Giornale, Numero 17 del 17 maggio 2018

Le clausole di salvaguardia e l’aumento dell’IVA

Venire a capo e risolvere il mistero di cosa sono realmente, e cosa e chi han generato le clausole di salvaguardia non è immediato. Di certo ci sono gli effetti […]

Venire a capo e risolvere il mistero di cosa sono realmente, e cosa e chi han generato le clausole di salvaguardia non è immediato. Di certo ci sono gli effetti di queste clausole: o il taglio delle spese dello Stato (uscite nel bilancio dello Stato); o l’aumento delle tasse indirette, IVA o accise (come quelle sulla benzina).

Il risultato deve (dovrebbe) essere che il debito dello Stato italiano, terzo più alto al mondo in percentuale sul pil (132%), non può (potrebbe) ulteriormente salire per deficit di bilancio. Cosa che peraltro, governo dopo governo, puntualmente si dimostra una gigantesca balla. Tanto che c’è anche chi si è divertito a creare un inesorabile “contatore”dell’aumento del debito italiano aggiornato ogni 3 secondi (http://www.brunoleoni.it/il-debito-pubblico-sul-tuo-sito).

 

Dopo le ultime elezioni, con l’affermazione delle nuove rappresentanze della piccola-media borghesia italiana, tutti sono tornati a parlare della tenuta dei conti dello Stato.

Il giornale del grande capitale, il sole24ore, un mese fa riportava le dichiarazioni di Boccia, presidente di Confindustria: “Ricorrere al deficit per Boccia significa anche aumentare il debito pubblico, «un lusso che non ci possiamo permettere». Se accanto al blocco dell’Iva si aggiugne il reddito di cittadinanza, la revisione della Fornero ed altri elementi per il presidente di Confindustria si arriva ad interventi che quotano quasi 50 miliardi: «dove prendiamo queste risorse?»”.

Ovviamente quando si trattava di salvare banche o agevolare il capitale industriale nell’ammodernamento dei macchinari i precedenti governi non si son troppo preoccupati se quel “lusso ce lo si poteva permettere”. Tantomeno Boccia e Confindustria che di quell’aumento del debito pubblico ne sono stati i principali beneficiari.

Ora invece tutti a rievocare le clausole di salvaguardia. Un meccanismo apparentemente diabolico perché chiama il “nuovo” governo a rispondere di coperture finanziarie lasciate dai precedenti.

Occorre allora ricordare, magari in primis proprio al Salvini della Lega che si presenta come verginello, che le clausole di salvaguardia furono introdotte per la prima volta proprio dal IV governo Berlusconi (Popolo della libertà e Lega) nell’agosto 2011 con il decreto legge 138/2011 (decreto di ferragosto). Di fronte al rischio di default dello Stato venne aumentata l’aliquota Iva dal 20 al 21%, (700 milioni nel 2011 e 4,2 miliardi annui dal 2012), ma soprattutto si posero le basi di un meccanismo di garanzia per il mercato dei titoli di Stato che nessun governo della borghesia da allora ha più messo in discussione. La clausola da allora suona più o meno così: se entro la tal data dell’anno successivo (settembre 2012) il governo non riuscisse a trovare tot (20) miliardi da tagli di spesa, quelle stesse risorse verranno automaticamente reperite con un taglio delle agevolazioni fiscali o un aumento delle imposte indirette (Iva e accise sui carburanti).

 

Il governo Berlusconi cadde 3 mesi dopo, ma le clausole di salvaguardia vennero più volte riprese da tutti i governi successivi. Il cosiddetto governo dei tecnici di Monti che subentrò nel novembre 2011, affinò il meccanismo peggiorandolo. I mercati in piena crisi ancora non si fidavano dello Stato italiano e la garanzia messa da Berlusconi non era sufficiente: nel 2012 l’aliquota ordinaria- promette Monti- andrà al 23%, quella ridotta passerà dal 10 al 12%. Due punti percentuali di nuove entrate in più sui prezzi di tutte le merci. Ecco qui chiarirsi definitivamente il giochetto delle clausole appositamente inventato in piena crisi per tranquillizzare i rentiers dei titoli di Stato. Una legge che di anno in anno viene votata dal parlamento italiano che garantisce: 1) che nei vari enti dello Stato i tecnici e i funzionari d’apparato e alla fine il governo sono impegnati a trovare le risorse necessarie alle uscite; 2) nel caso ciò non avvenga o avvenga parzialmente, attraverso aumenti delle aliquote Iva, ovvero maggior tassazione sulle merci che tutti consumano verranno recuperati i miliardi, fissati e scritti a bilancio in anticipo, che mancano alla quadratura dei conti dello Stato.

Il governo Monti, ad esempio, con quelle nuove aliquote Iva garantì ai mercati nel novembre 2011, entrate al bilancio 2012 per 13,4 miliardi. In seguito tra novembre e marzo varò le famigerate leggi su pensioni (Fornero) e lavoro. E a quel punto, a manovre assestate, nel luglio 2012, spostò la data di entrata in vigore dell’aumento dell’Iva dal settembre 2012 al luglio 2013.

 

Nell’aprile 2013 subentra il governo Letta (appoggiato dal Pdl di Berlusconi fino a novembre) che per luglio trova solo 1 miliardo di risparmi, abbastanza per spostare l’entrata in vigore della nuova Iva solo fino a ottobre. E così che l’Iva aumenta nuovamente al 22%. Ma Letta vincola il successivo governo a trovare 3 miliardi di euro per l’anno 2015, 7 miliardi per l’anno 2016 e 10 miliardi a decorrere dal 2017, altrimenti in automatico scatteranno dei tagli alle detrazioni delle tasse e agevolazioni fiscali.

È la volta del governo Renzi, febbraio 2014, che tra sterilizzazioni di quanto lasciatogli da Letta e nuove clausole che si autoimpone per 2015-17 sposta ancora in avanti l’asticella dell’Iva. Un incremento per il 2018 dal 10% all’11,5% dell’aliquota ridotta e un passaggio dal 22% al 25% per l’aliquota ordinaria. Questa volta a ereditare la clausola Iva e dover trovare risorse per spostare le scadenze è il governo Gentiloni, ci riesce per tutto il 2017 e 2018, ma il gioco ricomincia dal 2019. E siamo arrivati all’oggi dell’eventuale governo Lega-5S

Per la totale sterilizzazione dell’aumento Iva 2019, il prossimo governo dovrà reperire 12,4 miliardi. Altrimenti le clausole di salvaguardia prevedono che l’aliquota del 22% passerà al 24,2% dal 1° gennaio 2019; al 24,9% a decorrere dal 1° gennaio 2020 e al 25% a decorrere dal 1° gennaio 2021. Ma anche l’aliquota ridotta, quella associata ai prodotti di prima necessità come pane e latte, subirà aumenti programmati dal 10% all’11,5% dal 1° gennaio 2019; al 13% dal gennaio 2020.

I mercati possono stare tranquilli, ma anche i poveri cristi che si vedranno scaricare sul loro potere d’acquisto le maggiori uscite dello Stato. Il tutto per finanziare i padroni nell’ammodernamento dei loro macchinari o per salvare gli azionisti di banche fallite.

R.P.

 

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