La zuppa ribollita riformista

PER IL DIBATTITO Redazione di Operai Contro, Nell’articolo di Dino Erba che è stato pubblicato l’11 novembre su questo sito (http://www.operaicontro.it/?p=9755715242), anche se probabilmente sta trovando momento di dibattito da qualche altra parte, vengono affrontate due questioni, quella del lavoro alienato e quella sul salario garantito. E’ su quest’ultima che vale la pena di ritornare. Alla base di tutto il ragionamento starebbe la differenza tra salario garantito e reddito di disoccupazione che per non sembrare solo una differenza semantica viene ammantata del significato che andrebbe ad assumere se: è “restituzione del maltolto” ovvero del “plusvalore estorto ai proletari” (non […]
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PER IL DIBATTITO

Redazione di Operai Contro,

Nell’articolo di Dino Erba che è stato pubblicato l’11 novembre su questo sito (http://www.operaicontro.it/?p=9755715242), anche se probabilmente sta trovando momento di dibattito da qualche altra parte, vengono affrontate due questioni, quella del lavoro alienato e quella sul salario garantito. E’ su quest’ultima che vale la pena di ritornare.

Alla base di tutto il ragionamento starebbe la differenza tra salario garantito e reddito di disoccupazione che per non sembrare solo una differenza semantica viene ammantata del significato che andrebbe ad assumere se:

  1. è “restituzione del maltolto” ovvero del “plusvalore estorto ai proletari” (non agli operai, e non si sa se l’autore fa differenza tra le due categorie);
  2. è a carico del “bilancio dello stato” ovvero ricade su “tutti i contribuenti”, ovvero su tutti i lavoratori.

Sfugge alla nostra comprensione cosa concretamente dovrebbe essere fatto affinché la prima ipotesi si verifichi e la seconda sia scongiurata.

Salvo ipotizzare un qualche marchingegno sociale che porti i padroni al pagamento diretto dell’intero salario agli operai che hanno licenziato. Peccato che questi licenziamenti sono avvenuti proprio perché il “plusvalore estorto agli operai” non si realizza in un saggio di profitto adeguato, unica leva che in questa società regola la produzione. E unica “costrizione” che spinge il padrone a pagare all’operaio un salario, ovvero a comprare la merce forza-lavoro che l’operaio gli può vendere, ma non certo per tenerla inattiva.

Nella storia moderna ritroviamo la costituzione da parte dei capitalisti di consorzi industriali o agricoli, assicurazioni, ecc., con fondi di protezione per calamità naturali o avversità commerciali a tutela delle proprie merci o dei propri capitali fissi. Non ci risulta viceversa che abbiano mai con denaro proprio garantito la sussistenza degli operai che licenziavano, non era la loro merce che in quel caso dovesse essere salvaguardata. La miseria operaia, viceversa, ne abbassava il prezzo a tutto vantaggio per i capitalisti compratori. Le casse di mutuo soccorso e le prime organizzazioni operaie per proteggersi dai periodi di inoperosità o per riuscire a resistere negli scioperi furono opera degli operai stessi, attingendo dai risparmi, parte aliquota del loro salario.

Ci sembra pertanto evidente la ragione per cui la società moderna abbia a un certo punto risolto con lo Stato il mantenimento di quella parte di popolazione operaia inattiva fisiologica e presente in più o meno grande quantità sempre o resa eccedente nei periodi di crisi come sovrapopolazione relativa.

Ma se dunque dal bilancio dello stato il salario garantito non può che provenire, ecco quindi aprirsi la solita rivendicazione di natura prettamente sindacale di come debba avvenire il finanziamento di quel particolare capitolo di spesa. “Non deve essere caricato sui lavoratori” rispondono in coro i vari sindacalisti riformisti, dalla Camusso, Bonanni & co giù giù fino ai SiCobas che Dino Erba cita come esempio di chiarezza. Non “dalla tassazione dei lavoratori, ma dal profitto delle imprese o dallo Stato in quanto capitalista collettivo sottraendo quote di reddito ad altre classi”

 

Non dunque una rivendicazione quantitativa che davvero avrebbe scombussolato tutti i piani dei politici di sorta, M5S in testa: portare ad esempio a 1000 euro la cassa integrazione/mobilità, poiché minimo necessario per la sussistenza di un operaio cui non interessa da dove provengano questi soldi. Bensì una rivendicazione formalista per un salario garantito che sia davvero “restituzione del maltolto”. Quasi che, se la copertura di spesa fosse raggiunta senza aumento della tassazione sui “lavoratori”, ma il sussidio fosse di soli 500 euro, agli operai licenziati ne verrebbe una grande emancipazione, piuttosto che una perdita secca di 300 euro rispetto all’attuale assegno di mobilità.

 

Siamo così giunti al dunque della questione. Se il “maltolto” è ordunque il profitto, il plusvalore estorto agli operai (non usiamo proletari, per chiarezza – prima che vi ci si infilino tutti in questa categoria) in quanto furto legalizzato di lavoro non pagato degli operai, questo “maltolto” origina nella produzione. Là dove il lavoro e pertanto il pluslavoro viene utilizzato per produrre merci se, e solo se le condizioni del suo utilizzo rispettano leggi ben precise del capitale, in principal modo che il “maltolto” finisca naturalmente nelle mani del padrone (non in altre). Pensare che una diversa distribuzione della ricchezza prodotta capitalisticamente fosse possibile, dopo la sua produzione e peraltro lasciando intatta la specifica modalità con cui in fabbrica avviene, vuoi attraverso l’intervento dello stato, vuoi a seguito della forza delle “grandi” organizzazione operaie, sindacati o partiti che si rifacevano agli operai, è stata la grande illusione propinata agli operai dai riformisti del passato. Ritrovarci oggi sotto altra veste la stessa zuppa, questa sì davvero ribollita, per quanto presentata con frasi roboanti, ci lascia a dir poco basiti. Soprattutto se a tentare di ripropinarcela sono determinati settori del cosiddetto movimento alternativo, non i classici sindacalisti.

Ma non è più semplice chiedere l’aumento della CI/mobilità a 1000 euro, senza scadere nelle fantasie riformiste? E senza dover scomodare concetti teorici sviluppati da Marx in pagine e pagine del capitale per piegarli, in una paginetta di un articolo, al proprio uso e consumo.

 

Roberto

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