Giornale, Numero 6 del 6 dicembre 2018

IL PREFETTO DI REGGIO CALABRIA SOFFRE DI STRABISMO

Suruwa Jaitek, 18 anni, del Gambia, muore bruciato in una capanna dell’accampamento di San Ferdinando in Calabria. Vivono qui accampati in baracche e tende più di tremila braccianti agricoli. Lavorano […]

Suruwa Jaitek, 18 anni, del Gambia, muore bruciato in una capanna dell’accampamento di San Ferdinando in Calabria. Vivono qui accampati in baracche e tende più di tremila braccianti agricoli. Lavorano alla raccolta di agrumi, senza contratto, per pochi euro al giorno, nelle mani dei caporali.

I furbi, dai giornalisti ai funzionari dello Stato, fissano l’attenzione sull’incendio, sul povero immigrato bruciato, indagano se ci sia dolo o si tratti di una stufetta sfuggita al controllo. Non hanno nessun interesse ad alzare gli occhi e guardare intorno, a chiedersi perché c’è un accampamento del genere da anni, chi sono gli abitanti, e sotto quale padrone sono costretti a lavorare dall’alba al tramonto. Come si chiamano i loro “datori di lavoro” che li sfruttano nell’illegalità. Il prefetto di Reggio Calabria è comparso per televisione ed ha esposto la sua soluzione “l’obiettivo finale è lo smantellamento della baraccopoli” tende ci vogliono, tende. Veramente un servitore dello Stato, un uomo della legalità un po’ strabico. Assente fino a ieri oggi non vede il caporalato, non conosce le condizioni di irregolarità in cui lavorano i braccianti di colore, ma si sa se sono irregolari costano di meno e rendono di più. Veri e propri schiavi nella moderna società italiana che si scopre sempre più legalitaria e perbenista. Ma il Prefetto non vede e non sente, una spiegazione di questo strabismo può essere cercata nel grande peso sociale dei padroni delle coltivazioni nel territorio, nell’influenza che esercitano i manager delle grandi ditte di distribuzione che ogni tanto si fanno vedere in zona. Ogni operaio immigrato morto o ucciso solleva il solito sdegno contro la disumanizzazione del vivere nel ghetto, contro la piaga del caporalato, come piace a loro definirla. Dura 48 ore, due giorni e poi si ricomincia, tutto torna come prima, a meno che una furiosa ribellione dei braccianti neri non li spaventi. Allora forse qualcosa cambierà veramente.

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