DA NORD RENO WESTFALIA A OSPEDALETTO LODIGIANO

Su 7000 operai che lavorano nel mattatoio di TOENNIES più di 1500 sono positivi al coronavirus. E nel mattatoio INALCA, a 10 chilometri da Codogno, dove lavorano 1000 operai non è successo niente? A quando la verità?
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Su 7000 operai che lavorano nel mattatoio di TOENNIES più di 1500 sono positivi al coronavirus. E nel mattatoio INALCA, a 10 chilometri da Codogno, dove lavorano 1000 operai non è successo niente? A quando la verità?

Nel Land Renania Vestfalia è concentrata quasi tutta la produzione di carne della Germania. In questa zona, nell’industria della produzione e della macellazione, lavorano circa 20 mila operai. Nel più grande mattatoio di Germania, l’impianto dell’industriale Clemens Toennies di Rheda Wiedenbrück, gli operai colpiti da corona virus risultano essere oltre 1500, su di una popolazione di 7000 operai addetti. Ora tutti i 7000 operai della fabbrica sono finiti in quarantena. I contagi dagli operai si sono allargati alle famiglie ed ai quartieri operai dove essi abitano, costringendo le autorità tedesche a reintrodurre il lockdown per almeno 560.000 abitanti dei due distretti in questione. Queste cifre danno la misura di come la concentrazione degli operai nelle fabbriche sia un veicolo di propagazione esponenziale del virus. Le condizioni in cui gli operai devono lavorare nei macelli, ma in generale in tutte le fabbriche, è quasi lo stesso da inizio secolo, altro che fabbriche 4.0, queste moderne catene di smontaggio della carne, sono la replica della catena di montaggio di qualsiasi fabbrica, ma al posto di assemblare merci, qui le merci vengono squartate e affettate per produrre hamburger, prosciutti e arrosti. Nei macelli di qualsiasi nazione le condizioni di lavoro degli operai sono le medesime, dalla Germania agli Stati Uniti, passando per l’Italia lo schema è uguale, non esistono migliorie produttive. La suddivisione delle operazioni, che viene eseguita per velocizzare il ritmo della catena di macellazione, è pressoché uguale a quando fu introdotta nel 1908. Gli operai sono costretti a stare vicinissimi, ammassati uno accanto all’altro, operando di fronte ad una catena che scorre in continuazione e dove le bestie, appese a testa in giù, passano loro davanti obbligandoli a ripetere ogni giorno per tutto l’anno la stessa identica operazione, ad una temperatura che non supera i 12 gradi centigradi, in mezzo a liquami ed a fluidi di ogni tipo, rischiando malattie infettive di ogni sorta.
In questa produzione contaminata, nel macello del padrone Clemens Toennies, la maggioranza degli operai arriva dall’est Europa ma, tra gli operai che vi lavorano, sono ben 87 le nazioni rappresentate.
Operai che nemmeno sono assunti ufficialmente dal macello ma lavorano per ditte subappaltatrici, lavorando ben oltre le otto ore al giorno e, come scrive il corrispondente da Berlino del Corriere della Sera il 23 giugno: “vengono alloggiati in condizioni terribili in appartamenti super affollati, anche in 40 o 50, con un solo bagno, senza alcun rispetto delle minime regole d’igiene e sicurezza. Molto spesso privi di automobile, vengono trasportati dalle imprese che li impiegano ammassati in piccoli bus o furgoni”. É estremamente logico che in queste condizioni il Covid 19 si sia e si stia propagandando velocemente, al di là di tutte le fandonie raccontata dai media sulla fine della pandemia. La verità è che la propagazione del virus avviene principalmente nelle fabbriche dove gli operai sono costretti, oltreché a scarse misure di sicurezza, a lavorare uno addosso all’altro. Sempre il Corriere della Sera del 23 giugno, pur non potendo nascondere lo sviluppo della pandemia nelle fabbriche, cinicamente scriveva: “Finora i contagi fuori dal cerchio di lavoratori e famiglie sono [solo]24[!].”
Ma non si pensi che questa situazione sia esclusivamente una peculiarità dell’industria della macellazione tedesca. Negli Stati Uniti oltre 180 impianti di macellazione della carne sono stati colpiti dal Covid 19.
E in Italia? Le cose come sono andate? Probabilmente, com’è avvenuto per le fabbriche del bergamasco e del bresciano, dove i padroni e la Confindustria hanno fatto di tutto per tenere aperte le fabbriche malgrado la pandemia, anche nei macelli italiani, verosimilmente, le cose sono state nascoste sotto un tappeto, come si nasconde la polvere che non si vuole far vedere.
La prima zona rossa istituita dal governo il 23 febbraio, per fronteggiare la pandemia (e dove si pensa sia incominciato tutto), è quella che ha coinvolto i 10 comuni del basso lodigiano e precisamente: Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini. Ma, guarda caso, nonostante il focolaio si è sviluppato vicinissimo al comune di Ospedaletto Lodigiano, però, sempre guarda caso, questo non è mai stato incluso nella zona rossa, eppure la vicinanza tra Ospedaletto e Codogno è solo di una decina di chilometri. E, sempre guarda caso, nel Comune di Ospedaletto lodigiano sorge il macello più grande d’Italia, quello della INALCA (gruppo Cremonini), che ha una capacità di macellazione di circa 6.000 capi la settimana e che occupa circa 1000 operai.
A pensare male tante volte si commette un errore ma tante volte ci si prende e non è detto che in un futuro prossimo vengano a galla anche qui le responsabilità dei padroni dell’industria della carne, come già sono venute a galla quelle dei padroni delle industrie delle zone della bresciana e bergamasca.
D.C.

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