Giornale, Numero 13 del 13 gennaio 2019

Germania, la produzione crolla

La locomotiva dell’Europa frena. Hanno raccontato che la crisi era alle spalle, non è così. Nuovi licenziamenti e nuova miseria. Gli operai si preparino alla lotta aperta contro i padroni, […]

La locomotiva dell’Europa frena. Hanno raccontato che la crisi era alle spalle, non è così. Nuovi licenziamenti e nuova miseria. Gli operai si preparino alla lotta aperta contro i padroni, non hanno scelta

Con i dati sulla produzione industriale tedesca di novembre pubblicati il 7 gennaio, un crollo del -4,7% rispetto a un anno fa (il peggiore calo nell’industria tedesca dal 2009), -1,9% sul mese precedente, ormai tutti adesso riprendono a parlare di “rallentamento dell’economia”, “recessione tecnica”, “andamento negativo”. Erano però tre mesi che l’industria tedesca diminuiva la produzione, e lo sapevano. Lo sapevano anche i fornitori italiani, gli industrialotti lombardo-veneti, che si son visti sospesi gli ordini dalla Germania da un giorno all’altro. Lo sapeva Tria, che incontrava a Roma il 19 dicembre il Presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca.

Con la pubblicazione degli analoghi dati italiani di ieri, 11 gennaio, è partita anche la manfrina delle dichiarazioni degli esponenti del governo, con annessa figuraccia di Di Maio. E’ ministro dello sviluppo economico e del lavoro, ma candidamente annuncia (forse che i suoi impiegati al Mise non han fatto in tempo ad avvisarlo della appena avvenuta pubblicazione dell’Istat?) di credere: che “un nuovo boom economico possa nascere”, “come negli anni 60”. Il poveretto pensa non solo che le autostrade in cemento e asfalto si possano equiparare a quelle digitali, ma anche che basti credere nel boom perché questo si realizzi. Non capisce niente delle regole del capitale, ma d’altra parte non dicevano tutti così? E’ rimasto con il cerino in mano, ma fino soltanto all’altroieri non ce n’era uno che narrando di questioni economiche non fosse pronto a dichiarare che la Grande Recessione del 2008 fosse stata superata.

Oggi, gennaio 2019, anche il faro della Germania, locomotrice che avrebbe dovuto, lentamente invero, trascinare i miserabili vagoncini degli industrialotti italiani, si spegne. Promettevano bassi salari e condizioni peggiori agli appena licenziati, ma almeno un lavoro. Produrre e vendere alla macchina industriale tedesca e attraverso essa anche al resto del mondo. Si accorgono ora che già da tre mesi (da settembre a novembre) i suoi principali indicatori industriali segnalavano che quella stessa macchina si stesse fermando. Ora aspettano, pateticamente, anche il dato del pil del quarto trimestre del 2018. Ragionieri da quattro soldi che non riescono a spiegarsi come sia possibile che il ciclo economico del capitale non riesca a ripartire seriamente e vivono alla giornata favoleggiando gli anni ‘60.

Quello che veramente si devono aspettare gli operai europei è che alla miseria di questi ultimi anni con l’illusione del superamento della crisi, si aggiunga la miseria dei nuovi licenziamenti con la ricaduta nella crisi. Un mese fa avevamo raccontato dei 15mila licenziamenti annunciati dalla General Motors. Due giorni fa la Ford ha annunciato che taglierà migliaia di posti di lavoro in Europa, “dove attualmente impiega circa 54mila dipendenti”. Quanti operai delle 15 fabbriche europee della Ford dovranno venire questa volta licenziati? Seguiranno gli altri gruppi automobilistici, Volkswagen, Fca, Toyota, ma i capitali anche negli altri settori non potranno non adeguarsi al nuovo livello di miseria operaia e sfruttamento. Se non si adegueranno, per le leggi economiche del capitale, non avrà senso che operino, dovranno fermarsi, altri licenziamenti.

Poi ci diranno che un’altra “recessione tecnica” è “inaspettatamente” arrivata, e così via. Fino a quando gli operai accetteranno di subire o decideranno collettivamente di mettere, una buona volta, la parola fine a tutto ciò.

R.P.

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