Giornale, Numero 20 del 20 marzo 2017

LO SPETTRO DI MARX

LO SPETTRO DI MARX Marx fa ancora paura   Il pensiero di Marx è per tutti i sostenitori del capitalismo un’ossessione costante, da esorcizzare in tutti i modi. Nessun credito […]

LO SPETTRO DI MARX

Marx fa ancora paura

 

Il pensiero di Marx è per tutti i sostenitori del capitalismo un’ossessione costante, da esorcizzare in tutti i modi. Nessun credito può esser dato da parte loro a chi ha sostenuto la necessità di un diverso ordinamento sociale, senza padroni e sfruttamento. In epoche di crisi, in cui si palesano violentemente tutte le contraddizioni insite nell’economia di mercato, questa preoccupazione è destinata a crescere in maniera esponenziale. L’espressione teorica del movimento degli operai verso la loro liberazione va cancellata, fatta passare come una sterile e dannosa utopia.

L’ultimo esempio in questo senso lo abbiamo avuto lo scorso mercoledì 15 marzo su Il Fatto Quotidiano. Ne è stato autore Marco Ponti, professore ordinario di Economia applicata al Politecnico di Milano, uno che è fiero di essere definito “un pericoloso comunista-liberista”, oltre ad essere imprenditore, esser stato consulente di molti ministri dei trasporti ed economici, consigliere di amministrazione di alcune società pubbliche e collaboratore della Commissione Europea. Dall’alto di questo curriculum di tutto rispetto, “garanzia” di sicura imparzialità di giudizio, il Ponti pubblica un articolo dal titolo significativo Lo spettro di Karl Marx sulla sinistra anti mercato”, il cui occhiello ne rivela subito lo spirito: “LA LEZIONE. Senza concorrenza le forze produttrici si sviluppano pochissimo e i beni comuni tendono a essere distrutti. Il capitalismo non è il male assoluto”. Dimostrare la superiorità del sistema sociale capitalistico e al tempo stesso l’inconsistenza delle tesi marxiane è dunque lo scopo dichiarato dell’autore, che però non ha problemi ad iniziare riconoscendo la superiorità, “sul piano umanistico e morale”, del marxismo di fronte alle egoistiche ideologie borghesi. “Chi potrebbe dubitare che una società di liberi e uguali, animati da spirito collaborativo e solidale, sia migliore da ogni punto di vista?”. Ma per Ponti questa superiorità morale non serve a niente, visto che il socialismo ha fallito sia per la sua inconsistenza teorica sia sul piano storico.

La “liquidazione” teorica del marxismo viene fatta dal nostro professore in maniera molto sbrigativa, con poche sintetiche affermazioni, dando l’impressione al lettore che le posizioni espresse nell’articolo siano più che certe e fondate, generalmente accertate e accettate. Il marxismo non sarebbe una scienza, non sarebbe in grado cioè di spiegarci correttamente il funzionamento della società borghese. Secondo Ponti, infatti, “la confutazione di Bohm-Bawerk al modello «scientifico» marxista (la trasformazione dei valori in prezzi), ha inesorabilmente ricondotto quel modello alla sfera delle ideologie, che è cosa assai diversa da una teoria scientifica”. Per il lettore tipo, normalmente a digiuno o quasi del dibattito teorico su Marx sviluppatosi nel secolo precedente, questa arrogante e lapidaria certezza espressa da questo eminente esperto di trasporti può fare un certo effetto. Ma chi era questo Bohm-Bawerk? Un economista marginalista austriaco che a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento fu anche ministro delle finanze dell’impero austro-ungarico. Oltre ad aver negato l’esistenza dello sfruttamento e quindi del plusvalore, sostenendo che tutti i fattori di produzione (capitale, terra, lavoro) determinavano il prezzo delle merci e ricevevano così la giusta remunerazione per il loro contributo produttivo, questo economista è famoso per aver tentato di confutare il marxismo. Egli aveva ravvisato una insanabile contraddizione fra il primo libro de Il Capitale, in cui i prezzi delle merci sarebbero regolati direttamente dai valori, cioè dalle quantità di lavoro (astratto) spese per la loro produzione, ed il terzo libro, in cui invece gli scambi delle merci sarebbero regolati dai prezzi di produzione (prezzo di costo + profitto medio). In sostanza, Marx sarebbe partito (nel primo libro) con l’affermare, per motivi puramente ideologici, l’assunto che il valore è determinato dal lavoro, per poi cercare (nel terzo libro) di risolvere, senza successo, l’evidente contraddizione esistente fra questo principio e la reale determinazione dei prezzi. Ebbene già nel lontano 1904 queste tesi critiche furono confutate da Hilferding che non solo ricordò come il Libro primo fosse stato pubblicato da Marx solo dopo l’estensione da parte sua dei manoscritti del Libro terzo che affrontavano l’argomento in questione, ma che anche spiegò egregiamente come era insulso considerare la legge del valore come uno strumento per calcolare il listino dei prezzi. Ebbene nessun cenno vien dato da Ponti su queste questioni e della cosa non ci meravigliamo, perché per lo spirito praticone di un docente di economia applicata, tutto teso a dare consigli agli imprenditori pubblici e privati, la scienza economica deve servire principalmente a determinare i prezzi. Ma questa pretesa di poterli stabilire a tavolino, cioè a priori, senza ricorrere all’oggettivo processo di mercato, un vero sogno per tutti gli imprenditori, si dimostra nella realtà impraticabile. Cosa che per gli economisti “pratici”, sempre aderenti al ristretto punto di vista del capitalista operante, spinge alla conclusione che ogni teoria economica è pura ideologia. E non a caso Ponti taccia nello stesso articolo di ideologismo la stessa teoria borghese marginalista, affermando che la scienza è estranea sia al marxismo che “ai modelli economico-politici dei «paradisi neoclassici»”.

