Giornale, Numero 22 del 22 giugno 2018

Alla fine c’è il baratro

Oggi entrano in vigore i dazi europei nei confronti di merci Usa. Sono la risposta europea a quelli messi da Trump su acciaio (25%) e alluminio (10%) varati a inizio […]

Oggi entrano in vigore i dazi europei nei confronti di merci Usa. Sono la risposta europea a quelli messi da Trump su acciaio (25%) e alluminio (10%) varati a inizio giugno. La guerra commerciale ormai in corso non vede più alcuna differenza tra storiche grandi potenze che si dicevano alleate. I trattati di libero scambio sono carta straccia, il WTO un pezzo da museo.

Oggi alla cronaca sono 2,8 miliardi di dollari messi dalla Ue su prodotti americani: acciaio, barche, moto (Harley-Davidson), tessili, prodotti agricoli (mais, tabacco, riso), prodotti alimentari (burro di arachidi), bourbon. Cui seguiranno altri 3,6 miliardi per pareggiare con il valore di quelli messi dagli Usa.

Ai primi di giugno sono partiti quelli messicani dal valore di 3 miliardi di dollari e sono stati pensati per colpire settori dell’economia statunitense legati a stati da cui provengono importanti esponenti del Partito Repubblicano, cioè quello del presidente Donald Trump. Per esempio: l’acciaio che arriva dallo stato dell’Indiana da cui proviene il vice presidente statunitense Mike Pence; le barche a motore che arrivano dalla Florida da cui proviene il senatore Marco Rubio; i prodotti agricoli della California da cui arriva il capo dei Repubblicani alla Camera, Kevin McCarthy.

Ai primi di luglio partiranno quelli canadesi che ammonteranno a 16,6 miliardi di dollari canadesi, l’equivalente di quelli messi da Trump sull’acciaio e l’alluminio esportato da Ottawa negli Usa. Per Trudeau, il giovane premier canadese, i dazi Usa sono “totalmente inaccettabili” e “un affronto” ad un paese i cui soldati han combattuto fianco a fianco con quelli statunitensi per decenni.

Il 6 luglio sarà la volta dei dazi che metterà la Cina su circa 34 miliardi di merci Usa importate. Ad essere colpiti dalle nuove tariffe doganali saranno prodotti agroalimentari (semi di soia, mais, grano, sorgo, carne di manzo e di maiale, pesce, formaggi), ma anche automobili. Per altri beni come medicine, materiale medico e prodotti energetici la data in cui verranno introdotte le tariffe sarà comunicata più avanti.

Ora si aspetta la controcontromossa di Trump e gli “esperti economici” discettano amabilmente su fin dove potrà arrivare la guerra dei dazi: la Cina ha meno carte – ci raccontano – perché importa meno di quanto esporti negli Usa, dando così implicitamente ragione a Trump e al suo machismo. Ma allora i capitalisti tedeschi che in percentuale sono forse i più grandi esportatori al mondo non son forse quelli più colpiti? E la guerra dal commercio internazionale non potrebbe degenerare alle valute e ai titoli di stato che finanziano i debiti nazionali? La Cina che detiene nelle proprie riserve titoli del tesoro Usa per 1,18 trilioni di dollari potrebbe decidere, se i dazi mettessero in ginocchio il capitale industriale cinese, di alzare il tiro e per ritorsione di venderli in massa. Anche questa possibilità ogni tanto si concretizza tra le non troppo velate minacce di Russia e Cina.

La realtà è che nessun politico o commentatore si azzarda a dire che su questa strada finirà male, molto male. Ma non per il commercio mondiale e il libero scambio, con la vittoria del protezionismo, bensì perché porta a un tale inasprimento dei rapporti economici e politici tra le grandi potenze da spingere le borghesie nazionali a ben altri confronti, non più economici, ma militari. Alla fine di questa strada, intrapresa da governanti senza remore per le ripercussioni che hanno le loro minacce, ritorsioni, dazi, vi è il baratro. Loro giocano con il fuoco, ma ci bruceremo tutti noi.

R.P.

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