Giornale, Numero 020 del 16 aprile 2015

Basta con le minestre riscaldate

Che la piccola borghesia pseudo radicale lanci un appello per costruire un fronte comune attraverso un’assemblea pubblica è un fatto che non rappresenta una novità. La novità sta nel fatto […]

Che la piccola borghesia pseudo radicale lanci un appello per costruire un fronte comune attraverso un’assemblea pubblica è un fatto che non rappresenta una novità. La novità sta nel fatto che un appello raffazzonato, senza capo ne coda, che lancia un invito alla costruzione di un “primo maggio anticapitalista” venga pubblicato su “operai contro” senza che immediatamente si risponda alle cazzate di questo appello è veramente imbarazzante.

Operai contro telematico è sempre stato un giornale serio, dove i concetti espressi hanno sempre riguardato la critica operaia al sistema dell’accumulazione, tentando di esprimere una precisione teorica relativa al conflitto lavoro salariato capitale, corretta e autorevole . Sforzandosi di sviluppare la coscienza  conoscitiva degli operai rispetto alla loro condizione materiale di schiavi salariati .

E’ vero che costruire un giornale dove gli operai con le loro contraddizioni sono sempre al centro del dibattito rappresenta una difficoltà, ma dare spazio a tiritere inconcludenti non è certo quello per cui questo giornale è stato creato e sta svolgendo la sua funzione

L’appello firmato da varie sigle del panorama della così detta sinistra anticapitalista ricalca, quello che il sig. Landini sta facendo a livello nazionale, un po’ più di sinistra ma sempre un miscuglio di varie posizioni riformiste, che spera di mette assieme diverse realtà interclassiste.

Accumunare realtà di lotta, come quella dei migranti delle cooperative di spedizione, che stanno conducendo delle lotte significative per il salario, con chiacchieroni antagonisti che si definiscono comunisti, parrocchie e vari comitati immaginari , condendo il tutto con un appello di convocazione che è un vero e proprio minestrone ideologico, è far del male agli stessi operai delle cooperative che le condizioni materiali di sfruttamento bestiale le stanno vivendo sulla propria pelle.

Come al solito si sfrutta “ l’uso delle lotte  operaie “ per sostenere le chiacchiere e le illusioni della piccola borghesia rovinata

Un minestrone senza un briciolo di critica teorica alla società dell’accumulazione, che arriva in qualche tratto ad essere nazionalista, come quando fa ricadere le responsabilità delle politiche economiche della borghesia italiana sull’Europa, ricalcando il classico schema del nazionalismo più comune, che in questi anni va per la maggiore; il leitmotiv: l’ha detto l’Europa quindi si deve fare o non si deve fare, è un’affermazione che viene usata da tutti i partiti dentro e fuori dal governo sia di destra che di sinistra, togliendo così la responsabilità dei padroni italiani per le scelte economiche utilizzate,  senza considerare che le scelte economiche che ogni paese prende sono il risultato delle necessità del proprio capitale nazionale che opera come tale sul mercato mondiale, e non “un supino adempimento delle riforme strutturali imposte dalle istanze economico finanziarie comunitarie”.

Ogni borghesia nazionale decide da se come e quanto stringere il cappio che strangola la gola degli operai, decide da se come e quando aumentare i ritmi di sfruttamento come risposta alla concorrenza internazionale , il gruppo Fiat non applica il contratto nazionale dei metalmeccanici tedeschi, cosi come i padroni tedeschi non pagano i loro operai con salari italiani, greci o spagnoli, tant’è che lo sviluppo ineguale del capitalismo è ancora una base delle differenze economiche tra i vari paesi europei. Quanto alle  affermazioni fatte nell’appello, relative al concetto di lavoratore come “soggetto portatore di diritti” ci troviamo di fronte ad una propria e vera frottola.

