Giornale, Numero 6 del 6 deicembre 2018

Il piano G.M. licenziare per investire

14 mila operai a casa, altro che investire per assumere come gli illusionisti del capitalismo raccontano. La G.M. chiude 7 stabilimenti, deve fare i conti con la sovrapproduzione di auto […]

14 mila operai a casa, altro che investire per assumere come gli illusionisti del capitalismo raccontano. La G.M. chiude 7 stabilimenti, deve fare i conti con la sovrapproduzione di auto e ha bisogno di 5 miliardi di dollari da investire nell’auto elettrica.

Ecco alcuni titoli di giornale che potrebbero apparirvi se conducete una ricerca veloce alla voce General Motors, primo produttore auto negli Stati Uniti. Primo titolo: “GM, licenziamenti e cessione di marchi per superare la crisi”. Secondo titolo: “General Motors ha allo studio un drastico piano di licenziamenti”. Terzo titolo: “GM taglia 14.700 posti di lavoro: verso la chiusura di 7 stabilimenti”.

Ebbene i primi due titoli sono del Sole 24 ore del luglio 2007 e da lì a breve la crisi si abbatté su tutti i mercati del mondo. Mentre il terzo è sempre del Sole 24 ore, ma del 26 novembre scorso. Sono passati undici anni, una vera e propria bancarotta, il salvataggio da parte dello Stato, la ripresa della produzione con meno operai a condizioni di lavoro peggiori, salari più bassi e ritmi maggiori. E ora? Nuovamente la stessa identica situazione del 2007. Anche questa volta il campanello d’allarme è suonato con i primi dati negativi sulle vendite di auto. Accompagnati da quelli dell’ampio utilizzo del credito. La Ford da questo punto di vista pare essere la più inguaiata con un ricorso al debito arrivato ad 80 miliardi di dollari che l’agenzia di rating Moodys ha etichettato poco sopra ai titoli spazzatura.

Anche questa volta come nel 2007, tutti i produttori hanno fatto ampio ricorso agli incentivi alle vendite con il credito al consumo, il quale però ha portato ad un aumento dell’indebitamento familiare per la rata della macchina al 525 $ mensili, 20 $ in più dell’anno precedente. Un indebitamento complessivo legato alle auto che ha superato i mille miliardi. A questo punto la saturazione del mercato Usa è tornata a farsi vedere. Con clienti sempre più indebitati e dai consumi immiseriti, con operai dai salari miserabili, ecco ripresentarsi la solita ciclica malattia del capitale: la sovrapproduzione. GM, Ford e Fiat-Chrysler, ma anche i produttori europei di auto hanno sperato nel mercato cinese che è ormai per vendita di auto il primo al mondo. Dal 2008 il mercato cinese è passato da 6,7 milioni di auto vendute agli odierni 21 milioni. Ma ad agosto di quest’anno è emerso che anche in Cina buona parte degli acquisti di auto avvengono tramite il credito. In particolare attraverso le piattaforme di prestiti. Un sistema di finanziamento, cosiddetto ombra, che travalica il sistema bancario tradizionale e che il governo ha cercato ripetutamente di controllare. Con il solo risultato che a ogni intervento di regolamentazione è seguito immediatamente l’esplodere della sovrapproduzione nei settori che il credito ombra finanzia.

Prima hanno cominciato a rivolgersi a queste piattaforme di credito i piccoli e medi padroni che dalle banche non ricevevano credito, poi vi ha fatto ricorso il credito al consumo, compreso quello che finanzia le vendite di automobili. Quando tra luglio e agosto molte di queste piattaforme da usurai cybernetici sono fallite, l’onda lunga cinese si è aggiunta al mar agitato statunitense del mercato internazionale delle automobili, a cui ricorrono, val la pena ricordarlo, anche i produttori europei. Così puntualmente tra settembre e ottobre sono arrivati i dati sul calo delle vendite, a fine novembre (“a sorpresa”?) la General Motors ha comunicato come affronterà la nuova crisi di sovrapproduzione: la chiusura di 7 fabbriche e il licenziamento di 15 mila operai. Con buona pace di Trump con il suo “far di nuovo grande l’America”, dei protezionisti, e di tutti coloro che alle loro balle di come si supera la crisi danno seguito.

R.P.

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