Referendum Careggi: vince il NO dei lavoratori

Vince il NO: i lavoratori di Careggi hanno respinto l’accordo su orari di lavoro e nuova turnazione siglato da azienda ospedaliera e centrali sindacali CIGL-CISL-USB. Contrariamente da quanto emerso dal referendum predisposto da CGIL per i propri iscritti, la consultazione aperta a tutti i lavoratori ha dato un segnale incontrovertibile: 1333 NO su 1342 votanti, solo 8 i favorevoli. Il risultato, con la volontà di proseguire la lotta, sancisce anche il rifiuto di un certo comportamento sindacale, supino alle scelte aziendali e alla costante ricerca di una linea sempre compromissoria, mai conflittuale e alternativa. Chi ha firmato l’accordo sperava di comprare gli infermieri con un […]
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Vince il NO: i lavoratori di Careggi hanno respinto l’accordo su orari di lavoro e nuova turnazione siglato da azienda ospedaliera e centrali sindacali CIGL-CISL-USB.

Contrariamente da quanto emerso dal referendum predisposto da CGIL per i propri iscritti, la consultazione aperta a tutti i lavoratori ha dato un segnale incontrovertibile: 1333 NO su 1342 votanti, solo 8 i favorevoli.

Il risultato, con la volontà di proseguire la lotta, sancisce anche il rifiuto di un certo comportamento sindacale, supino alle scelte aziendali e alla costante ricerca di una linea sempre compromissoria, mai conflittuale e alternativa. Chi ha firmato l’accordo sperava di comprare gli infermieri con un magro contentino: 10 minuti in più per il cambio divisa; una contropartita a dir poco ridicola se messa di fronte alla netta riduzione dei riposi settimanalied al conseguente peggioramento del servizio sanitario. Riportiamo i principali punti dell’accordo, per dare un’idea a chi legge del cosa intendano CGIL-CISL-USB quando parlano di vittoria…

lavoratori careggi referendum no

– il passaggio dal turno in 5° al turno in 9° (cioè un giorno di riposo ogni 9 giorni e non più ogni 5);

– l’obbligo di rientro dai giorni di riposo, quei pochi che rimangono (3 giorni liberi al mese);

– l’obbligo di programmazione annuale delle ferie.

Linea aziendale e accordo sindacale si riflettono come due gocce d’acqua, ma ciò che stupisce di più resta l’incapacità dei sindacati concertativi di offrire ai lavoratori quel “poco di zucchero” per mandar giù la pillola. Non bastano 10 minuti in più per cambiarsi d’abito a rendere accettabile la logica dei sacrifici; se il sindacato non ha di meglio da offrire, vuol dire che il sistema di controllo sociale basato sulla concertazione non ha più risorse materiali per restare in piedi. E’ la crisi che spazza via la polvere della politica, avrebbe detto Marx.

D’altronde quello che i lavoratori e le lavoratrici hanno di fronte non è solo un insulso direttore del personale coi suoi quattro tirapiedi, zittito dalle percentuali bulgare della consultazione. Non basta certo un referendum a respingere la logica che muove le dirigenze aziendali: dietro l’aumento dei ritmi stanno la spending rewiew, i tagli della regione Toscana, gli obblighi di bilancio imposti dai vari project financing. Stanno gli interessi (dalla grande finanza al “piccolo” immobiliarista) ben rappresentati nelle istituzioni locali e nazionali. Il referendum ha avuto l’unico compito dieliminare le mediazioni tra queste forze e i lavoratori e dunque di svelare la necessità della lotta.

Siamo dunque sullo stesso terreno dove si battono i lavoratori del San Raffaele di Milano, le lavoratrici Sodexo di Pisa o gli operatori sociali del veneziano. Non si può dilazionare la creazione di un fronte comune della sanità, che sappia rivolgersi alla solidarietà degli utenti e di tutti quei soggetti interessati al buon funzionamento di un sistema sanitario pubblico e gratuito.

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