Giornale, Numero 18 del 18 giugno 2018

Ricchi e Poveri

La natura non è un ortolano che in un solco fa crescere le zucchine e nell’altro le melanzane: la natura cioè, non crea da sola ricchi da una parte e […]

La natura non è un ortolano che in un solco fa crescere le zucchine e nell’altro le melanzane: la natura cioè, non crea da sola ricchi da una parte e poveri dall’altra.
Non esistono, per quanto spesso ci vogliano far credere, da un lato un élite industriosa, intelligente e soprattutto parsimoniosa e dall’altra gentaglia oziosa, incapace, che non fa che dissipare tutto il proprio patrimonio.
Ricchi si diventa per circostanze diverse: per eredità, per fortuna, per capacità individuali di cogliere le occasioni, o perché si viene aiutati o peggio attraverso il furto, il saccheggio, la violenza.
La condizione di povertà altresì, riflette in negativo la stessa strada: sfortuna, mancanza di istruzione, assenza di forme di assistenza, o perché si viene espropriati attraverso il furto, la violenza o più facilmente attraverso meccanismi legali o fiscali di varia natura.
Il Processo di concentrazione di ricchezza pubblica a vantaggio di pochi invece, avviene attraverso meccanismi diversi. Intanto presuppone una classe dirigente e un apparato statale ben disposto, piegato ai bisogni delle élite. Il passaggio successivo consiste nel dotare l’apparato degli strumenti necessari per favorirne la concentrazione.
Uno di questi, sicuramente è il meccanismo del debito pubblico. Una tenia che si autoalimenta ogni anno e che funge da alibi per ogni misura volta a rastrellare risorse dalla popolazione per destinarle alle classi più ricche. Un processo infernale che agisce attraverso l’imposizione fiscale.
Ma hanno la stessa funzione il credito bancario, i fallimenti e le esecuzioni giudiziarie, i pignoramenti, la cessione del quinto, gli espropri per pubblica necessità. Tutto porta a polarizzare le risorse che vengono poi destinate a penalizzare le classi più povere.

A volte il trucco per appropriarsi di ingenti quantità di ricchezza consiste nel dichiarare quel dato investimento, strategico per l’interesse di tutti, come se fosse un ospedale, o una scuola, anche se lo stesso sarà poi utile solo ad alcuni.
In questo modo destinare la ricchezza collettiva alla realizzazione di grandi opere spesso inutili, diventa lo sport preferito degli amministratori pubblici consenzienti.

In questa direzione si inserisce il progetto di fabbrica4.0 approntato dall’ex governo Renzi e dal suo ex ministro del lavoro Calenda. Il piano è quasi totalmente fiscale. Prevede incentivi in quattro anni per un valore di 13 miliardi di euro che a loro volta dovrebbero mobilitare 23 miliardi di investimenti privati (10 in tecnologie più 11,3 in ricerca e sviluppo e 2,6 in venture capitale e start-up). A questo, lo Stato ha aggiunto un insieme di finanziamenti e azioni varie per altri 100 milioni di euro, volte a creare sette centri di competenza di alto livello universitario, scelti fra gli atenei più meritevoli (Politecnico di Milano, Torino e Bari, Scuola Sant’Anna di Pisa, Università di Napoli, Università Venete), che verrebbero messe in rete e considerate come un unico grande ateneo in grado di formare studenti e manager attivi nella robotizzazione dei processi produttivi e, aggiungiamo noi, nella lobotomizzazione dei cervelli.
Come si può vedere, non si tratta di zucchine né tanto meno di melanzane: parliamo di quattrini e tanti, necessari perché come affermano i principali media, “L’Industry4.0 potrebbe essere qualcosa di paragonabile all’introduzione dell’elettrificazione nel 18esimo secolo, o all’avvento dell’informatica negli anni Settanta del secolo scorso. Un fenomeno gigantesco che permetterà di generare un effetto moltiplicatore positivo su tutto il sistema Italia, incrementando produttività e competitività internazionale”. E soprattutto i profitti. E non fa nulla se tutto questo porterà disoccupazione e nuova miseria. La possibilità di incrementare i profitti è un fattore di interesse strategico nazionale e giustifica il furto delle imposte, la loro concentrazione nelle casse dello Stato e la loro destinazione nelle capienti tasche degli industriali. Una giostra infernale da interrompere al più presto se vogliamo impedire che la ricchezza che abbiamo prodotto ieri sia utilizzata per impoverirci domani.
F.A.

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