Giornale, Numero 7 del 7 ottobre 2018

” NOI LICENZIATI DELLA FIAT. LA NOSTRA POVERTA’ UN MONITO

La sentenza della Cassazione che li ha lasciati senza lavoro e senza stipendio è arrivata lo scorso 6 giugno. Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore […]

La sentenza della Cassazione che li ha lasciati senza lavoro e senza stipendio è arrivata lo scorso 6 giugno. Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore da allora vivono senza alcun reddito, anzi devono restituire due anni di paghe a Fca. I cinque oggi sono al Maschio Angioino di Napoli: il pomeriggio si discute di obbligo di fedeltà al datore di lavoro, dalle 21 recital teatrali e musica, ingresso libero a sottoscrizione. L’intera giornata servirà a raccontare la loro storia ma anche a capire come funzione il principio «dell’obbligo di fedeltà», applicato dai giudici nel dispositivo della sentenza definitiva e che si sta ritorcendo anche contro Micaela Quintavalle, autista e sindacalista dell’Atac, licenziata per aver denunciato il cattivo funzionamento dei mezzi pubblici a Roma: avrebbe «violato il codice etico e leso l’onorabilità dell’Atac».

L’odissea dei cinque operai della Fiat di Pomigliano d’Arco comincia nel 2014, quando inscenano il funerale dell’ad Sergio Marchionne davanti ai cancelli dello stabilimento. L’azienda li licenziò, decisione confermata dal tribunale di Nola ma annullata nel 2016 in Appello. Gli ermellini a giugno hanno dato ragione al Lingotto: «Le modalità espressive della critica hanno travalicato i limiti di rispetto della democratica convivenza», con «un comportamento idoneo a ledere definitivamente la fiducia alla base del rapporto di lavoro». Di parere opposta era stata la Corte d’Appello: i giudici avevano condannato Fca «alla reintegrazione dei lavoratori nonché al risarcimento del danno».

I cinque in fabbrica non sono mai tornati, per due anni l’azienda li ha tenuti a casa a paga intera, lontani dai colleghi. Adesso dovranno restituire gli stipendi: «Se consideriamo il Tfr che devo avere, devo ridare a Fca 7.300 euro – racconta Mignano -, soldi che non ho perché dal 2014 al 2016 sono stato senza paga, con una famiglia da mantenere. Ci siamo caricati tutti di debiti. Questa è stata la forza dell’azienda: costringerci alla povertà come monito per tutti i lavoratori del gruppo. Ma avevamo ragione noi: dal 2008 ripetiamo che il piano Marchionne va bene solo per gli azionisti. Dopo dieci anni viene fuori che ci sono ancora sul tavolo 2.200 esuberi a Pomigliano e, dopo tutti i sacrifici imposti ai dipendenti e i turni di lavoro molto oltre quanto il fisico può sopportare, sentiamo parlare di licenziamenti».

Quando Marchionne è morto la storia dei cinque è finita in secondo piano: «I nostri morti non li ha pianti nessuno – prosegue Mignano -. Quando inscenammo il funerale dell’ad Fiat, tre nostri colleghi si erano tolti la vita dopo anni di cassa integrazione a zero ore. La loro storia non la ricorda nessuno. Quando il 6 giugno è arrivata la sentenza di Cassazione, a Roma c’era un incontro al ministero del Lavoro tra Fca e sindacati. Il più alto in grado del Lingotto al tavolo ebbe la notizia ed esultò col pugno in aria, quando gli chiesero cosa fosse successo disse: “Abbiamo sconfitto Mignano e gli altri”. Questi sono i padroni, felici di buttare per strada cinque operai».

Quello stesso giorno Mimmo era a Pomigliano: davanti casa del neoministro Luigi Di Maio si cosparse il corpo di benzina. Il capo politico dei 5S, quella sera, gli promise che il Movimento non li avrebbe lasciati soli: «La prossima settimana ci accamperemo davanti al Mise – conclude Mignano -, il reddito di inclusione non ci interessa. I lavoratori hanno diritto a esercitare una professione, avere una giusta paga e non barattare la dignità con concessioni. Accettare i meccanismi del reddito di inclusione significherebbe buttare via decenni di lotte».

Dal Manifesto

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