Gli operai e più generalmente  i lavoratori non sono mai stati soggetti portatori di diritti all’interno delle fabbriche, i diritti sono sempre stati esclusi dal processo lavorativo, si sono fermati davanti ai cancelli delle fabbriche, dei magazzini dei grandi centri commerciali dove gli operai lavorano.

Non è una novità del moderno sistema di lavoro che nessun diritto come tale valga per gli schiavi salariati. Quel minimo di concessioni normative che chiamano “ diritti “ che si sono ottenuti negli anni passati negli stabilimenti è stato solo frutto di scioperi e lunghi bracci di ferro tra padroni e operai, minime concessioni alle regole ferree della produzione, continuamente messe in discussione.

Che gli operai siano forza lavoro che produce la ricchezza per l’intera società è un dato di fatto per chi si richiama alle tesi marxiste,  avvalorare il fatto  che “ la figura del lavoratore è vista quale bene intermedio strumentale al raggiungimento del profitto da pagare lo stretto necessario……. e costo da calcolare e ridurre per la sua incidenza sulla quotazione finale del prodotto finito” è non capire niente del rapporto tra capitale e lavoro.

Con tali tesi si fa una critica marginale al capitalismo, non si denuncia l’estorsione del plusvalore prodotto dagli operai nel processo produttivo, di cui gode l’intera società (compresi magari anche gli scrittori di tali argomentazioni) e conseguentemente, non si capisce la diversità così generata tra profitto e plusvalore nello scambio tra forza lavoro e capitale. Il problema per i padroni non è solo abbassare i costi degli operai ma aumentarne l’intensità del loro utilizzo .

Altra invenzione teorica di chi a stilato il documento in questione concerne l’idea dell’attacco al  lavoro, cioè sul fatto che la responsabilità della chiusura delle fabbriche e più in generale della perdita di migliaia di posti di lavoro sia quasi un atto di cattiva volontà  o di male gestione dell’economia,  il solito riformismo.

Sostenere infatti  che il governo  Renzi attraverso la legge voluta da Poletti (il jobs Act) sia in guerra contro il lavoro è una delle più colossali fregature ideologiche che possono essere propinate agli operai. Se il sistema dell’accumulazione capitalista non si trovasse a dover fare i conti con la loro crisi e a dover per necessità di profitto tagliare migliaia di posti di lavoro i padroni farebbero lavorare gli operai giorno e notte, come sta succedendo nello  stabilimento fiat di Melfi. Non è stato di certo l’evento dell’expo a fare da elemento “paradigmatico e apripista per condizioni di lavoro sempre più precarie e flessibili”, a determinare le condizioni di peggioramento complessive degli operai  è la crisi del loro sistema di accumulazione .

Per cui i padroni pur di raddrizzare la loro barca (i loro profitti) sono costretti a spingere gli operai verso il baratro della disoccupazione e verso l’intensificazione dei ritmi produttivi.

Partire con un’assemblea per la costruzione del primo maggio contro l’expo muovendosi dalla solita minestra riscaldata significa non approdare a nulla, se non alle solite chiacchiere movimentiste che generano solo confusione e mancanza di collegamento alla realtà. Diversamente la critica si poteva e si può costruire partendo dalle condizioni materiali degli operai impiegati nella costruzione dell’expo, quanto salario medio percepiscono, quante ore di lavoro vengono fatte per quanti giorni la settimana, quanti sono gli infortuni e il numero di malattie professionali da quando hanno impiantato il cantiere, con tali presupposti era possibile un collegamento  alla lotta dei facchini delle cooperative agli operai di altre fabbriche.. Solo così, con queste critiche concrete, si poteva e si può costruire un’opposizione che va nella direzione giusta, è l’unico strumento che può sovvertire lo stato di cose attuali è un partito operaio indipendente . Ma fino a quando noi operai non faremo i conti con queste solite litanie della piccola borghesia pseudo radicale non andremo da nessuna parte.

 

D.C. operaio di Milano

 

 

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