RISCHIARE E TACERE

Come si fa a lavorare in sicurezza se, appena si denunciano le mancate regole di protezione, le aziende ti licenziano? È il metodo ArcelorMittal a Taranto, che spia anche nelle bacheche Facebook degli operai

Come si fa a lavorare in sicurezza se, appena si denunciano le mancate regole di protezione, le aziende ti licenziano? È il metodo ArcelorMittal a Taranto, che spia anche nelle bacheche Facebook degli operai


 

Rischiare e tacere. È questo il diktat al quale ArcelorMittal vuole che gli operai dello stabilimento di Taranto si adeguino, sempre e comunque. E lo fa imponendo in fabbrica un clima di silenzio e di paura. Lo dimostra il fatto che, mentre un quarto operaio, addetto alla manutenzione del Treno nastri 1, è stato accertato positivo al Coronavirus (il quarto in appena due settimane!), un altro operaio è stato licenziato in tronco per aver riportato sulla propria bacheca Facebook le reali condizioni in cui gli operai sono costretti a lavorare in fabbrica, privi o con insufficienti disponibilità di mascherine, guanti e gel igienizzante. Ma questo è solo l’ultimo licenziamento di un operaio che ha espresso una critica all’azienda. Infatti nel giro di pochi mesi sono stati ben tre gli operai licenziati a Taranto.
Partiamo dall’ultimo caso. Un operaio è stato buttato fuori pochi giorni fa perché ha denunciato la mancanza di dispositivi di protezione individuale per gli operai, quei Dpi che l’azienda aveva garantito a parole per poter ricevere dal prefetto mano libera nella gestione della forza lavoro anche durante l’emergenza Coronavirus. Per gli operai, quindi, una doppia “paura”: oltre a quella di contrarre il virus, in quanto costretti a spostarsi per andare in fabbrica e a lavorare malgrado la grave emergenza sanitaria, anche quella di essere licenziati se si azzardano a criticare l’azienda.
Ma, come anticipato, ArcelorMittol ha licenziato di recente altri due operai. Il primo è stato un operaio elettricista, cacciato lo scorso novembre “per aver leso l’immagine dell’azienda” durante una discussione con un medico della fabbrica, ma in realtà perché aveva denunciato un’alta presenza di amianto. “Mittal – ha dichiarato questo operaio – ha solo trovato il momento più opportuno per liberarsi di un operaio che invece di abbassare la testa ha deciso di denunciare la pessima gestione dell’amianto nell’azienda. Dicono che i miei problemi respiratori non sono riconducibili all’esposizione sul lavoro, ma allo smog della città. In realtà ho dato fastidio con i miei continui esposti. Secondo l’azienda le 4.000 tonnellate di amianto in fabbrica sono in sicurezza e non creano problemi, ma non è così. In fabbrica non ci sono 4.000 tonnellate di amianto, ma molte di più. L’azienda non vuole che si crei un altro allarme sanitario e sociale, ma gli operai sono preoccupati di lavorare in mezzo all’amianto e portarsi a casa delle fibre, ogni giorno”.
Il secondo operaio, addetto alla Manutenzione nastri, è stato prima sospeso una settimana e dopo licenziato a marzo con la contestazione, senza prove, di aver girato e postato su Facebook un video che riprendeva un operaio della ditta subappaltatrice Cimolai dimenticato il 16 febbraio per quasi tre ore sui tetti della copertura dei parchi minerali e fossili, a 80 metri di altezza, finché con le sue grida aveva richiamato l’attenzione dei soccorritori che a fatica lo avevano tratto in salvo.
ArcelorMittal fa la voce grossa per imporre la sua legge agli operai. E lo fa sapendo che nei fatti il suo comportamento rimane impunito. Ha dalla sua parte non solo la legge, che le consente di licenziare, ma anche la complicità delle forze sindacali. Possono gli operai aspettarsi un appoggio da Fiom, Fim, Uilm e Usb che hanno accettato che lavorino anche durante l’emergenza Coronavirus? Possono contare sul silenzio ipocrita dei sindacati confederali e sulle fandonie dell’Usb che dopo l’ultimo licenziamento ha diffuso il seguente comunicato: “ArcelorMittal ha manifestato con grande evidenza le sue intenzioni, deludendo del tutto le aspettative della prima ora (poveri sindacalisti delusi dal padrone). Perciò riteniamo sia arrivata l’ora che il Governo intervenga per ristabilire gli equilibri (ma che grande fiducia nel governo amico) . Facciamo un appello al premier Conte e al ministro dello Sviluppo economico Patuanelli perché la multinazionale, interessata esclusivamente al profitto, lasci Taranto. Presto chiederemo al sottosegretario Mario Turco di convocare sulla vertenza ArcelorMittal un tavolo con tutti gli enti”. Tavoli ed ancora tavoli dove sedersi a mangiare in buona compagnia.
L.R.

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