Giornale, Numero 26 del 26 gennaio 2019

IL CAPORALATO AGRICOLO

Non riguarda solo zone limitate, ma tutto il territorio nazionale. Non è il prodotto di arretratezza ma della più moderna gestione del lavoro schiavistico nelle campagne. La produzione agroalimentare è […]

Non riguarda solo zone limitate, ma tutto il territorio nazionale. Non è il prodotto di arretratezza ma della più moderna gestione del lavoro schiavistico nelle campagne.

La produzione agroalimentare è diventata un processo produttivo che si avvicina sempre di più ad una qualsiasi moderna fabbrica. Una fabbrica che ha un bisogno di un bracciantato flessibilissimo, che lavori per un salario da fame, al di sotto della capacità di riprodursi, e con orari che di norma possono oltrepassare le 10 ore giornaliere, per soddisfare un valore della produzione agricola che nel 2017 si aggirava attorno ai 31.500 milioni di euro (fonte ISTAT). Valore della produzione che pone l’Italia al primo posto tra i maggior produttori agricoli dell’unione europea.

Le aziende agricole occupano quasi un milione di operai agricoli con regolare contratto di lavoro. Di questo milione il 28% sono migranti provenienti da diversi paesi europei ed extraeuropei.

Ma i padroni delle aziende agricole, all’occorrenza, nei picchi produttivi stagionali, possono contare su una manodopera di ventura fatta da un esercito di 430mila operai migranti, senza nessun contratto di lavoro e senza nessuna copertura assicurativa.

Da un controllo fatto in un campione di 7.265 aziende da parte dell’Ispettorato del Lavoro nel 2017, più della metà di queste aziende hanno presentato irregolarità, 5.222 lavoratori non in regola e 3.549 totalmente in nero.

Operai che non hanno nessun tipo di contratto di lavoro, che lavorano con paghe che non riescono nemmeno a garantirgli il mero limite della sopravvivenza, costretti a lavorare, ad ogni schiocco di dita del padrone, che ne richiede l’utilizzo immediato per 12 ore filate al giorno.

Operai gambiani, senegalesi, camerunesi rumeni e pakistani, che oggi raccolgono le olive in Puglia, domani si sfiancheranno di lavoro nei campi di pomodori in Campania, per poi consumarsi nella raccolta delle mele in Trentino Alto Adige o nella vendemmia dei pregiati vini piemontesi, toscana e veneti.

Braccianti della Costa D’Avorio, della Moldavia e dell’Ucraina dai salari che nemmeno sfiorano i 3 euro all’ora si spezzeranno la schiena nella raccolta dei carciofi nell’agro romano o nella raccolta degli agrumi in Calabria e in Sicilia.

Operai del Punjab indiano che 7 giorni su 7 lavorano come mungitori nelle stalle parmigiane e mantovane per produrre il pregiato latte del parmigiano reggiano.

Salariati della Nigeria e della Bulgaria, impiegati per più di 10 ore al giorno nella raccolta dei meloni e delle angurie nel mantovano.

Una massa di operai in continuo movimento da un capo all’altro della penisola dormendo dove capita, in baracche fatiscenti che spesso devono pagare con parte del loro misero salario. Baracche che non hanno né acqua corrente né riscaldamento e nemmeno energia elettrica. Senza nessuna copertura sanitaria, sottoposti nel lavoro a malattie dovute alle intemperie ed ai parassiti e ai veleni degli anticrittogamici sparsi per combattere gli stessi parassiti, cotti dal sole siciliano o fradici dalle piogge autunnali del Nord Italia costretti a lavorare come bestie nelle moderne piantagioni agroalimentari italiane.

Sottoposti a capi bastone che li tormentano continuamente per spingerli a lavorare di più e con più energia, costretti da un’immaginaria palla al piede imposta dal salario della sopravvivenza.

Oltre 4 su 10 dei braccianti sono donne, impiegate sopratutto nelle filiere della raccolta ortofrutticola, frutti delicati che non possono essere raccolti a macchina, con paghe che sono il 20-30 % in meno rispetto agli uomini, spesso soggette a ricatti sessuali. Uno sproporzionante numero di aborti (111 casi avvenuti nel 2016 ) riguarda le donne rumene impiegate nelle serre della provincia di Ragusa, (la terza più grande in Europa per produzione di ortaggi).

In queste condizioni i padroni agrari hanno studiato la condizione migliore per sfruttare la forza lavoro senza “sporcarsi le mani”. Come ottenere una manodopera a prezzi insignificanti e competitivi con il resto dell’Europa?

Semplicemente assoldando caporali che operano al posto loro, intermediazione di manodopera mascherata, che delega la gestione degli operai agricoli a dei caporali che controllano e gestiscono la forza lavoro migrante.

Se in qualche modo dovesse venire in luce una condizione di caporalato si può sempre ricorrere al trucchetto delle agromafie (nuovo termine linguistico ideato ad arte per permettere ai padroni di uscire elegantemente e senza nessuna responsabilità da ogni accusa di sfruttamento della manodopera).

Per far fronte al caporalato, il 29 ottobre 2016 fu approvata dal governo Renzi una legge contro l’utilizzo dei caporali in agricoltura. Una legge del tutto approssimata e truffaldina, una legge che, si colpisce direttamente l’intermediatore di manodopera, ma non colpisce affatto l’utilizzatore della manodopera finale: il padrone.

Infatti la legge stabilisce che : “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. – Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque: 1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;” Ma a reclutare è direttamente il caporale non il padrone agrario, di conseguenza il padrone ne esce ancora bello pulito.

Chi è dunque secondo la legge il responsabile della tratta dei moderni schiavi? Esclusivamente i caporali!

Il padrone agrario ha il modo di uscire ancora una volta bello pulito e senza nessuna implicazione nello sfruttamento di esseri umani. I caporali, i nuovi capò al servizio degli agrari tolgono ai padroni le castagne dal fuoco, i soli responsabili della tratta dei moderni schiavi dell’industria agroalimentare.

Ma nonostante questa legge sia del tutto un bluff insufficiente Salvini, il ministro dell’interno del nuovo governo, ha dichiarato: Il Codice degli appalti invece di semplificare complica, così come la legge sul caporalato invece di semplificare complica. Probabilmente un paese più semplice è un paese meno corrotto”. Salvini con il suo decreto sicurezza vuole garantire ai padroni che tutto tornerà come prima, fornendo ancora dei poveri migranti che il suo decreto ha trasformato in “clandestini” come nuova forza lavoro gratuita ai padroni agrari .

D.C.

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