La seconda critica che Ponti fa alla teoria di Marx è messa nell’articolo in evidenza a mo’ di occhiello con il titolino “Il tema”, ed è il caso di riportarla integralmente: LA TEORIA marxista considera le forze produttrici come socialmente neutre, prive cioè di un contenuto di classe. Sono quindi adatte sia a una società capitalista sia a una società socialista. Secondo Marx sarà la contraddizione fra queste forze di produzione neutre e le relazioni di produzione del sistema capitalistico a causare la caduta del capitalismo. In questo senso le forze produttive si sviluppano di moto proprio”. Niente di più falso di quanto qui affermato e fatto passare come teoria marxista! Basta conoscere l’abc del marxismo per sapere che la dialettica descritta da Marx tra forze produttive e rapporti sociali di produzione è ben diversa. Lungi dall’essere neutre, per Marx ad ogni stadio di sviluppo delle forze produttive corrispondono determinati rapporti di produzione fra gli uomini. “Il mulino a braccia vi darà la società col signore feudale, e il mulino a vapore la società col capitalista industriale”, scrive Marx per sottolineare che gli uomini “danno ai rapporti sociali una forma corrispondente alla loro produttività materiale”. Il mutamento dei rapporti sociali non può quindi originarsi per iniziativa volontaristica di qualche grande e illuminato pensatore ma trova il suo fondamento nel fatto che lo sviluppo delle forze produttive della società ha reso inadeguati i precedenti rapporti di produzione, che così “da forme di sviluppo (Entwicklungsformen) delle forze produttive, si convertono in loro catene”. Ma come mai il Ponti ci dà un così volgare travisamento del pensiero marxiano? Certo è complice di questo il grossolano orizzonte teorico dell’economista praticone, ma qui lo scopo è astuto e sottile. Si tratta di far passare l’idea che l’esperienza storica delle economie del cosiddetto “socialismo reale” siano state il tentativo di applicare i “dettami” marxisti alla realtà, per cui il fallimento di queste esperienze, storicamente sancito dal crollo del muro di Berlino, abbiano posto fine ad ogni velleitaria fantasia di superamento del capitalismo. Il giochetto è abbastanza semplice. Sostenere l’assoluta neutralità delle forze produttive rispetto ai rapporti di produzione serve a giustificare il fatto, altrimenti inspiegabile, che, a fronte di una sostanziale omogeneità fra le forze produttive dei due blocchi separati dalla “cortina di ferro” (omogeneità che non esclude le normali differenziazioni di sviluppo, del tutto simili a quelle riscontrabili tra i diversi paesi esplicitamente capitalistici, ad es. fra gli USA e l’Argentina), ci saremmo trovati nei paesi dell’Est europeo di fronte ad un diverso sistema sociale, socialista e non più capitalista. Stesse forze di produzione ma diversi rapporti sociali, con il secondo, il socialismo, che soccombe rispetto al primo, il capitalismo. Questa favoletta manca di qualsiasi analisi delle relazioni di classe esistenti nel “socialismo reale”e si fonda unicamente sul fatto incontestabile che questa peculiare forma di sviluppo del capitalismo di stato, prima di dimostrare platealmente la sua inadeguatezza all’attuale livello di sviluppo del capitalismo, è stata la risposta che in quei paesi il capitalismo è riuscito a dare al più grande evento storico degli ultimi due secoli, la vittoria della rivoluzione proletaria in Russia.

