ridicoli sorrisi e di false dichiarazioni.

Nello stesso momento la concretezza dei padroni si manifestava con una lettera di licenziamento, inviata direttamente a tutti i dipendenti della fabbrica di Battipaglia. L’amministratore delegato della Jindal Films Europe, Manfred Kaufmann, senza nemmeno partecipare all’incontro fissato al MISE, riaffermava in videoconferenza che la procedura di licenziamento non verrà mai ritirata, appellandosi addirittura al diritto di impresa che l’articolo 42 della costituzione sancisce: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge”, togliendo una volta per tutte il velo sull’ipocrisia della costituzione più bella del mondo che difende i lavoratori dai licenziamenti. Dimostrando, a chi ancora si appella alla costituzione, che la tanto decantata legge fondamentale scritta dai “padri costituenti” è un ordinamento giuridico al servizio dei padroni.

Non si sa bene come, il 5 febbraio, il MISE abbia “strappato” ancora 15 giorni di proroga, promettendo nuovamente una trattativa su una fantomatica reindustrializzazione, che mai si realizzerà, ingannando ancora una volta gli operai e gli impiegati della Treofan,.

Finiti questi fantomatici 15 giorni per i lavoratori scatteranno i reali 75 giorni della procedura di licenziamento. Procedura che porterà gli operai e impiegati della Treofan ad essere licenziati senza più nessuna prospettiva di lavoro, con i salari dimezzati dalla Naspi o dalla mobilità in deroga.

Gli operai da questa vicenda devono imparare a non fidarsi mai dei governi che dicono di solidarizzare con loro, imparando che di ministri amici degli operai non esistono.

I governi e i loro ministri sono solo il braccio legislativo dei borghesi, disposti a raccontare pubblicamente frottole pur di non andare mai contro gli interessi reali dei padroni.

D.C.

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