Giornale, Numero 3 del 3 dicembre 2017

L’aspettativa di vita secondo il Ministero della salute

Caro Operai Contro, il ministro della salute Beatrice Lorenzin, ha scoperto che sulla salute, incidono “le diseguaglianze economiche e sociali”. Lo studio promosso dal Ministero misura l’aspettativa di vita considerando […]

Caro Operai Contro,

il ministro della salute Beatrice Lorenzin, ha scoperto che sulla salute, incidono “le diseguaglianze economiche e sociali”. Lo studio promosso dal Ministero misura l’aspettativa di vita considerando l’età delle persone che muoiono, e contandole sulla base del lavoro che facevano nella vita. Siamo lontano anni luce dal misurare una reale aspettativa di vita. Un calcolo che dovrebbe basarsi su quante persone entrano nel mercato del lavoro per ogni settore, mansione e categoria, e fare poi la differenza con quanti ne escono dal mercato del lavoro, come quando, perché e in quali condizioni. In questo modo gli operai morti sul lavoro o deceduti per malattie professionali, abbassano di molto l’aspettativa di vita di tutta la categoria degli operai.

La stessa indagine del Ministero, rileva che il 7,8% degli italiani, circa cinque milioni, ha rinunciato a curarsi. Mentre per 6-7 milioni di persone – dice la Lorenzin ministro della salute – “E’ emerso un problema di deprivazione”. Un modo subdolo per dire che fanno la fame.

Saluti O. V.

 

Allego articolo da La Stampa del 2 dicembre 2017

Perché i laureati vivono più a lungo: di fronte alla malattia non siamo tutti uguali

A rilevarlo è il Rapporto “L’Italia per l’equità nella salute” promosso dal Ministero

Di fronte alla malattia siamo tutti uguali, recita il detto. Nulla di più falso. Per capire quanto incidano le diseguaglianze economiche e sociali sulla salute basta un dato su tutti: i maschi italiani laureati possono sperare di vivere 3 anni in più rispetto a chi non è andato oltre l’istruzione obbligatoria. E se salissimo su un bus della salute che dai quartieri alto borghesi della collina torinese ci portasse alla barriera operaia del nordovest scopriremmo di aver perso sei mesi di aspettativa di vita ogni chilometro percorso. Ancora, «esempi analoghi si osservano anche in altre aree metropolitane», perché ammalarsi, curarsi, fare prevenzione o non subire danni da stress lavorativo dipende più di quanto possa immaginarsi dalle condizioni sociali. A rilevarlo è il Rapporto “L’Italia per l’equità nella salute” promosso dal Ministero della salute e realizzato da una task force composta da Istituto superiore di sanità, Aifa, Agenzia per i servizi sanitari regionali e Inmp, l’Istituto per il contrasto delle malattie nella povertà.

Una fotografia delle diseguaglianze evidenti quando parliamo di patologie gravi, favorite da stili di vita insalubri, più diffusi tra i ceti meno abbienti e poco istruiti. L’Aids ad esempio tra le donne a basso tasso di istruzione miete vittime quasi sei volte tanto che tra i laureati. Il diabete circa quattro volte di più e nel tumore allo stomaco i casi sono doppi sia tra gli uomini che tra le donne.

Tra le persone con reddito superiore alla media, la metà della popolazione inizia a dichiararsi non più in buona salute intorno ai 70 anni. Tra quelle a basso reddito ci si comincia a sentire acciaccati tra i 60 e i 64. Poi ci sono i fattori di rischio psicosociale. Nella provincia torinese la percentuale di persone esposte a stress lavorativo tra gli operai è doppia rispetto a quella riscontrata tra gli impiegati. E il passaggio da quella condizione al disturbo psichico vero e proprio è breve.

Diseguali siamo anche davanti alle cure e agli accertamenti per prevenire le malattie. Le barriere economiche si fanno insormontabili per i pazienti a basso reddito quando parliamo di cure dentarie o di liste d’attesa troppo lunghe che dirottano nel privato. O ancora quando bisogna fare un accertamento prima che un grave problema di salute venga diagnosticato, esonerandoci così dai super-ticket. Fatto è che il 7,8% degli italiani, circa cinque milioni, ha rinunciato a curarsi. Le differenze comunque non finiscono qui. Gli italiani meno istruiti ricorrono più spesso alle visite generiche e all’ospedale, meno agli esami diagnostici e alle visite specialistiche, dove ticket e liste d’attesa fanno da ostacolo. Così tra i meno abbienti cresce anche il tasso di cure inappropriate.

«E’ emerso un problema di deprivazione ma se riusciamo ad intervenire in modo selettivo su 6-7 milioni di persone sarà un cambio di rotta per il Paese», ha detto il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin. Che intanto è pronta a presentare un nuovo piano taglia-liste d’attesa

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