Giornale, Numero 24 del 24 novembre 2018

Delitto e castigo nel Sahel

Non da oggi è stato decretato come tale. Un delitto in piena regola, quasi perfetto non fosse per i sopravvissuti che scavano sentieri nel deserto. L’utopica idea di fare delle […]

Non da oggi è stato decretato come tale. Un delitto in piena regola, quasi perfetto non fosse per i sopravvissuti che scavano sentieri nel deserto. L’utopica idea di fare delle frontiere dei luoghi di transito per l’umana mobilità è ormai un atto tra i più sovversivi. Dichiarare che il mondo, così com’è pensato, non è che una serie di muri e fili spinati organizzati è inconcepibile. Muoversi, portandosi dietro radici nomadi, suona come un’eresia contemporanea. Il diritto di inventare la coniugazione del verbo viaggiare è insostenibile, se non si danno prima garanzie di lealtà al sistema. L’unico modello accettabile è quello del turista, che si sposta senza punto cambiare. Dal Messico all’Angola, dal Sahel al Mediterraneo, il delitto di volere un futuro differente è giudicato e poi condannato come sovversivo. Migrare è un crimine passibile delle pene previste e impreviste dalla legge.

I campi di detenzione amministrativa in Europa, poi tradotti in campi di tortura in Libia sono altrove adattati in case di transito e riparazione nel Niger. Il principio non cambia. Il delitto di mobilità va punito, in modo esemplare, simbolico e reale. L’impero al crepuscolo non sopporta l’arrivo dei ‘barbari’ che ne assediano i confini. La contaminazione sarebbe fatale perchè arriva da fuori del corpo sociale e senza nessun cordone sanitario. Il castigo si organizza anche tramite i progetti di sviluppo, fondamentante legati all’improbabile stabilizazione delle velleità mobili dei soggetti in cerca di giustizia sociale. Se poi si vuole definitivamente affossare lo spirito di novità latente dei disobbedienti sarà sufficiente fare appello alle Organizzazioni Non Governative. Il mondo umanitario avrà nel frattempo ricevuto le istruzioni necessarie per renderle non solo innoque ma funzionali al sistema.

Gli altri delitti sono ben noti. Osare rivendicare la parola e la dignità confiscata da parte di giovani, contadini e attivisti dei diritti umani è un’azione riprovevole. Organizzare un’informazione libera che provi ad illuminare la reltà è un’offesa al senso comune. Rifiutarsi di lasciarsi comprare dal mercato dell’impostura e dalla guerra senza fine risulta insopportabile per qualunque potere che si rispetti. Osare rivendicare il diritto alla sicurezza alimentare, all’educazione per tutti e ad una vita degna è considerato come un attentato all’ordine pubblico. Questi ed altri delitti sono punibili a termine di legge che, invece di proteggere i deboli, si è industriata per garantire i forti. Le prigioni di regime sono la punizione privilegiata e riconosciuta per questo tipo di efferati delitti. Ma il castigo peggiore consiste nella schiavitù volontaria e l’autocensura dei perpetratori. Il sistema allora ha vinto.

Non per molto tempo. Per chi sa profetizzare i muri sono già dipinti di fiori e i fili spinati utilizzati come stenditoi di biancheria. Il silenzio dei poveri è diventato una melodia di liberazione. In quel giorno, giustizia e pace si abbracciano sorridendo. Cominciando dal Sahel.

                                               Mauro Armanino, Niamey, novembre 2018

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