Ma la forza persuasiva di questa mistificazione va sempre più scemando via via che la crisi, con il suo inesorabile progredire, mette in luce le contraddizioni del capitalismo. Ecco perché, il Ponti, “liquidato” il marxismo, passa a decantare le magnifiche sorti e progressive del capitalismo. Se il “socialismo”, in mancanza di concorrenza e incentivi privati non è riuscito a sviluppare le forze produttive, ben altri risultati ha ottenuto il capitalismo: popolazione e reddito pro-capite decuplicato, istruzione e vita media aumentati, riduzione della fame nel mondo, ecc. Tutte queste affermazioni, lanciate così nell’articolo, mancano di qualsiasi dato statistico, e meriterebbero di essere verificate e criticate analizzando consistenza e fonti degli eventuali dati utilizzati, ma ci risparmiamo questo lavoro, perché riteniamo basti far notare due cose. La prima è che il marxismo non ha mai voluto negare che il capitalismo ha sviluppato le forze produttive, ma ha messo in evidenza che il livello raggiunto dallo sviluppo di queste forze e le relazioni sociali borghesi sono sempre più in contrasto. Del resto la crisi ultima, con l’enorme distruzione di forze produttive in atto (si pensi a ciò che resta ad es. del tessuto produttivo in Italia) è la dimostrazione evidente di questo fatto, per non parlare dei crescenti disastri ambientali. La seconda è che i contrasti sociali crescono vertiginosamente in questo quadro. Ponti non può che prendere atto del crescere delle disuguaglianze, ma con un ragionamento degno di un sofista afferma: “Le diseguaglianze di reddito crescono eccome, all’interno di tutti i Paesi: Ma quelle tra ricchi e poveri a livello mondiale sono straordinariamente diminuite”. Sinceramente c’è difficile comprendere come sia possibile che all’interno di tutti i paesi crescano le diseguaglianze mentre nella somma totale dei paesi, a livello globale, diminuiscano. Questo miracolo potrebbe avvenire ad un’unica condizione: che in un quadro generale di sviluppo dell’economia mondiale crescano le differenze sociali, per cui, pur migliorando la loro condizione assoluta, pur essendo sempre meno poveri, gli emarginati vedano sempre più aumentare la loro distanza dai ricchi. Ma anche in questo caso, che attualmente non si sta verificando, perché, se Ponti non se ne accorto è meglio ricordargli che siamo in una fase di crisi e non di sviluppo dell’economia mondiale, avremmo come risultato generale una crescita e non una diminuzione delle differenze fra ricchi e poveri.

Ma a Ponti non interessa né il rigore logico (che pretenderebbe però di contestare a Marx), né la verifica dei fatti. Gli interessa solo farci credere che il capitalismo, per quanto brutto, sia il migliore sistema sociale possibile e così si sforza di darci una rappresentazione edulcorata della realtà sociale. Mentre nella realtà la distanza fra paesi ricchi e paesi poveri aumenta vertiginosamente, lui ci fa sapere che “se un Paese si arricchisce, 9 volte su 10 si arricchiscono per questo anche i suoi vicini”. Mentre il Mediterraneo si riempie di morti per l’esodo tragico di milioni di migranti, lui ci tiene a farci notare che “Le emigrazioni “economiche” in Europa avvengono essenzialmente perché in Africa adesso hanno i soldi per emigrare, prima non lo potevano nemmeno fare”. Un bel cinico modo di rappresentare le conseguenze della distruzione dell’autosufficiente economia naturale africana. Una sorte di accumulazione originaria, che creando il mercato sradica le popolazioni rurali dalle loro terre, rendendoli esercito proletario di riserva mondiale.

Continui pure a mistificare la realtà il signor Ponti, i fatti sono sempre più destinati a smentire queste sue posizioni.

Andrea Vitale

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