Giornale, Numero 895 del 12 dicembre 2014

MERCENARI IN SIRIA E IRAQ AL SERVIZIO DEI PADRONI OCCIDENTALI

Redazione di operai contro, avete già denunciato che in Siria e Iraq,oltre i bombardamenti  della grande coalizione, i crociati sono il fior fiore di mercenari Sono i mercenari, che ben […]

Redazione di operai contro,

avete già denunciato che in Siria e Iraq,oltre i bombardamenti  della grande coalizione, i crociati sono il fior fiore di mercenari

Sono i mercenari, che ben pagati dagli USA, fanno la guerra di terra contro i giovani dell’ISIS.

I Kurdi sono alleati da tempo con il dittatore Siriano Assad

Il dittatore Siriano ha come principale alleato la Russia di Putin

Le così dette organizzazioni di sinistra della piccola borghesia italiana difendono i mercenari

Un articolo del Corriere chiarisce chi combatte in Siria e Iraq

un vostro assiduo lettore

dal corriere

Una galassia sempre più vasta di combattenti che arrivano dall’estero e combattono sui diversi fronti di una guerra che da mesi sta insaguinando la Siria e l’Iraq. Chi parte per unirsi a Isis, chi si unisce alla resistenza curda e chi decide anche di combattere nel nome di Assad. I profili sono i più diversi, si va dai mercenari, passando per i neonazisti, fino ai motociclisti olandesi. In molti paesi non viene considerato un reato andare a combattere e arruolarsi in formazioni militari e paramilitari e questo facilita la partenza delle persone più diverse. Diverso il discorso del reclutamento a fini terroristici che è punito in quasi tutti i paesi con la detenzione.

Compagni, ex marine e bikers: chi combatte per i curdi

Sono centinaia i curdi provenienti dall’Europa che si sono uniti ai peshmerga del Kurdistan iracheno e ai miliziani siriani dell’Ypg, le unità per la protezione del popolo, nella lotta contro i jihadisti dello Stato islamico. Il sito curdo Rudaw, raccontan in particolare le storie di Hussein Mohammad, musicista in Germania e peshmerga nel nord iracheno, e di Lukman Hassan, anche lui rientrato in Kurdistan da Berlino. «Lo Stato islamico sta attaccando i nostri fratelli e le nostre sorelle e sta cercando di conquistare la nostra terra. Per questo dobbiamo tornare e difenderla, anche al costo della nostra vita», spiega Hassan. Sia lui, sia Mohammad negli anni Novanta avevano combattuto con i peshmerga contro l’ex raìs iracheno Saddam Hussein. Susanne Guven, presidente dell’Associazione nazionale curda, stima che circa duecento curdi-svedesi abbiano lasciato la Svezia per partecipare alla lotta contro l’Isis tra le fila dei peshmerga. In agosto, invece, il giornale di Oslo VG aveva parlato di curdi-norvegesi al fronte. Secondo il quotidiano di Copenhagen Politiken, in battaglia c’erano anche una decina di curdi-danesi. Tra questi il 27enne Azad Mahmood Hamid. «I miei antenati hanno versato il loro sangue per noi, grazie a loro abbiamo un’autonomia curda. Non resterò a guardare l’avanzata dell’Is e le sue conquiste», ha detto Hamid, che ha lasciato il suo lavoro di pizzaiolo e meccanico in Danimarca, dove ufficialmente risiede ancora, e ora combatte contro i jihadisti a Jalawla nella provincia di Diyala nel nord dell’Iraq. Per il trentenne Shaho Pirani, un master in antropologia e scienze politiche, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la conquista di Mosul da parte dell’Isis a giugno. A quel punto ha deciso di partire dalla Danimarca, imbracciare le armi e ricevere addestramento in un campo dei peshmerga. «Se Isis vince, noi perdiamo tutto», spiega, annunciando l’intenzione di partire per Kobane, in Siria, per difendere la città a maggioranza curda assediata dai jihadisti. «Sono pronto ad andare a Rovaja (regione del Kurdistan siriano) e combattere per i curdi lì. Per me non ci sono differenze in quale parte del Kurdistan combatto», ha aggiunto.

Oltre a persone di origini curde, nelle fila dell’Ypg si trovano anche parecchi stranieri. Come ha raccontato Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera,probabilmente tra le file dei combattenti curdi si trovano anche degli italiani partiti anche per supportare il disegno socialista del Pkk. Ma il caso di cui si è parlato di più è quello del veterano dell’aviazione statunitense 43enne Brian Wilson e dell’ex marine statunitense 28enne Jordan Matson. Secondo fonti locali all’interno della regione curda della Siria del “Rojava”, 10 cittadini statunitensi e centinaia di volontari non-curdi, compresi arabi siriani, cittadini turchi ed europei si sono già uniti all’Ypg. «Non fornisco dati, ma c’è un numero considerevole di occidentali che combattono nei ranghi delle YPG e di compagne europee che si sono unite all’Unità di Difesa delle Donne (YPJ). Ci sono anche molti compagni turchi», spiega il 28enne Kristopher Nicholaidis, che ha lasciato la Grecia e si è unito alle YPG in Siria cinque mesi fa.
Altra storia è quella dei motociclisti tedeschi e olandesi che, armati di molti tatuaggi e pochi fucili, hanno annunciato di voler unirsi ai curdi di Kobane. Un’offerta che i curdi stessi avrebbero rifiutato. Il gruppo tedesco-curdo ha provato a racimolare un milione di euro tramite una campagna di crowdfunding intitolata “FCKISIS” e in un mese ha raccolto meno di 400 euro, beccandosi parecchi insulti. Ma qualcuno ha deciso di arruolarsi lo stesso e si è presentato come membro del gruppo “No Surrender”.

