NIENTE SICUREZZA NIENTE LAVORO, SCIOPERO DEGLI OPERAI DEGLI STATI UNITI

Da US Today, The Sparks, Business insider

Traduzione a cura di M.C.


 

(Da US Today, 30 aprile 2020)
La Smithfield è il più grosso colosso mondiale di produzione e confezionamento di carne di maiale. Controllata interamente dai cinesi di WH Group ha un fatturato di 14 miliardi di dollari e 50.200 dipendenti (2016). Seconda per produzione la Tyson Foods (Polli, manzi e maiali) multinazionale dell’alimentazione, con 120 mila dipendenti 38 miliardi di dollari di fatturato (2017).
A metà marzo, la pressione delle istituzioni locali e degli operai preoccupati per le conseguenze del contagio avevano portato alla chiusura di circa 20 stabilimenti delle produzioni alimentari classificate come essenziali mettendo in seria difficoltà l’approvvigionamento alimentare nel paese. La Smithfield non aveva invece sospeso la produzione, obbligando gli operai a lavorare negli stabilimenti del gruppo. Le distanze e i dispositivi di protezione individuali imposti agli operai sono risultati inadatti contribuendo in maniera determinante alla diffusione del contagio da Covid-19 tra gli operai stessi.
Il gruppo Smithfield ha infatti dovuto chiudere, dopo il 15 aprile, la maggioranza degli stabilimenti dove gli operai sono risultati contagiati. Il contagio si è diffuso in maniera massiccia anche tra i residenti delle città che vivono attorno agli stabilimenti.
Secondo le dichiarazioni di David Muraskin legale di alcuni operai, la Smithfield, dopo la chiusura che lascia a casa migliaia di operai, sta pagando la malattia ai soli operai che sono risultati positivi.
La Tyson Foods ha dovuto, il 28 aprile, chiudere uno dei più grossi stabilimenti di produzione e confezionamento di carne bovina (10 milioni di confezioni giornaliere) nel Nebraska. L’azienda ha comunicato che la chiusura sarà temporanea per provvedere alla sanificazione dei reparti di produzione, dopo che alcuni operai erano risultati positivi al Covid-19, l’azienda non ha voluto rendere noto quanti sono gli operai risultati positivi.

Il presidente Trump, questa settimana, ha emesso un’ordinanza che impone l’apertura degli stabilimenti di produzione, confezionamento e distribuzione della carne, l’ordinanza includerebbe anche l’immunità in caso di denunzia da parte degli operai contagiati. L’ingiunzione rientra nell’ambito del Defense Production Act, che concede pieni poteri al presidente, sulla produzione alimentare in casi di emergenza.


 

(Dalla rivista militante “The Sparkss”, 20 aprile 2020)
Lo stabilimento Smithfield per lavorazione ed il confezionamento di carne situato nella zona Sioux Falls, Dakota del Sud è diventato l’ultimo caso critico del contagio da corona virus.
Le notizie sulla positività di dipendenti si è diffusa solamente dopo che la figlia di due operai della Smithfield ne ha parlato con i giornalisti. Lo stabilimento era rimasto aperto fino al 15 aprile, gli operai producevano rispettando la distanza stabilita di circa 35 cm tra le postazioni di lavoro.
Almeno 644 operai sono risultati positivi. Molti dei dipendenti dello stabilimento sono immigrati e rifugiati politici africani e latino americani.
Il salario orario medio è di 14/16 dollari, molti lavorano solo per pagare affitto e bollette. La direzione della Smithfield ha fatto risultare la produzione come essenziale per poter obbligare al lavoro gli operai. La chiusura di questo ed altri stabilimenti del settore carni, potrebbe portare nel prossimo futuro a problemi di rifornimento a livello federale.


 

(Da Business insider, 2 maggio 2020)
I dipendenti di Amazon dichiarano che hanno paura di lavorare in queste condizioni, ma non sono gli unici altre 9 grosse aziende delle produzioni essenziali, devono fare i conti con le contestazioni dei lavoratori sulle misure messe in atto per salvaguardare gli operai dal contagio del Covid-19.
Molti lavoratori sostengono che le aziende non stanno facendo abbastanza per ridurre i rischi del contagio, non provvedendo a fornire i DPI necessari, non comunicando quali colleghi siano risultati positivi e rifiutandosi di pagare l’indennità di rischio e la malattia. Sempre secondo i lavoratori, questo nonostante che le stesse aziende dichiarino un record di profitti nel periodo della pandemia. Venerdì, primo maggio, per la prima volta, ha visto costituirsi un fronte inedito di lavoratori delle produzioni essenziali di Amazon, Walmart, FedEx, Target, Instacart e Whole Foods scesi in sciopero sulle condizioni di lavoro al tempo della pandemia.
Lo sciopero viene riconvocato dopo che, la settimana scorsa, uno degli organizzatori era stato licenziato da Amazon, in seguito ad una precedente protesta, per gli stessi motivi nel magazzino di Staten Island New York.
Gli organizzatori dello sciopero protestano per le condizioni di lavoro che, sostengono, li stanno esponendo inutilmente al corona virus. Diversi operai sono risultati positivi nei test condotti in oltre 50 magazzini Amazon nel territorio federale.
Nei concentramenti dello sciopero del primo maggio, nonostante che provenissero da diverse aziende le rivendicazioni dei lavoratori erano comuni: un ricambio più frequente di DPI, tempi di riposo più lunghi dopo la malattia, salari più alti. Mentre le aziende dichiarano di aver cambiato atteggiamento riguardo ad alcune delle richieste, gli operai non ritengono sia abbastanza, sono insoddisfatti. I commessi di Instacart, i magazzinieri di Amazon e i corrieri di FedEx si sono incontrati in assemblee virtuali durante tutto il periodo pandemico, attraverso Zoom, Telegram, Facebook, e altre piattaforme per coordinare lo sciopero del primo maggio.
“Abbiamo costituito questo fronte perché abbiamo tutti un obbiettivo comune, quello di preservare le nostre comunità, preservare le nostre famiglie”. Ha dichiarato Christian Smalls uno degli organizzatori dello sciopero e operaio licenziato in seguito alla protesta nel magazzino Amazon di Staten Island di New York. “Dobbiamo tornare con la mente agli anni ’30 per ricordare concentramenti operai simili” ha dichiarato T Kochan ricercatore del MIT. I concentramenti si sono tenuti in diverse città americane.

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