Giornale, Numero4 del 4 ottobre 2018

Alla ricerca del lavoro perduto

Lavoro, lavoro, lavoro …. ci hanno veramente stufato. Siamo ad un livello di scissione fra realtà e apparenza che una parola come lavoro è capace di galleggiare sulla superficie della […]

Lavoro, lavoro, lavoro …. ci hanno veramente stufato. Siamo ad un livello di scissione fra realtà e apparenza che una parola come lavoro è capace di galleggiare sulla superficie della società, passando di bocca in bocca, senza limiti, dando a chiunque la pronunci la patente di chi ha capito veramente il problema della società odierna. Si confondono bellamente il lavoro libero e il lavoro a salario pur sapendo che la maggioranza della popolazione può lavorare solo se vende la sua capacità lavorativa ad un padrone, e ne può trarre quanto basta a sopravvivere solo se trova un padrone che lo occupa.

Si cerca il lavoro: semplificazione che vuol dire che la maggioranza cerca un padrone per cui lavorare e ricevere in cambio un salario. Cerchiamo un lavoro per vivere perché in questa società non c’è altra strada. Questa società è strutturata in modo che una massa della popolazione non ha i mezzi per produrre alcunché, deve trovare qualcuno, il “santo imprenditore”, che compri la sua forza lavoro, la metta in contatto con i mezzi di produzione, gli faccia produrre una merce particolare e la venda facendo un profitto. Gli operai che hanno trovato il fantastico lavoro, lo sanno bene. In cambio di un salario sono costretti a sottomettersi al dispotismo del padrone che usa la loro vita lavorativa nelle condizioni che gli sono più utili. Una contraddizione esplosiva: il lavoro salariato ci ha reso schiavi, ma, in questa società, senza il lavoro salariato moriamo di fame. Una contraddizione che qualunque operaio capisce quando cerca il lavoro, lo cerca come una maledizione. Sa che la vita non è lavorare legato ad una catena, è fuori da questa costrizione che potrebbe iniziare a vivere realmente. Certo che più un individuo è privo di qualunque sostentamento, più sarà spinto a rincorrere il lavoro salariato come mezzo per uscire dalla miseria, ma nessuno può sostenere che il ricatto della fame sia la base di una scelta libera lavorativa.

Quando per televisione si ciancia sulla necessità di creare lavoro, in realtà si vuole dare un padrone a tutti. Che ciò venga nascosto con la voglia benefattrice di dare a tutti un reddito non cambia la sostanza. Si rende manifesta invece una sola cosa: una classe sociale può vivere, e vivere nel senso letterale del termine, solo se fa arricchire colui che la impiega. Il lavoro, per la maggioranza della popolazione, o è salariato o non è.

Ma alle classi superiori conviene mitizzare il lavoro, non dargli nessuna determinazione economica, rappresentarlo principalmente come attività umana, come fondamento di un ruolo sociale e, solo secondariamente, che produce anche “reddito”. Le condizioni di lavoro e come viene remunerato interessano poco, non se ne parla mai. Sono poco importanti per chi viene pagato con parcelle milionarie, la loro soddisfazione è poter lavorare realizzando i propri i desideri, siano essi politici, intellettuali, di potere. La differenza sostanziale fra chi lavora su una linea di montaggio, in un sottoscala, nei campi per un miserabile salario e chi lavora in un Ministero, in un grande ufficio dirigenziale è sotterrata.

L’immancabile frase magica “ci vuole il lavoro” mette a tutti la coscienza a posto. Non a noi operai. Sappiamo quanto pesa la schiavitù di un lavoro al servizio di un padrone, con l’acqua alla gola cerchiamo qualcuno che compri le nostre braccia, ma ciò non elimina la necessità di porre fine al ricatto del padrone: lavori solo se mi rendi un profitto e mi rendi un profitto solo se vivi ai limiti della miseria, perché di più non posso darti.

Oggi si è ridotta la domanda di lavoro salariato, non ci sono padroni disposti ad assumere operai, e così gli stregoni si mettono “al lavoro”.

La prima ricetta: bisogna finanziare in vario modo i padroni, ridurre le tasse, rendere più conveniente la forza lavoro. Ma il padrone resiste, ha bisogno di quella quantità di operai, non di più. Anzi ne ha in soprannumero. Vuol produrre le merci che può vendere ad un determinato saggio di profitto, la crisi di sovrapproduzione lo ha messo a terra, i contributi statali lo aiuteranno ad aumentare il suo capitale, ma non ad assumere gli operai finché la crisi non viene superata e un nuovo ciclo di sviluppo mondiale della produzione si realizzi.

La seconda ricetta: far incontrare domanda e offerta di lavoro tramite strumenti tecnici, i Centri per l’impiego. In una fase in cui la domanda cala e l’offerta sale, in due movimenti contrapposti, pensare che il “lavoro” di un qualche impiegato le faccia incontrare è pura utopia, a meno che non si imponga per legge l’assunzione di un determinato numero di dipendenti per ogni impresa. Fantasia che è per il libero mercato una bestemmia solo a pensarla. A questa seconda ricetta è legata la pressione affinché i disoccupati cerchino il lavoro con più determinazione. Non si devono preoccupare, è la stessa natura del lavoro salariato che spinge chi non ha nient’altro che le sue braccia da vendere a cercare fra i padroni un acquirente. Certo che se i compratori non si trovano da anni, non potete chiedere ai poveri di elemosinare tutti i giorni un lavoro che non c’è. Troveranno per sopravvivere altre strade.

E.A.

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