Giornale, Numero 16 del 16 aprile 2018

Aprile 1945. L’ingegnere della Caproni viene giustiziato

Da Senza tregua di Giovanni pesce Negli anni prima della guerra lavorare alla Caproni, in tuta bianca, significava sfuggire all’Etiopia e dal 1937 in poi alla Spagna quando, invece di […]

Da Senza tregua di Giovanni pesce

Negli anni prima della guerra lavorare alla Caproni, in tuta bianca, significava sfuggire all’Etiopia e dal 1937 in poi alla Spagna quando, invece di sbarcare a Massaua gli emigranti scendevano a terra a Tangeri, prima di ripartire per il fronte iberico. Lavorare alla Caproni significava sicurezza di un lavoro: idrovolanti, bimotori, aerei da primato, una produzione moderna, un clima artigianale. La Caproni era simbolo di prestigio, nonostante un declino che nessuno immaginava imminente.

Lavorare alla Caproni, come in altri stabilimenti del tempo definiti “di interesse nazionale” permetteva all’operaio di sfuggire alla incerta sorte dei più. Le maestranze erano il fior fiore della gioventù operaia italiana. Perfino il regime doveva chiudere un occhio su certe insofferenze perché aveva bisogno degli operai della Caproni per la sua produzione. Se molti erano antifascisti, erano tuttavia capaci. Si lasciava perdere.

Con la guerra i tempi si fanno più duri. Cadono le bombe.

La disciplina si inasprisce. Il 25 luglio sembra che il calvario sia bruscamente interrotto. L’8 settembre, mentre i Savoia scappano a Pescara e i ricchi del Nord in Svizzera, gli operai occupano la fabbrica; si impadroniscono di duecento mitragliatrici e si preparano a resistere. Ma Milano capitola e gli operai della Caproni non possono far la guerra da soli. In fabbrica, lentamente riprende l’attività. Le duecento mitragliatrici scompaiono in luogo più sicuro. Prima in Via Manzoni, alla sede del comitato di Liberazione, e poi a Cernobbio dove servono ad armare uno dei primi reparti partigiani.

Alla Caproni ritorna il colonnello Cesarini, una specie di gigante, una bestia inferocita, l’immagine della prepotenza e del terrore. Ostenta la violenza e il cinismo. Assiste agli arresti; firma personalmente ogni atto di repressione. È insolente, ottuso, sanguinario. L’uomo che prima della guerra in fabbrica era incaricato della disciplina aziendale, ora e l’incarnazione della vendetta e della rappresaglia; l’immagine stessa del fascismo repubblichino.

Ordina la schedatura degli antifascisti che si sono distinti nel periodo badogliano. Molti fanno già parte dell’organizzazione clandestina che ha già cominciato ad operare in fabbrica. Ha inizio il confronto senza quartiere tra i repubblichini della brigata nera che presidia gli stabilimenti e sorveglia gli uomini, li spia e li arresta e gli uomini dell’organizzazione clandestina che preparano le azioni di sabotaggio, che reclutano i combattenti per le formazioni di montagna e si sforzano di neutralizzare delatori e aguzzini.

L’ingegnere Giovanni Cervi, dirigente di Giustizia e Libertà portato a San Vittore, viene fucilato all’Arena, in una mattina nebbiosa dell’ottobre del 43. È la prima vittima del colonnello Cesarini.

L’assassinio alimenta un’atmosfera di odio; la presenza del gerarca e una provocazione continua sia quando, in ufficio, interroga gli operai, sia quando passeggia di reparto in reparto, seguito dai pretoriani. Gli operai proclamano lo sciopero: ben quattromila si assentano dal lavoro.

Le rappresaglie creano vuoti in ogni reparto. Se il compagno di lavoro non si fa vedere per un giorno o due non vi e dubbio che sia in prigione. Dalla prigione molti partiranno per la Germania; altri moriranno su qualche piazza o a qualche angolo di via, impiccati. Lo si saprà scorrendo i giornali o leggendo i nomi dei “banditi” fucilati. Nel frattempo bisogna stare in guardia: attorno al posto dell’assente si aggira uno sgherro della Muti o una faccia sospetta di spia; bisogna evitare di chiedere notizie del compagno per non subire la stessa sorte.

