Giornale, Numero 28 del 28 dicembre 2018

Da Renzi a Di Maio la libertà di licenziare non si tocca

Di Maio in campagna elettorale aveva promesso l’abolizione del Jobs act. Si è occupato dei contratti a termine, di dignità del lavoro, ma la libertà di licenziare di Renzi è […]

Di Maio in campagna elettorale aveva promesso l’abolizione del Jobs act. Si è occupato dei contratti a termine, di dignità del lavoro, ma la libertà di licenziare di Renzi è rimasta tale e quale.

Caro Operai Contro, la libertà dei licenziamenti facili è rimasta identica a quella del governo Renzi. Di Maio tra la promessa di abolire lo “sfruttamento” e l’affermazione di aver “abolito la povertà”, un vero insulto per i poveri, ha invece monetizzato ulteriormente i licenziamenti, sproloquiando ed emanando un decreto sulla “dignità del lavoro”, lasciando intatti i licenziamenti facili.

Si ricorderà che in campagna elettorale Di Maio, prometteva l’abolizione del Jobs Act, per non essere da meno di Salvini, che sbruffonava a vanvera l’abolizione della legge Fornero.

Le 2 promesse non mantenute ma che hanno portato voti, avevano creato non poche aspettative, per questo molti lavoratori avevano votato 5 Stelle, speranzosi e illusi nell’abolizione dei licenziamenti per ragioni economiche e dei licenziamenti senza giusta causa.

La libertà dei licenziamenti facili, è una grossa palla al piede nelle rivendicazioni degli operai, che hanno anche i salari fermi da 11 anni: dal 2007!

Di Maio non ha imparato la lezione dell’armatore Achille Lauro, lui sì che manteneva le promesse, regalando una scarpa prima delle elezioni e la seconda dopo le elezioni, se dalle urne uscivano i voti attesi.

5 Stelle ha avuto di più dei voti attesi, ma arrivati al governo con la Lega, entrambi con la carica di vice premier, Salvini e Di Maio i 2 intrepidi eroi con le natiche al posto delle guance, hanno ignorato proprio le promesse che riguardano operai e lavoratori. E finora purtroppo non si son visti gilet gialli in azione.

I licenziamenti facili sono più che mai all’ordine del giorno. Di questo alla piccola borghesia che ha votato Lega e 5 Stelle, non interessa più di tanto, la cosa non li sfiora. A padroni, padroncini e bottegai, interessa che i salari restino fermi al 2007, interessano le scappatoie per evadere le tasse, o pagarne il meno possibile, versare meno contributi all’Inail per i loro dipendenti, recuperare i “risparmi” che negli ultimi anni le banche hanno divorato loro. Ai padroni interessa campo libero per le infrastrutture, prestiti agevolati, ecc. ecc. Insomma tutte quelle ragioni per le quali i padroni si sono mobilitati, nelle ultime settimane, nelle piazze e promuovendo conferenze, in prima persona, senza deleghe a chicchessia.

Per questo la manovra finanziaria del governo Conte, va incontro alle richieste di padroni e padroncini. Mentre sono stati ridimensionati sia il reddito di cittadinanza, la cui entrata in vigore è stata rimandata, escludendo 700 mila persone dagli aventi diritto; sia quota 100 per le pensioni, che rischia di slittare alla fine del 2019, con l’assegno mensile della pensione decurtato del 30%.

Se qualche operaio ha votato 5 Stelle, ora ha una prova in più che gli interessi della propria classe, non vengono fatti propri (se non strumentalmente) dalle altre classi, neanche dalla piccola borghesia che nella piramide sociale è più vicina agli operai.

Una riconferma per gli operai, della necessità di organizzarsi nel proprio partito.

Saluti Oxervator

 

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