Giornale, Numero 28 del 28 agosto 2017

Claudio Fava si riaffaccia alle regionali siciliane

Sono incessanti i richiami alla sinistra ed alla costruzione di un gruppo politico, che ha la pretesa di essere antagonista al partitismo bieco e consociativista, ma che non ha un […]

Sono incessanti i richiami alla sinistra ed alla costruzione di un gruppo politico, che ha la pretesa di essere antagonista al partitismo bieco e consociativista, ma che non ha un concreto progetto di emancipazione sociale ed economica, e che prende le distanze dall’idea di socialismo scientifico, dialettico e rivoluzionario. Che cos’è questa sinistra? perchè deve essere ancora traghettata dai dinosauri nella tempesta di una coscienza ormai priva di connotazione? In Sicilia Claudio Fava non può pensare di continuare a campare di rendita, questo tempo è finito e non è possibile rincorrere la diversità e l’alternativa cavalcando ancora la politica sul groppone “del significante della parola sinistra”, per darsi un contegno differente.
Sulle ceneri dei concetti [interpretazioni] di socialismo e di democrazia non puó costruirsi alcunchè di sociale e di politico e dal mio punto di vista (comunista e libertario) vedo questa “sinistra” molto più prossima alla socialdemocrazia, tesa alla normalizzazione ed alla conciliazione, con un occhio alla pratica ed al razionalismo dell’occidente americano, figlia e vittima nel contempo del sistema capitalistico. Questo atteggiamento favorisce la manipolazione del reale, che prevale sulla prospettiva, e non la costruzione di una concreta forza dirompente contro i canoni e le convenzioni neo liberiste. Nel caso delle regionali siciliane io credo che non ha affatto senso buttarsi nella mischia con un soggetto (?) politico nato nella notte tra boccali di birra e rievocazioni in qualche pub alternativo di Catania o di Palermo. Un contenitore partorito al di fuori di ogni propensione popolare, senza dunque averne cercato il consenso e senza partecipazione, ma che custodisce solo un totem venerato da un sottoinsieme di scontenti, di ex di trascorsa memoria, di esiliati mentali e di vuoti a perdere, sospesi tra l’autocelebrazione, la noia della pratica politica, un macabro senso della futilità del quotidiano e del peso di sconfitte analizzate senza un vero ordine di idee e di una necessaria terribile autocritica. Questa sinistra continua a rifiutare il senso della storia, rigetta il criticismo come metodo per ricostruire, ancorata al vacuo e disperato concetto della contingenza, più che alla tensione della dialettica della prospettiva.
Ed è così che la luce rimane ancora spenta, poiché nel buio si celano l’immobilismo, la frammentazione e la confusione, per fondare ancora una volta l’alibi dell’ennesima sconfitta.

Nello

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