Contro i 30 della Muti agli ordini di Cesarini gli operai resistono ma non cedono. Dopo lo sciopero dell’ottobre, altri si succedono in novembre e in dicembre: le rivendicazioni aziendali mascherano i motivi politici. L’organizzazione clandestina comincia anch’essa a vibrare i suoi colpi. A novembre uno dei trenta repubblichini della Caproni, uno dei più feroci, mentre passa in via Aselli, viene abbattuto da alcuni colpi di pistola. E’ stato uno dei gappisti della Caproni. Ha vendicato l’ingegnere Cervi e gli operai deportati e imprigionati.

Furore alla Caproni: centinaia di operai vengono deportati. Molti lasciano la fabbrica, se ne vanno in montagna, coi partigiani. La 196ª brigata Garibaldi costituita all’interno della Caproni fa saltare la cabina elettrica, sabota gli aeroplani e costruisce sotto lo sguardo dei repubblichini, i micidiali chiodi a tre punte che bloccheranno le auto nazifasciste.

Arresti, deportazioni e l’allontanamento dalla fabbrica di molti dirigenti della lotta clandestina, non impediscono la massiccia partecipazione agli scioperi del marzo 1944. La situazione si aggrava. Non si tratta piú di arresti isolati ma di decimazioni in massa. Il problema numero uno del movimento clandestino della città e quello di eliminare Cesarini. L’uomo è riuscito ad imporre il terrore ed è quasi impossibile mobilitare le energie ancora vive perché la sorveglianza e incessante e la rappresaglia durissima. La lotta continua, ma in condizioni estremamente ardue.

Cesarini e all’apice della sua potenza. È voce autorevole della federazione repubblichina, e il “padrone” della Caproni, dispone come vuole dei suoi uomini, una pattuglia dei quali lo segue sempre, in fabbrica come a casa, ovunque si sposti. Gli ultimi mesi del 1944 e i primi del ’45 sono penosi per tutti. Il freddo entra nelle case prive di riscaldamento; la fame incombe; i lugubri manifesti delle condanne capitali tappezzano i muri; i plotoni di esecuzione della Muti, delle SS, dell’Aeronautica repubblichina si alternano al Campo Giuriati. Basta un sospetto per cadere nelle mani degli oppressori. Il nemico avverte che l’ora del tramonto si avvicina. Da ogni finestra può partire un colpo di fucile, dalla mano di un “gappista” che attende ad un angolo di via può giungere la morte. La paura aumenta la ferocia. Dai lampioni pendono i corpi dei patrioti impiccati; i rastrellamenti diventano più spietati; alla Caproni Cesarini infuria.

Per il solito canale nascosto, mi avvertono che un compagno del Comando regionale lombardo mi attenderà nel pomeriggio di domenica in un bar. Il proprietario è un militante insospettato. Ci troveremo nel suo locale per fumare una sigaretta e giocare una partita a carte. Tutto normale, ma proprio mentre attendo la domenica apprendo dalle cronache dei giornali che sono stati arrestati alcuni garibaldini. Non si fanno nomi. La polizia repubblichina e vigile e prudente. Quale anello della nostra catena e stato rotto? Tuttavia ho l’impressione che la notizia nasconda qualcosa di strano. Si accenna ad un attentato criminale sventato dalle forze di sicurezza della repubblica di Salò; l’operazione si sarebbe conclusa con alcuni arresti. Non si fa neppure cenno della località e si Parla solo genericamente di Milano città.

Abitualmente, quando notizie di questo genere vengono pubblicate, si concludono immediatamente con l’annuncio di una o più esecuzioni capitali. Stavolta non se ne accenna neppure. Sembra una notizia trabocchetto. La prudenza mi impone di controllare per prima cosa l’invito a incontrare un compagno del Comando: tutto e regolare. Non e possibile che vi siano state infiltrazioni spionistiche. Il mio controllo e minuzioso. Risalgo a ritroso lungo il collegamento che ha permesso ad Alberganti di avvertirmi. Tutto e regolare; ma alla domenica, prima di entrare nel bar, controllo anche più accuratamente del solito i dintorni. Almeno in apparenza non c’e ombra di poliziotti o di repubblichini in borghese.

