Giornale, Numero 8 del 8 febbraio 2019

Venezuela fra mediazione e guerra civile

Due frazioni della borghesia si fanno la guerra. Dietro di loro i padrini dell’imperialismo mondiale. Il principio di non ingerenza è carta straccia. Gli operai e i poveri  delle città […]

Due frazioni della borghesia si fanno la guerra. Dietro di loro i padrini dell’imperialismo mondiale. Il principio di non ingerenza è carta straccia. Gli operai e i poveri  delle città sono il terzo incomodo.

 Il leader dell’Assemblea nazionale Juan Guaidò fedele alleato dell’imperialismo USA  ha giurato da presidente. Il gesto di Guaidò ha messo apertamente in discussione la legittimità di Nicolás Maduro sostenuto dall’imperialismo russo e cinese. Due frazioni della borghesia venezuelana si fanno la guerra ed ognuno ha alle spalle i suoi protettori internazionali. USA, Europa e gran parte dei governi dell’America Latina si sono schierati con Guaidò. Governo Boliviano, Messico, Uruguay, Russia, Cina e Turchia, sono dalla parte di Maduro. Il controllo del petrolio venezuelano è la posta in gioco. E saltato il principio di non ingerenza, ogni borghesia mette le mani in qualunque paese, per sostenere i suoi alleati.

Per cercare di capire il perchè si è sulla soglia della guerra civile e come sono schierati i contraenti occorrono alcuni cenni sul Venezuela. Iniziamo dalla “Rivoluzione Bolivariana”, detta anche “Socialismo del XXI Secolo”, promossa dal presidente venezuelano Hugo Chávez che ha preceduto Maduro. La politica di Chavez  era fondamentalmente una combinazione di nazionalismo e populismo con forti elementi anti-USA. La scelta politica che ha caratterizzato la “Rivoluzione Bolivariana” di Chavez  è la riforma agraria. Meno del 5% dei proprietari terrieri in Venezuela possedeva quasi l’80% del totale dei terreni, mentre il 75% dei contadini ne possedeva solo il 6%. Ma la riforma di Chavez non ha eliminato il latifondo, ne ha solo cambiato i gestori. I contadini poveri, abbandonata l’agricoltura, sono diventati i disperati delle periferie, senza lavoro, senza di che vivere.

Nonostante alcuni miglioramenti raggiunti dai più poveri il Venezuela era e resta un paese capitalista. La stragrande maggioranza dei mezzi di produzione è controllata da privati e, al netto delle chiacchiere progressiste sulla democrazia partecipata e sui diritti umani, la Costituzione Chavista del 1999 offre una protezione significativa alla proprietà privata (vedi Articolo 15). In realtà, tra il 1999 e il 2011, la quota del settore privato sull’insieme dell’economia è aumentato dal 65% al 71%. Il fondamentale settore petrolifero è gestito da un’azienda statale, industrie importanti come quella delle importazioni e la lavorazione di alimenti, l’industria farmaceutica e della componentistica per automobili, sono controllate dal settore privato. Gli operai impiegati nelle aziende pubbliche come in quelle private subiscono lo stesso trattamento: salari da fame, licenziamenti.

I  borghesi, in gran parte imprenditori e latifondisti, rappresentano circa il 5% della popolazione. Il 15% è rappresentato dalla cosiddetta piccola borghesia, che comprende piccoli imprenditori e anche coloro che hanno una casa propria e possono permettersi di acquistare beni di consumo. Al proletariato appartengono lavoratori e operai considerati poveri (38%), con i loro salari coprono principalmente le spese per l’alimentazione. Lo strato più rappresentativo della società venezuelana, però, è proprio l’ultimo, che copre il 42% della popolazione complessiva, ed è composto da persone quasi totalmente prive di mezzi di sostentamento che vivono in ranchos, poco più che baracche di fortuna costruite con materiali di recupero, spesso recuperati tra i rifiuti. Nel tempo del governo di Chavez e Maduro, le politiche  dello Stato sono state principalmente indirizzate ad offrire elemosine pubbliche agli strati sociali più bassi: proletari senza lavoro, contadini rovinati, abitanti dei ranchos.  Questi contributi erano possibili grazie all’alto prezzo del petrolio e e ai corrispondenti profitti petroliferi. La caduta del prezzo del petrolio,  l’alto grado di corruzione e gli accordi tra Maduro e gli industriali hanno finito per ridurre le risorse disponibili a sostenere la rete dei contributi statali, hanno peggiorato le condizioni sociali di tutte le classi, fuorchè quelle legate al regime.

