Giornale, Numero 4 del 4 dicembre 2018

LA FRANCIA BRUCIA

Non c’è altro modo per farsi sentire. I governi sono capaci di sopportare qualunque protesta pacifica, nei limiti della loro legalità. Possono imporre pesanti misure antipopolari e uscirne al massimo […]

Non c’è altro modo per farsi sentire. I governi sono capaci di sopportare qualunque protesta pacifica, nei limiti della loro legalità. Possono imporre pesanti misure antipopolari e uscirne al massimo con una manifestazione processione con tanti cori e bandiere. Ma il vento è cambiato, la Francia apre la strada, per essere presi in considerazione bisogna bloccare tutto, portare la rabbia al centro delle città, è la prepotenza dei governi che spinge in questa direzione ed è li che bisogna andare.

 Dopo oltre due settimane di blocchi stradali dei rivoltosi Francesi, Macron voleva bloccarli. Ha chiesto al primo ministro Francese di trattare con alcuni rappresentanti moderati della protesta. Ma i rappresentanti moderati pronti a trattare sono stati minacciati di morte dai rivoltosi.

A questo punto l’unica via d’uscita per calmare le acque è che il governo si dimetta”: lo dice una delle portavoce dei gilet gialli minacciati di morte dagli elementi più radicali del movimento, Jacline Mouraud, Quello che sta accadendo “è allucinante. Il movimento iniziato pacificamente sta sfuggendo ad ogni logica e ragionevolezza”. Questo è il pericolo oggi per i padroni,  ogni protesta si può trasformare in rivolta.

Operai e disoccupati, la piccola borghesia commerciale artigiana ed ambulante, i contadini più impoveriti, tutti stremati dalla crisi, sono scesi nelle strade e nelle piazze francesi per protestare contro il governo Macron.

La tradizione francese di ricorre alla sommossa di strada, alle barricate è un’usanza consolidata dalla loro storia e ben radicata nella pratica politica delle classi sociali francesi.

La mobilitazione, differentemente dalla vulgata dei sinistri nostrani che individua come sia il Rassemblement national di Le Pen a fomentare la protesta, è al contrario maggiormente avvenuta in zone storicamente dove  i collegi della “sinistra” avevano la maggioranza e comunque le parole d’ordine dei blocchi hanno caratteristiche, oltre che contro l’aumento del carburante , contro il governo “antiproletario” di Macron e contro la borghesia cittadina che disprezza la povertà e con arroganza rivendica, per i propri interessi, un aria più pulita e una farlocca battaglia ecologista. La destra lepenista, ha subito annusato l’aria ed ha cercato immediatamente di mettere la zampa nella protesta e tentando di fare da portavoce dei gilets jaune, lo stesso ha fatto la sinistra che si dice “rivoluzionaria”, ma ne gli uni ne gli altri sono riusciti a cavalcare i blocchi e le manifestazioni.

A dire il vero, le proteste francesi contro i governi borghesi sono incominciate già dal 2016. Gli scioperi contro il Jobs Act del governo di Manuel Valls hanno visto gli operai delle raffinerie bloccare per protesta i depositi carburante, obbligando la polizia ad intervenire con idranti e lacrimogeni per disperdere i picchetti,  seguiti poi dagli scioperi dei portuali, dagli operai del settore energetico, dai macchinisti dei treni, dei piloti e dai lavoratori trasporto pubblico e degli studenti, che hanno bloccato la Francia per più e più giorni contro i provvedimenti del governo, perciò una delle molle del malcontento, che di fatto hanno fatto “precipitare “ la situazione non sono affatto da attribuire al ceto medio impoverito, come strumentalmente i mas media tendono a  dimostrare.

la manifestazione di Parigi, anche se non ha coinvolto i numeri che tutti si aspettavano, ma per i grandi numeri ci vuole un’organizzazione potente, si è trasformata in una vera e propria guerriglia.

Sugli Champs Elysees avvolti dai lacrimogeni della polizia la battaglia ha assunto decisamente un’altra prospettiva, lo scontro con lo stato si è dimostrato decisamente nel suo aspetto più reale e radicale. Il livello dello scontro è stato portato in una delle strade più sfavillanti della borghesia francese, i danni alle luccicanti vetrine, all’arredo urbano, la costruzione delle barricate il lancio di sampietrini, al di là di qualche sventolio di bandiere tricolori, sono stati fatti da quelli che la stampa definisce casseur ma nella realtà sono disoccupati e proletari delle banlieue più colpite dalla crisi.

Ora come andrà a finire la protesta nessuno è in grado di dirlo, di certo gli operai hanno tutto da imparare da queste proteste e da questi scontri.

Se si vuole contare socialmente questa è la strada che bisogna percorrere.

D.C.

 

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