Dentro, nei due locali, l’atmosfera e tranquilla. Gente che gioca una partita a biliardo con l’impegno e l’abbandono dei giorni di pace, chi beve il surrogato di caffè o un bicchiere di vino. L’odore delle sigarette e pestilenziale. Un tipo anziano, in un angolo, le confeziona per tutti gli avventori del locale con foglie di platano conservate chissà come, forse dall’inverno precedente. L’atmosfera e irrespirabile. Vicino al telefono, davanti a un bicchiere di birra, sta Alberganti, una vecchia conoscenza del confino di Ventotene. Siamo due vecchi del mestiere e non ci perdiamo in convenevoli. Siamo tutti e due abbastanza preoccupati. Alberganti perché sa quel che e accaduto e io perché lo ignoro. Gli arresti annunciati dal giornale non ci sono stati, ma un’azione importante e fallita e, quel che e peggio, gli esecutori hanno rinunciato al compito dopo aver messo a repentaglio le loro vite. I repubblichini li avevano individuati con le armi in pugno. Non ci sono stati arresti perché nessuno si e salvato conclude Alberganti. “E’ la terza volta che il tentativo fallisce.”

In parole povere, il quarto tentativo di togliere dalla circolazione il boia della Caproni tocca a me. Naturalmente il Comando mi lascia libero di decidere e di accettare é una settimana per rifletterci. Tanto vale decidere subito ed eliminare il rischio di un altro incontro. Accetto. Alberganti mi batte la mano sulla spalla e se ne va. Indugio un po’ e sto per andarmene anche io quando una voce mi richiama perentoriamente quando sto per varcare la soglia. La mano mi corre alla tasca dove tengo la pistola; e il cameriere che reclama il conto di Alberganti che non e stato pagato. Mi vien da ridere. Rivedendolo dopo tanti anni mi ero ricordato solo del suo straordinario coraggio, non di queste sue piccole avarizie. Lascio una buona mancia.

Tra le tante azioni fatte questa e una delle peggiori. Meglio operare da solo. Mando a dire ai miei gappisti che ci sarà una breve pausa e che ne approfittino per leggere e studiare, come insegnava Gramsci. Chissà se lo faranno! D’altra parte non hanno molte altre distrazioni, visto che la regola della clandestinità esige che rimangano tappati in casa, in prigionia volontaria.

Anch’io sono chiuso in casa, davanti allo schizzo della zona in cui si dovrà concludere l’operazione Cesarini: Viale Mugello, angolo Corso XXII Marzo, di qua una salumeria, proprio di fronte alla fermata del tram e, dall’altra parte, un vecchio magazzino. In astratto lo schema dell’azione e facile; quando decido di verificarne la rispondenza coi luoghi mi rendo conto che la cosa non sta in piedi; la zona e completamente allo scoperto, sia Viale Mugello, sia piazza Grandi, formicolante di poliziotti; sia viale Campania larghissimo e diritto, ideale campo di tiro dei guardiani di Cesarini.

Trascorro una notte tutt’altro che tranquilla. La mattina dopo ritorno sul posto. Compro un etto di mortadella e un po’ di formaggio, poi sorseggio un caffè in un bar all’angolo con viale Campania. Mi sorprende d’essere più tranquillo. La zona e scopertissima ma il vecchio magazzeno abbandonato non potrebbe non favorire la fuga. Un’altra soluzione ancora mi viene suggerita da un operaio dell’acquedotto che sta scendendo in un tombino. Potrei tentare anch’io di sollevare il chiusino per cercare nel sottosuolo un’altra via di uscita. Accendo una sigaretta proprio accanto all’operaio. Mi chiede del fuoco. Getto il fiammifero spento, ne prendo un altro e con calma, gli accendo la sigaretta. Barattiamo quattro chiacchiere sul tempo e sul loro lavoro sotterraneo. Alle fine ne so abbastanza per potermi servire in caso di necessità della buca e orientarmi nel sottosuolo per alcune centinaia di metri prima di riemergere dal chiusino più discosto.

