I MERCENARI

Redazione di Operai Contro Il conflitto in Siria  ha riaperto la corsa agli ingaggi dei mercenari Ricorrono ai mercenari gli USA, i Russi, i Curdi I leccaculo della stampa italiana sono già al lavoro per dare la colpa all’ISIS Sui social fioccano le pagine nelle quali si offrono le occasioni per andare a combattere. Tra gli aderenti sempre più cittadini con passaporto americano. Lo fanno per ideali, per avventura, per denaro. Un modo di raggirare le rigide regole imposte dal Pentagono dopo lo scandalo di Blackwater, la compagnia di sicurezza ( mercenari) accusata di stragi in Iraq. Ti invio […]
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Redazione di Operai Contro

Il conflitto in Siria  ha riaperto la corsa agli ingaggi dei mercenari

mercenari

Ricorrono ai mercenari gli USA, i Russi, i Curdi

I leccaculo della stampa italiana sono già al lavoro per dare la colpa all’ISIS

Sui social fioccano le pagine nelle quali si offrono le occasioni per andare a combattere.

Tra gli aderenti sempre più cittadini con passaporto americano. Lo fanno per ideali, per avventura, per denaro. Un modo di raggirare le rigide regole imposte dal Pentagono dopo lo scandalo di Blackwater, la compagnia di sicurezza ( mercenari) accusata di stragi in Iraq.

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“E’ bastata una mail per arruolarmi tra i curdi”
di ANTONIO IOVANE
ROMA – Un biglietto aereo, una fotocopia del passaporto via mail e adesso anche io posso combattere lo Stato islamico. Non serve molto altro oltre a una dose di coraggio e intraprendenza. Lo stanno facendo in tanti, soprattutto quelli che non credono che una soluzione all’avanzata di “Daesh”, il nome arabo dell’Is, passi per i finora blandi raid aerei. Ci voglio provare anch’io. E ci provo nel modo più universale del mondo: attraverso Facebook. Trovo la pagina delle YPG, nate in Siria per contrastare Assad e che combattono – con risultati importanti – la guerra contro lo Stato Islamico accanto ai curdi del Pkk. Ai peshmerga è invece affidata principalmente la resistenza in Iraq.

Arruolarsi nelle “unità di protezione del popolo” non costituisce reato dal momento che il decreto antiterrorismo, approvato il 10 febbraio, prevede che sia vietato combattere all’estero (da tre a sei anni di carcere) ma c’è una deroga per chi lo fa contro l’Is o, comunque, senza avere “finalità terroristiche”. Sono le sei del pomeriggio, lancio la mia esca: voglio entrare come volontario e combattere l’Is.

Con la guerra tornano i nuovi mercenari

Scorrendo la pagina osservo molte scene eroiche dei combattenti: compagni feriti e aiutati, la marcia delle donne armate, i martiri. Sto per mettermi a cena quando – tre ore dopo – arriva la prima risposta: “Sei benvenuto tra di noi”. Lo scambio ha inizio e durerà per i due giorni a venire, con intervalli di qualche ora. Chiedo com’è la situazione, mi rispondono definendola “molto buona”, mi raccontano che si battono contro il Califfato “per tutta la parte a sud del Rojava, ora”, la regione nord-siriana controllata dai curdi. Mi dicono che sono “in 50mila a combattere, gente di tutte le nazionalità. E un terzo del nostro esercito è costituito da donne”.

Voglio entrare nell’esercito del Rojava, ho dei tentennamenti, come li avrebbe chiunque, ma in questi due giorni vengo costantemente rassicurato. Vengo al punto: l’arruolamento. Come posso fare per diventare un foreign fighter contro l’Is. “Devi prendere un volo fino a Sulaymaniyah, in Kurdistan, nel nord dell’Iraq”, mi spiegano, “ci saranno delle persone ad aspettarti. Ci occuperemo noi di tutto. Devi però prima mandarci una fotocopia del tuo passaporto e, naturalmente, i riferimenti del tuo volo”. Non mi chiedono nulla sulle mie attitudini, il mio stato fisico, la mia preparazione.

Il mio smartphone suona ogni due ore, le YPG mi rassicurano punto su punto, cercano un tono confidenziale con tanto di emoticon e mappe di google per orientarmi. Mi dicono che per arrivare a Sulaymaniyah non c’è bisogno del visto. “Da lì ti porteremo in auto nella base di Derek, in Siria, a 6 ore di viaggio e 460 chilometri, dove c’è una speciale accademia per i combattenti occidentali”. Esprimo altre perplessità riguardo al percorso dato che per arrivare a Derek occorre passare per Mosul, controllata dall’Is. “Non passeremo per Mosul, devieremo verso nord”, mi spiegano. Aggiungono che una volta arrivato lì dovrò rinunciare a effetti personali come per esempio il cellulare.

Ma se poi ci ripenso? Se poi, dopo l’Accademia, la paura prende il sopravvento e scelgo di non andare al fronte? Nessun problema. “Potrai decidere anche di stare nelle retrovie”. Altre domande dettate dal timore e la risposta è rassicurante: “Potrai andare via quando vorrai e non c’è possibilità che tu venga rapito dall’Is”. Chiedo come fanno a esserne così sicuri. “Facciamo in modo che le nostre unità non corrano quel rischio”. Bene. Adesso so quello che devo fare per combattere contro i miliziani dell’Is. Le YPG mi spiegano ancora che “nessuno sa quanto durerà il conflitto, ma sarà molto lungo”. Di una cosa sono però certi: “Vinceremo. Ma il prezzo sarà alto”. Controllo i voli per partire il prima possibile: da Roma a Sulaymaniyah potrei prendere un aereo della Royal Jordanian che fa scalo ad Amman. Poco più di mille euro e tra due giorni potrei trovarmi a combattere l’Is.

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