Giornale, Numero 29 del 29 ottobre 2018

Trump, un passo avanti a tutti del capitale in crisi

Trump è un passo avanti, sempre. Le altre borghesie nazionali si interrogano sulle sue mosse, commentatori e analisti sono sempre pronti a fornire le loro interpretazioni, ma inevitabilmente vengono spiazzati […]

Trump è un passo avanti, sempre. Le altre borghesie nazionali si interrogano sulle sue mosse, commentatori e analisti sono sempre pronti a fornire le loro interpretazioni, ma inevitabilmente vengono spiazzati da una sua nuova boutade. Che nel breve tempo si scopre che ghiribizzo e battuta non è, poiché, se non altro, impone agli altri stati una immediata rincorsa sullo stesso terreno.

Nella guerra commerciale ha introdotto una marcia forzata in cui ogni sei mesi un nuovo dazio protezionistico viene adottato, le commissioni incaricate lavorano a pieno regime per sfornare nuovi report. A quel punto Trump chiama gli addetti stampa che gli organizzano in pompa magna la sceneggiata per il pubblico degli elettori. Se un twitt (un cinguettio, appunto) rende paradossale la ben corposa risoluzione, se la dichiarazione sgrammaticata a un comizio elettorale può far pensare che sia solo iperbole retorica, poi la firma apposta al decreto presidenziale, con immancabile foto con le comparse dei lavoratori che il Presidente starebbe proteggendo dal nemico (cinese, russo, canadese, europeo, ecc.), detta concretamente al mondo intero il nuovo corso dell’economia: il protezionismo sul mercato delle merci. E le altre grandi potenze commerciali si devono adeguare, ricorrendo a loro volta a dazi di ritorsione o accettando accordi bilaterali in cui il capitale Usa ne esce vincente. Una vittoria ottenuta di potenza, una soccombenza accettata con rancore.

Non è solo una questione ideologica sul libero mercato, il quale se ne va a gambe all’aria proprio per iniziativa del rappresentante della borghesia che ne aveva fatto una bandiera per l’intero mondo. E’ più che altro il riaffermare con la forza, agli altri grandi paesi capitalisti, il ruolo di prima potenza capitalistica. E quando questa economia politica viene imposta nel pieno della crisi generale del capitale non può che generare in tutte le borghesie nazionali, sorelle nemiche pronte a scannarsi alla bisogna, risentimenti e contrasti forieri di ben più gravi confronti da quelli della semplice concorrenza economica.

Sotto questa luce, allora, assume un particolare significato l’ultima “boutade” di Trump circa la decisione di ritirarsi dal trattato INF con la Russia. Con l’Intermediate-Range Nuclear Forces(INF) nel lontano 1987 le due superpotenze nucleari, Usa e Urss, si impegnarono in controlli reciproci per arrivare alla completa eliminazione dei cosiddetti missili balistici terrestri installati in Europa. Negli anni successivi 2700 di questi missili vennero distrutti sia a Ovest da parte Nato, che a Est da parte della ex Unione Sovietica.

Ora, ben guardandosi dal collegare il ritiro dal trattato INF alla crisi del capitale e alla conseguente guerra commerciale, tutti gli analisti concordano tuttavia che dietro al paravento della Russia vi stia l’obbiettivo della seconda potenza mondiale, la Cina. Così scrivono ad esempio: con il ritiro di Trump dal trattato “Washington potrebbe schierare missili a medio raggio a Taiwan, in Corea del Sud, Giappone e nell’Europa Orientale minacciando Pechino e Mosca con armi che potrebbero raggiungere con una testata atomica il bersaglio in tempi di volo brevissimi”.

Ciò ancora una volta imporrebbe a Russia, ma soprattutto alla Cina, con “la forza”, questa volta militare, la volontà del grande capitale statunitense. Al grande capitale russo e cinese non resterà che procedere nello stesso modo sul terreno militare, e anche con maggior intensità, per ridurre l’enorme differenza con gli Usa. Un altro passo avanti sarà a quel punto compiuto.

R.P.

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