LA CRISI DEI CENTRI COMMERCIALI SICILIANI, QUANDO PIOVE SUL BAGNATO.

Redazione In questi tempi può sembrare fuori luogo mettere l’accento sulla crisi dei centri commerciali. In realtà la crisi dei centri commerciali, che investe tutto l’occidente, è un’altra faccia della crisi strutturale del capitalismo. In tempi non molto lontani, infatti, la grande distribuzione sembrava la panacea, avrebbe portato prezzi bassi e una grande varietà di merci in tutto il mondo, sancendo, in modo definitivo, la rivincita del consumismo. Le cose sono andate diversamente e, dopo tanta devastazione del territorio, anche i centri commerciali, Cavalli di Troia del Capitalismo e della globalizzazione, sono entrati in crisi. La sovrapproduzione non si […]
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In questi tempi può sembrare fuori luogo mettere l’accento sulla crisi dei centri commerciali. In realtà la crisi dei centri commerciali, che investe tutto l’occidente, è un’altra faccia della crisi strutturale del capitalismo. In tempi non molto lontani, infatti, la grande distribuzione sembrava la panacea, avrebbe portato prezzi bassi e una grande varietà di merci in tutto il mondo, sancendo, in modo definitivo, la rivincita del consumismo. Le cose sono andate diversamente e, dopo tanta devastazione del territorio, anche i centri commerciali, Cavalli di Troia del Capitalismo e della globalizzazione, sono entrati in crisi. La sovrapproduzione non si annulla offrendo più merci di quello che la gente può comprare.

La situazione siciliana, però, presenta delle particolarità, perché il contesto economico è diverso di altre realtà italiane. Allora è necessario comprendere l’origine di questa situazione, analizzando anche la storia non scritta e non detta dagli organi d’informazione ufficiali.

UN PO’ DI STORIA.

Per comprendere l’enorme sviluppo dei centri commerciali in Sicilia, bisogna andare indietro nel tempo, alla fine delle stragi di Mafia, e all’inizio della trattativa con lo Stato. Siamo a fine anni novanta e inizio del nuovo millennio. Immensi capitali illeciti avevano bisogno di essere collocati, in Sicilia e nell’Italia intera. Quale migliore opportunità dell’edilizia per ripulire i soldi, meglio ancora in attività commerciali, per moltiplicare i profitti e assumere il controllo dell’economia?

In Sicilia questo fenomeno è stato enormemente amplificato, fiumi di denaro sono fluiti in tutte le provincie siciliane e in pochi anni i poli commerciali sono spuntati come funghi in tutti gli angoli dell’Isola. Senza alcun controllo e regolamentazione. Tutte le amministrazioni, di qualsiasi orientamento (si fa per dire) politico sono state indifferenti a questo sviluppo senza regole che ha devastato il territorio. Per avere un’idea della portata del fenomeno basti considerare nel territorio di Catania si trova la maggiore concentrazione di centri commerciali dell’intera Europa!

In una regione pervasa da una fame di lavoro, la nascita di poli commerciali ha rappresentato un’occasione ghiotta, in apparenza. Per un certo tempo è sembrata una manna dal cielo, tantissimi disoccupati hanno trovato impiego negli innumerevoli negozi dei poli commerciali che nascevano letteralmente dal nulla. Anche le imprese edili si sono buttate a pesce in questo settore, la “mangiughia”, come si dice da queste parti, da spartire era tanta, meglio approfittare. Intanto si ripulivano i capitali, con buona pace dei tanti amministratori locali che hanno appoggiato questo processo. Chiaramente le mie affermazioni non sono gratuite, si basano sui innumerevoli procedimenti giudiziari a carico di tanti imprenditori del settore, convolti in vicende di riciclaggio e associazione mafiosa e, di solito, quello che emerge dalla magistratura è solo la punta dell’iceberg.

LO SCOPPIO DELLA BOLLA COMMERCIALE.