 A fine 2017 l’inflazione aveva toccato il 2.735% . Nelle previsioni autunnali del 2018 il fondo ha ipotizzato addirittura un tasso del 10milioni % nel 2019. Valori siderali, ormai sganciati da qualsiasi collegamento con la vita reale. Secondo l’economista Toro Hardy «quello del Venezuela è uno dei peggiori casi di iperinflazione che l’umanità abbia mai sperimentato». Secondo la Caritas se nel 2014 una persona con il suo salario minimo poteva comprare 4 cartoni di uova a inizio 2019 non può permettersi nemmeno un cartone di due dozzine di uova. Ancora nel 2014, anno caratterizzato da una caduta del Pil del 16%, la ricchezza prodotta annualmente dal Paese ammontava a circa 480 miliardi di dollari, con un Pil pro-capite di 13.709 dollari (Banca Mondiale). La recessione è andata avanti con un calo del -6% nel 2015, del -16,5% nel 2016, del -14,5% nel 2017 (statistiche provvisorie) e del -14,3% (stime) nel 2018. In cinque anni il Pil nominale è così passato da 480 a 93 miliardi di dollari, riducendosi di 4 volte. Anche visivamente la caduta della produzione petrolifera è impressionante. Decine di milioni di barili sono «stoccati» nei depositi in attesa di essere caricati. Molti i giacimenti chiusi con la produzione che in un anno è crollata di oltre il 50%, un dato accelerato dalla chiusura degli impianti Pdvsa (Petroleos de Venezuela) nei Caraibi. Ancora ad agosto del 2015, secondo dati dell’Iea (International Energy Agency) la produzione di greggio venezuelana è stata di 2,4 milioni di barili al giorno. A ottobre del 2018 questo valore si era quasi dimezzato a un livello di 1,4 milioni di barili. Si calcola che il 91% della popolazione venezuelana viva al di sotto della soglia di povertà e il 65% al di sotto di una soglia di estrema povertà. Secondo Amnesty International in Venezuela c’è carenza dall’80 al 90% delle forniture di medicinali, la metà degli ospedali non è operativa.

L’Onu stima che i venezuelani che hanno lasciato il Paese raggiungeranno, nel corso del 2019, l’impressionante cifra di cinque milioni (un sesto della popolazione). La disoccupazione a fine 2018 ammontava al 34% della forza lavoro di circa 14milioni di persone. Il problema è che chi lavora non è in grado di sfamarsi. Il salario minimo di un mese di lavoro (a giugno 2018) era di 5milioni e 200mila bolivares. Al cambio nero questa somma vale circa 1,30 euro. Con il salario minimo è possibile acquistare: due dozzine di uova oppure mezzo hamburger, oppure 300g di caffé. Il razionamento dei beni di prima necessità è prassi corrente, e file molto lunghe si formano fuori i supermercati presso i quali i venezuelani attendono ore per poter acquistare beni primari.  Nelle ultime settimane, centinaia di migliaia di Venezuelani, sia i sostenitori del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) del presidente Nicolas Maduro, sia gli oppositori del governo, sono scesi nelle strade di Caracas. Lo scontro fra i due gruppi di borghesi si fa duro. Ognuno chiama alla mobilitazione  i suoi sostenitori, i poveri disperati sperano in Maduro per riavere la garanzia delle elemosine pubbliche, la piccola borghesia vuole libera iniziativa per ricominciare a fare affari e punta su Guaidò. Gli operai e i proletari urbani si dividono fra chi li ha spinti nella miseria e chi li costringerà a starci, una parte manifesta contro Maduro e un’altra contro Guaidò. Fra i due gruppi di borghesi sta l’esercito, oggi con Maduro, ma che sta facendo i calcoli su cosa convenga fare per difendere i propri interessi di corpo armato, mantenuto dallo Stato. Gli operai e gli strati più rovinati dalla crisi possono approfittare della situazione, fare i conti con Maduro e contribuire con la lotta di strada alla sua caduta, mettere un’ipoteca sul bel borghese Guaidò e rivoltarsi contro di lui e i padroni che gli stanno dietro nel momento che le promesse di nuovo benessere saranno svanite. Non ci si emancipa dalla miseria cercando il padrone buono e democratico e nemmeno quello che si spaccia per socialista, si esce dalla miseria rovesciandoli entrambi.

L.S.

 

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