Giornale, Numero 139 del 18 maggio 2016

ILVA: I PROCESSI

Redazione di Operai Contro, a Taranto è iniziato per la centersima volta il processo ILVA. Sono imputati i figli del padrone Riva (il padre bon c’è perché è morto da […]

Redazione di Operai Contro,

a Taranto è iniziato per la centersima volta il processo ILVA. Sono imputati i figli del padrone Riva (il padre bon c’è perché è morto da ricco padrone  nella sua villa), tutti i politici ad iniziare dal fondatore di SEL ed ex governatore della éuglia: niki Vendola, tutti gli amministratori di Taranto, i mazzieri del padrone Riva. Dovrebbero processare anche tutti i sindacalisti della FIOM-FIM-UILM che in questi anni hanno venduto i loro servizi al padrone, per tenere sottomessi gli operai. E’ un processo che sono anni che doveva iniziare e che non finirà mai. I codici civili e penali italiani al primo articolo riportano che il profitto è sacro. Nessuno rappresenta gli operai dell’ILVA. Nessuno parlerà delle centinaia di operai uccisi e delle migliaia che si sono ammalati

Mentre a Taranto inizia il processo “Ambiente svenduto” l’Italia è processata a stasburgo. 182 abitanti di Taranto in rapprentanza dei figli e mogli assassinati dall’ILVA sin dal 2013 si erano appelati alla corte europea. Anche questo processo non vedrà mai la fine

Operai: nessun tribunale dei padroni ci farà mai giustizia. Con il dilemma tra diritto al lavoro e diritto alla vita ci hanno condannato a morte

Operai solo organizzandoci e manifestando possiamo esprimere i nostri interessi

Un Operaio dell’ILVA

dalla Repubblica

 

L’Ilva sotto processo a Taranto. E l’Italia sotto processo a Strasburgo. Destini incrociati che riaffermano il dilemma fra diritto alla vita e diritto al lavoro, produzione e impatto ambientale, profitto e sicurezza. Da Strasburgo arriva la notizia che lo Stato italiano è formalmente sotto processo di fronte alla Corte europea dei diritti umani: l’accusa è di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini di Taranto e dei comuni vicini dagli effetti negativi delle emissioni dell’Ilva. Le denunce erano state presentate fra il 2013 e il 2015. Alcuni cittadini rappresentano i congiunti deceduti, altri i figli minori malati.

Nel ricorso si sostiene che “lo Stato non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere l’ambiente e la loro salute” e si contesta al governo il fatto di aver autorizzato la continuazione delle attività del polo siderurgico attraverso i cosiddetti decreti ‘salva Ilva’. Concetto espresso peraltro anche dal governatore pugliese Michele Emiliano a margine del processo ‘Ambiente svenduto’ nell’aula Alessandrini del tribunale di Taranto.

Ilva, i ricorrenti: ”Ci sentiamo impotenti, per questo ci siamo rivolti a Strasburgo”

La Regione si è costituita parte civile e la presenza di Emiliano in aula ha catalizzato l’attenzione, quasi spostando la scena. Perché tra gli imputati c’è anche il suo predecessore Nichi Vendola, fondatore di Sel, che della questione ambientale a Taranto aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. “Questo non è – ha spiegato Emiliano ai giornalisti – un piccolo processo per limitati episodi di inquinamento ambientale. Bisogna sanare un’apparente incongruità: com’è possibile che un impianto continui a funzionare nonostante la magistratura accusi i precedenti gestori di reati così gravi? Tutto questo può accadere grazie ai decreti che hanno sospeso le possibilità di tutelare la salute dei cittadini tarantini”.

Il processo è cominciato con il lungo ed estenuante appello da parte del presidente della Corte d’assise, Michele Petrangelo, nei confronti del quale è stata riproposta una istanza di ricusazione da parte dei legali dell’ex assessore provinciale Michele Conserva. Altre decine di costituzioni di parte civile sono state presentate nel corso dell’udienza dall’Asl di Taranto, da familiari di operai e cittadini morti di tumore, dal Fondo antidiossina, da rappresentanti di cooperative e di organizzazioni onlus, dal Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, dal Codacons, dall’Enpa (Ente nazionale protezione animale).

Alla sbarra ci sono 47 imputati (44 persone fisiche e tre società). Tra questi, i fratelli Fabio e Nicola Riva, della proprietà Ilva (oggi in amministrazione straordinaria); l’ex governatore Vendola; il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano;  Gianni Florido, ex presidente della Provincia; l’ex prefetto Bruno Ferrante, ex presidente dell’Ilva; Girolamo Archinà’ex responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva; gli ex direttori di stabilimento Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo.

L’udienza è andata avanti a singhiozzo fra deposizione di atti, eccezioni, repliche e controrepliche. E’ stata rigettata la richiesta dell’avvocato Giandomenico Caiazza, difensore di Archinà, impegnato in un altro processo in Cassazione, di soprassedere sulle decisioni che riguardavano la regolarità delle parti civili. La Corte d’assise, dopo una camera di consiglio di oltre tre ore, ha aggiornato l’udienza al 14 giugno prossimo per un difetto di notifica.

Le notifiche erano arrivate al vecchio difensore dell’imputato, che aveva invece eletto il proprio domicilio presso Riva Fire. In aula si è affacciato anche l’ex procuratore Franco Sebastio, che ha ammesso il rammarico per non aver aver potuto rappresentare l’accusa fino al termine del dibattimento.  “Ma questo – ha detto ai giornalisti – non significa che il processo non lo debba seguire lo stesso. Noi riteniamo che la capacità inquinante di questo stabilimento sia stata riconosciuta dallo Stato attraverso l’Aia e le 9 leggi che via via sono state emesse”.

E per il vescovo di Taranto, monsignor,Filippo Santoro, quello di Strasburgo “è un attacco diretto e formale allo Stato italiano in cui si chiede che venga fatta luce sulla questione in maniera adeguata. Ci si chiede inoltre se in questi anni, dal 2012 a oggi, siano state portate avanti le bonifiche sul territorio. Allo stesso tempo resta aperta anche la questione occupazionale”, oltre che quella dell’assetto societario.

Il gruppo Marcegaglia e il gruppo Arcelor-Mittal hanno comunicato la volontà di presentare un’offerta insieme per l’acquisizione dell’Ilva. Secondo fonti vicine all’operazione, i due concorrenti hanno manifestato ai commissari la volontà

di costituire una joint venture per presentare un’offerta. La cordata che avrebbe come capofila Arcelor potrebbe accogliere anche altri soci: nel contempo i due gruppi sono anche pronti a partecipare da soli. E proseguono in maniera serrata i contatti tra il gruppo Arvedi e Erdemir per chiudere il loro accordo di partnership in vista di un’offerta per l’acquisto. A questa seconda cordata potrebbe partecipare anche Leonardo Del Vecchio attraverso la sua holding Delphin.

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