Giornale, Numero 5 del 5 febbraio 2019

La marmaglia litiga, la marmaglia si accorda

E’ scontro sulla TAV. Possono anche trovare un accordo, ma devono fare i conti col movimento NO TAV, che è ancora oggi l’elemento centrale. Oppure la crisi economica ha messo […]

E’ scontro sulla TAV. Possono anche trovare un accordo, ma devono fare i conti col movimento NO TAV, che è ancora oggi l’elemento centrale. Oppure la crisi economica ha messo fine all’alleanza Salvini-Di Maio.

Non passa giorno che Di Maio e Salvini non si azzuffino. Ultimo caso la vicenda della TAV. Saremmo degli ingenui se attribuissimo questi scontri a problemi politici o addirittura ideologici. Si confrontano invece gli interessi di due gruppi sociali, la piccola e media borghesia artigiana ed industriale del Nord e la  piccola borghesia artigiana e impiegatizia del Sud, entrambe molto attente a non entrare in conflitto aperto col grande capitale industriale e finanziario che detiene il vero potere economico.  La prima fase del governo Salvini-Di Maio è stata improntata, sul versante strettamente economico, a  rassicurare e garantire gli interessi  finanziari legati al debito pubblico, sulle banche il governo del cambiamento non ha fatto altro che proseguire sulla stessa linea dei predecessori, soldi pubblici per salvare, non le banche, ma i banchieri.  Verso la grande e media industria ancora finanziamenti, incentivi, libertà di licenziare, con la quota cento si darà la possibilità ai manager di mandare a casa gli esuberi con un prepensionamento forzato a carico dei pensionati stessi. Con il macchinoso reddito di cittadinanza lo Stato pagherà per 18 mesi ad ogni nuovo assunto 3\4 del salario, i padroni avranno a disposizione operai  quasi gratuitamente. A ben vedere, sotto il controllo di Conte, astuto capo del governo e del ministro Tria, che sembra un grigio impiegato di provincia ma è invece il  guardiano del debito pubblico, Salvini e Di Maio hanno dovuto calmarsi ed attenuare di molto le loro sfuriate contro i poteri forti, in Italia ed Europa.

Ora la discussione si è centrata sulla TAV, e cioè su commesse per miliardi. Il problema non è sulla più o meno utilità sociale, sul rapporto costi-benefici, il problema è se i padroni  costruttori dell’opera possono o no rinunciare all’affare. La scelta di Salvini è abbracciare pubblicamente gli interessi dei padroni del Nord e di tutti quelli che ruotano attorno agli appalti collegati all’opera. Non può deludere le loro aspettative. Il problema di Di Maio è più politico-elettorale: non perdere consensi facendo marcia indietro, ne ha già fatti tanti dall’ILVA alla TAP. Perdere  consensi vuol dire rischiare di perdere poltrone , e ai nuovi capi politici della piccola borghesia non sembra vero di stare  al governo, e per nessuna ragione sono disposti a mollare il posto.  Cercheranno un accordo, quale potrà essere è nella realtà delle cose.  Bisogna garantire alle imprese che hanno le mani sulla TAV, o che possono metterle, se partono i lavori, un altro osso dello stesso valore, con gli stessi finanziamenti da spolpare. In fondo è solo una questione di commesse già attribuite o da attribuire. Salvini può essere portato ad un accordo, i 5 Stelle gli daranno via libera a tutte le opere infrastrutturali  che vorrà realizzare a Nord e ce ne sono tante “utili ed inutili”, ma tutte capaci di produrre, sfruttando gli operai che ci lavorano, nuovi e consistenti profitti.  Una soluzione del genere potrebbe convenire alla Lega, anche perché l’elemento centrale della vicenda non è il veto di Di Maio, ma la lunga ed estenuante guerra che deve sostenere contro il movimento NO TAV, che si oppone all’opera da decenni ed è ancora forte e potente. Qualunque “imprenditore” e Salvini, che è così sensibile, dovrebbe saperlo, vuole che i suoi operai lavorino “in pace” . Se deve spremerli a dovere non può avere attorno ai cantieri poliziotti antisommossa, manifestanti agguerriti, scontri continui. Ad un certo punto, non ne vale la pena, a meno che il Ministro degli interni non arresti tutta la valle, per tutta la durata dei lavori.  I padroni grandi e piccoli che stanno dietro  Salvini possono accontentarsi di aprire subito altri grandi cantieri  e concentrare lì i loro interessi con la benedizione di tutto il governo.

Sempre che la crisi non spinga, per necessità, i grandi industriali e l’alta finanza  a concentrare tutto il capitale pubblico in loro aiuto, in interventi statali per salvare le imprese e le banche, a quel punto servono anche i pochi miliardi del reddito di cittadinanza e quelli di quota cento. Se la crisi si manifesterà con sempre maggiore forza, il braccio di ferro sulla TAV diventerà il pretesto per far cadere il governo.  La piccola borghesia non riesce a governare da sola, ha bisogno del grande capitale,  deve garantire a questo adeguati profitti e se per incapacità, demagogia, promesse a vanvera, non è in grado di garantirli si deve ritirare. Salvini e Di Maio hanno tentato di fare il loro dovere ,  ora la TAV è un bel banco di prova.

E.A.

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