Mercenari ( balle, la redazione), teenager e donne: chi combatte per Isis

Davvero composita è anche la galassia di Isis. Come abbiamo raccontato in questi mesi, la sapiente opera di propaganda del Califfato attraverso i social network e la rete ha attirato parecchi giovani che hanno lasciato tutto per unirsi alla jihad. Secondo diverse ricerche, i foreign fighters sarebbero più di 12 mila (secondo altre fonti 20 mila), provenienti da 81 paesi diversi. Di questi tre mila vengono da Paesi occidentali, in testa Francia e Russia. Per l’Italia si parla invece di un centinaio di uomini (qui le loro storie). Di questi alcuni si sono uniti a Jabath Al Nusra (soprattutto dall’Arabia Saudita), altri a Isis. Nella maggior parte dei casi si tratta di musulmani che vogliono vivere in un ambiente più consono e rispettoso delle regole dell’Islam, ma ci sono anche casi di convertiti che seguono un vero e proprio percorso di radicalizzazione. In realtà Isis non usa tutti gli uomini che recluta nella stessa maniera. I soldati veri e propri sono in buona parte mercenari, addestrati nei Balcani, armati fino ai denti. I più giovani e inesperti, invece, come l’indiano Areeb Majeed, 23 anni, sono tornati indietro lamentandosi di essere stati utilizzati per i lavori più umili (mi usano per pulire i cessi e l’iPod non mi funziona più, lamenta un ragazzo nelle lettere che scrive alla madre). Stesso discorso per le donne che molto spesso vengono attirate con la promessa di un ruolo politico e militare che poi non avranno. O, peggio, verranno costrette a soddisfare i bisogni sessuali dei miliziani e a cucinare per loro. Isis inoltre ha usato e sta usando poi tutta una serie di personaggi come il rapper Deso Dogg per la comunicazione. Pare infatti che Al Baghdadi abbia deciso di affidare a lui e al boia John buona parte della produzione dei video che Isis diffonde in rete per scopi propagandistici sfruttando il seguito e l’appeal che questi personaggi esercitano sui giovani.

Nazisti e iraniani: chi combatte per Assad
Il simbolo dell'European Solidarity Front for Syria
Il simbolo dell’European Solidarity Front for Syria

Altro fronte è quello del regime di Assad. L’Iran, alleato storico del regime di Damasco, non nasconde di aver mandato consiglieri militari e supporto logistico ad Assad. Meno noto è invece il coinvolgimento di numerosi gruppi sotto diretto e indiretto controllo dell’Iran che si sono mossi soprattutto dall’Iraq per andare a sostenere lo sforzo dell’esercito siriano contro la ribellione. Anche se l’esatta catena di comando non è chiara, questi gruppi sarebbero direttamente o indirettamente coordinati da Suleimani, leader delle Brigate al-Quds, il corpo dell’elite per le missioni all’estero dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Molte di queste milizie sarebbero però recentemente state ri trasferite in Iraq per fronteggiare l’avanzata dello Stato Islamico su quel fronte, compromettendo notevolmente l’efficacia militare dell’esercito di Assad. Tra queste formazioni ci sarebbero le famigerate Brigate Hezbollah (Kata’ib Hezbollah, da non confondere con l’Hezbollah libanese), recentemente venute alla ribalta per un report di Human Rights Watch riguardante le violazioni dei diritti umani compiute dai loro membri nelle zone sunnite dell’Iraq. Tra I gruppi sciiti operanti in Siria una menzione a parte la merita Hezbollah (Partito di Dio), partito politico e milizia armata che dagli anni Ottanta domina la politica libanese e che ha nell’Iran e nel regime siriano i suoi principali alleati regionali. Hezbollah a partire dal 2013 ha dichiarato ufficialmente di aver mandato migliaia dei suoi membri a combattere a fianco del regime siriano. Questi sarebbero risultati di cruciale importanza in alcune delle più importanti operazioni del regime, in primis la cruciale vittoria di Qusayr, strategica cittadina sul confine siriano-libanese.
E in Siria non mancano anche i gruppi di estrema destra. La vicinanza ideale tra i neo-fascisti europei e il regime di Assad è dimostrata in primo luogo dalle numerose manifestazioni organizzate in molte città europee dall’”European Solidarity Front for Syria (ESFS)”, organizzazione trasnazionale vicina a numerosi gruppi di estrema destra. In Italia il principale riferimento dell’ESFS è l’associazione romana di Casa Pound, che in diverse occasioni pubbliche ha esibito la bandiera dell’organizzazione. A oggi però non si hanno prove concrete della partecipazione diretta dei gruppi neo-fascisti europei al conflitto, anche se le voci si fanno sempre più insistenti. In particolare, alcuni gruppi greci che fanno capo a una organizzazione chiamata “Giglio Nero” avrebbero dichiarato in più occasioni di aver mandato numerosi combattenti a supporto del regime di Damasco e di lavorare per incrementare i reclutamenti. «Combattenti da tutta Europa si sono uniti all’Esercito siriano e alla difesa civile siriana in massa, e fra di loro molti greci», si legge su uno dei presunti comunicati dell’organizzazione . E ancora: «Non è un caso che nella feroce battaglia che ha avuto luogo a Qasayr, oltre alle lodi per l’eroica condotta di Hezbollah, i combattenti greci abbiano ricevuto credito per il loro contributo». Il Federal Security Service russo ha inoltre ammesso nel 2013 di essere a conoscenza della presenza di oltre 300 persone di nazionalità russa che combattono in Siria anche se ufficialmente in qualità di “mercenari”.

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