Per anni i pennivendoli locali hanno inneggiato al “grandioso sviluppo del commercio in Sicilia, volano per l’economia dell’intera Isola”, e si riempivano la bocca dei record che venivano infranti dai poli commerciali siciliani. Quante balle! I centri commerciali hanno affossato la fragile economia locale favorendo una concentrazione, della, poca, ricchezza locale. I piccoli negozi sono stati polverizzati della concorrenza, i centri cittadini si sono svuotati, mentre le amministrazioni locali pensavano solo a fornire le infrastrutture per i poli commerciali dimenticandosi delle periferie e delle aree popolari. La devastazione del territorio è stata paurosa, adesso ogni minima pioggia a ridosso delle grandi città siciliane provoca allagamenti e disastri, a causa della cementificazione selvaggia delle colline e delle periferie cittadine.

Inevitabilmente i centri commerciali hanno iniziato a farsi concorrenza, la crisi, poi ha fatto il resto, e la bolla commerciale siciliana è scoppiata fragorosamente. Allora la sofferenza del settore commerciale siciliano non è solo determinata dalla crisi economica, ma anche dall’assurda e sproporzionata diffusione di imprese commerciali, in un contesto dove un esiste un settore manifatturiero degno di questo nome.

CHE COLPA NE HANNO I LAVORATORI?

Molti intellettuali ben pensanti e “progressisti” calcano la mano sulla crisi dei centri commerciali, per loro, fautori del “capitalismo onesto”, la colpa di questa situazione è della politica, bisogna solo mettere un freno allo sviluppo della grande distribuzione e favorire il piccolo commercio e la concorrenza. Ma i lavoratori che colpa ne hanno di questa crisi? La maggior parte degli operai ha solo la propria forza lavoro da vendere, null’altro. Una merce che vende in cambio di beni di sussistenza, è perciò vittima delle congiunture macroeconomiche e di scelte politiche fatte da altri. Gli operai, pero, sono i soli a pagare se le cose vanno male. Ed è quello che è avvenuto in Sicilia, solo che la crisi del settore commerciale si colloca in un contesto economico disastroso. Per completezza dell’informazione offro dei link per approfondire l’argomento : https://www.google.it/?gws_rd=ssl#q=la+crisi+dei+centri+commerciali+in+sicilia , http://catania.blogsicilia.it/centri-commerciali-in-sicilia-tante-vertenze-nel-settore-terziario/290899/ . Da quello che si evince da questi scritti allegati, i posti persi in tre anni, nel settore commerciale e terziario, è stato di ventimila unità, e le vertenze di poli commerciali in crisi sono veramente tante, ma riguardano soprattutto la Coop, il Mercatone Uno e l’Auschan , mentre resistono gli ard discount. La gente con la crisi compra sempre più merce scadente, soprattutto il cibo. Questi dati non tengono conto dei tanti lavoratori che hanno perso l’occupazione a causa della chiusura dei piccoli negozi, schiacciati dalla crisi dei centri commerciali.

PIOVE VERAMENTE SUL BAGNATO.

La situazione sopra descritta riguarda solo il settore terziario, ma si colloca in un contesto socioeconomico veramente drammatico! Prendendo in considerazione solo i dati ufficiali, quello che viene detto nei notiziari regionali: l’Isola è la regione d’Europa con il più basso indice di occupazione, con la più alta percentuale di poveri assoluti, più della Grecia, ma anche con il più ampia disparità sociale. Allora perdere il lavoro qui è veramente tragico, ne sanno qualcosa gli operai di Termini Imerese. A questo si aggiunge un dissesto finanziario pauroso: dopo tanti aggiustamenti di bilancio, prestiti elargiti alla Regione Siciliana, il bilancio del 2016 non può essere chiuso perché mancano all’appello due miliardi di euro, in una situazione di disastro infrastrutturale, basta percorrere le strade interne.

CONCLUSIONI.

In Sicilia il capitalismo mostra tutto il suo fallimento, com’è possibile che un’area ricca di risorse sia ridotta in queste condizioni? In realtà la Sicilia ha prodotto tanta ricchezza che è fluita nelle tasche dei borghesi siciliani e delle aree più ricche. È così che funzionano le cose, la ricchezza prodotta e posseduta in un luogo non determina mai il benessere delle popolazioni locali.

PIERO DEMARCO

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