Il vecchio magazzeno abbandonato resta tuttavia quello che offre le migliori possibilità di salvezza: ha una porta secondaria su un’altra strada, grandi finestre facili da scavalcare, un cancello scorrevole sui cardini. Il magazzeno non ha custodi. Occorrono le chiavi per entrare, ma a questo provvederà un compagno fabbro.

Mi sveglio di notte. In strada c’e brusio di voci forse di militari. Scosto le imposte, sono soldati. Il risveglio riaccende in me preoccupazioni e tensione. Quante ore trascorrono? Dalle imposte filtra la luce dell’alba. Scatta qualcosa in me. Il volto di Cesarini, l’immagine della potenza e della viltà che entra in fabbrica e colpisce gli inermi. O forse il ricordo di una lontana alba in terra spagnola?

Alle sette del mattino, con le chiavi che tintinnano in tasca, e l’occhio attento sul quadrante dell’orologio, mi faccio accompagnare da un compagno in bicicletta in viale Mugello. Scendo, passeggio un po’ davanti alla salumeria, proprio a due passi dalla fermata del tram. Sono le 7,20 e mi scopro impaziente e tranquillo.

In strada c’e gente. Tra poco gli operai dovranno entrare al lavoro e i tram transitano sempre più affollati. Alla fermata attigua si affollano uomini e donne. Da piazza Grandi spunta Cesarini. L’ho visto poche volte ma so che e lui, il personaggio di sempre, il nemico da combattere ovunque, in Spagna, in Francia, in Italia, a Milano. Ha fatto deportare centinaia di operai e di tecnici, quasi tutti ad Auschwitz, ha fatto imprigionare e fucilare compagni e amici. Ora anche lui sta arrivando all’ultima fermata assieme ai due militi armati di mitra che lo scortano. Non ho bisogno di muovermi. È lui stesso che mi viene incontro col passo tracotante, di chi non vuole nessuno sul suo cammino. Ma sulla sua via ci sono io, il figlio dell’operaio piemontese fuggito in Francia per non subire la prepotenza dei Cesarini di ieri e di oggi. Gli sbarro la strada.

Gli spiano in faccia le due rivoltelle e la sua faccia rivela soltanto stupore. Non avrebbe mai creduto possibile che qualcuno osasse fermarlo. Gli grido forte, perché gli operai che sono attorno sentano: “Cesarini, hai finito di deportare i lavoratori della Caproni.” Sparo. Tenta di mettere mano alla fondina ma e già a terra assieme a uno dei suoi accompagnatori. L’altro cerca di togliersi di spalla il mitra, ma non fa in tempo. Le mie armi sono scariche. Grido: “Giustizia è fatta, insorgete contro il fascismo.” La gente che, al rumore degli spari, si e gettata a terra, si alza e applaude. Alcuni gridano: “Hanno ucciso Cesarini, evviva.”

È il momento di fuggire. La strada e libera. Non val la pena di addentrarsi nel vecchio magazzino. Balzo sulla bicicletta e pedalo rabbiosamente. Un capitano d’aviazione mi si para davanti brandendo una rivoltella; punto la mia scarica e l’eroe di Salò lascia cadere l’arma e fugge. Me ne vado senza altri incidenti.

Giustizia e fatta. Gli operai che prendono il tram diranno in fabbrica, di lì a poco, la grande notizia: il boia della Caproni, l’assassino di centinaia di operai, è stato giustiziato.

Giovanni Pesce, nato a Visone d’Acqui nel 1918, emigrato con la famiglia in Francia, visse l’infanzia e l’adolescenza a La Grand Combe.

Nel 1936 partì volontario per la Spagna con le brigate internazionali e fu in prima fila in tutte le grandi battaglie della Guerra Civile. Tornato in Italia fu arrestato e deportato a Ventotene. Liberato nell’agosto 1943, si unì al movimento partigiano. Medaglia d’oro per la resistenza.

Da Senza tregua, del 1967, è stato tratto l’omonimo documentario di Marco Pozzi del 2003.

E’ morto a Milano nel 2007 a 89 anni.

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