Giornale, Numero 19 del 19 giugno 2018

La pacchia degli operai agricoli nella piana di Gioia Tauro

San Ferdinando, Taurianova, Rosarno, Rizziconi, comuni della Piana di Gioia Tauro dove, nel nuovo serbatoio della produzione agricola italiana , si stanno sperimentando nuovi sistemi di schiavismo agricolo/industriale. Nella sola […]

San Ferdinando, Taurianova, Rosarno, Rizziconi, comuni della Piana di Gioia Tauro dove, nel nuovo serbatoio della produzione agricola italiana , si stanno sperimentando nuovi sistemi di schiavismo agricolo/industriale. Nella sola zona di San Ferdinando lavorano più di 2500 giovani operai agricoli emigrati, la cui età media è sotto i 35 anni di età, una gioventù proveniente, per la maggior parte, dall’Africa sub sahariana. Una gioventù la cui vita è legata indissolubilmente ai ritmi di lavoro della produzione agricola al prezzo di un salario da fame in condizioni disumane. Con nemmeno i mezzi di sussistenza necessari a tenere in moto la propria forza lavoro, raccolgono clementine, olive pomodori producendo migliaia di tonnellate di derrate alimentare che finiscono quotidianamente sulle tavole di tutta Europa.

Dei braccianti operai, che malgrado la giovane età, presentano una serie di patologie spaventose: difficoltà di respirazione, problemi di digestione, dolori ossei. In inverno accusano principi di congelamento di mani e piedi, mentre in estate i casi di collasso da colpo di calore sono quasi la norma e le infezioni da fungine e da parassiti della frutta e della verdura non si contano.

Dormono in catapecchie senza acqua corrente, senza riscaldamento, senza corrente elettrica con materassi logori che appoggiano direttamente sulla terra, si preparano il pasto serale su piccoli bracieri o addirittura su fuochi all’aperto, senza nessun servizio igenico e senza nessuna raccolta della spazzatura.

I kapò che li trasportano pretendono tre euro per portarli sui campi di lavoro a quaranta chilometri dal ghetto dove vivono, taglieggiando cosi il loro già misero salario; 25 /30 euro al giorno per 12/14 ore di lavoro per sette giorni su sette, senza nessuna pausa.

Questa è la loro pacchia.

Salgono alla ribalta solo ed esclusivamente quando qualcuno di loro viene ammazzato a fucilate da caporali mafiosi che esercitano il diritto di vita o di morte su chi osa ribellarsi, ma la “notorietà” ha la durata di n lampo e riscuote poca o nulla solidarietà e in breve tempo vengono subito dimenticati sparendo da giornali e dai social network.

Così è stato immediatamente dimenticato Soumaila Sacko, l’operaio agricolo assassinato da un mafioso locale per aver tentato di creare un fronte di resistenza operaio a questo lurido sfruttamento. L’Usb (il sindacato a cui Soumaila faceva riferimento) dopo un comunicato di denuncia, una raccolta di fondi e una richiesta di incontro con il presidente della camera Roberto Fico; una pagliacciata che finirà in niente se non in una presa di posizione del governo a sostegno delle necessità delle imprese agricole della zona, non ha fatto più nulla. Ben si è guardato il sindacato dal lanciare una possibile piattaforma rivendicativa, sull’onda delle proteste e degli scioperi subito effettuati dagli operai di San Ferdinando.

Una piattaforma che mettesse al centro il salario, l’orario e le condizioni di lavoro a cui questi operai agricoli sono sottoposti, cercando di unificare gli operai ed allargare il fronte di lotta attorno a queste rivendicazioni.

Ma le proteste dei migranti cominciate subito dopo l’assassinio di Soumaila non si fermeranno di certo. Come Soumaila Sacko ha rappresentato un elemento di resistenza ai padroni così altri migranti operai riusciranno a riprendere le lotte salariali nel settore agricolo.

D.C.

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