LA TORTA DEL PETROLIO LIBICO È GROSSA, COME SPARTIRLA È IL PROBLEMA

Sotto una montagna di frasi fatte sulla soluzione pacifica del conflitto libico c’è un braccio di ferro  fra compagnie petrolifere e fra i governi che le sostengono per dividersi  il bottino. Cerchiamo di capirne di più.

Sotto una montagna di frasi fatte sulla soluzione pacifica del conflitto libico c’è un braccio di ferro fra compagnie petrolifere e fra i governi che le sostengono per dividersi il bottino. Cerchiamo di capirne di più.


 

Per inquadrare meglio la questione libica conviene andare a vedere cosa è precisamente l’ENI e cosa rappresenta la Libia per questi grandi padroni e per lo Stato italiani.
L’ENI vanta una presenza in Libia fin dal 1959. Nel 2018 la quantità di petrolio equivalente (misurato in barili di petrolio equivalenti, boe) in quota ENI proveniente dalla Libia era pari a 302 mila boe/giorno, circa il 16% del totale di 1,92 milioni boe/giorno che la compagnia estrae in tutto il mondo. Si stima che il consumo di energia da idrocarburi italiano sia pari a 2,29 milioni boe/giorno. ENI è una società per azioni (spa) privata, ma una quota consistente intorno al 30% è di proprietà dello Stato che in questo modo ne detiene il controllo, oltre che avere una serie di poteri speciali garantiti per legge, la cosiddetta Golden Share. ENI per fatturato è tra le prime 150 società al mondo. È abbastanza pertanto chiaro quanto sia economicamente e strategicamente importante la Libia per lo Stato, il governo e il grande capitale italiano, ENI per prima, ma non solo.
Le attività dell’ENI in Libia dopo la resa dei conti con Gheddafi, la sua uccisione da parte delle fazioni poi insediatesi a Tripoli (che oggi si riconoscono in Sarraj) e a Bengasi (che oggi si riconoscono in Haftar), si pensava venissero fortemente compromesse per l’inserimento di altri concorrenti. Soprattutto la Total francese, ma anche le britanniche Shell e BP che venivano indicate come le compagnie che avrebbero avuto, almeno nelle assegnazioni delle future concessioni, il maggior peso. La loro posizione veniva ritenuta favorita per essere quelle che, al pari dell’ENI (con Saipem), avevano la necessaria capacità industriale di “esplorazione e sviluppo” di nuovi giacimenti, ma soprattutto per essere compagnie delle potenze occidentali intervenute militarmente nei bombardamenti che portarono alla caduta del governo Gheddafi.
Invece l’ENI nella Libia del dopo Gheddafi, divisa e contesa principalmente tra i due governi delle due fazioni borghesi viste sopra, ma con oltre 200 milizie armate sparse su tutto il territorio, ha ricominciato a “trafficare” con tutti. Nel giro di poco tempo si è riassicurata tutti i contratti pluriennali in cui già partecipava al 50% con la NOC, la Compagnia Petrolifera Nazionale libica, senza troppo preoccuparsi di dove il singolo giacimento si trovasse, se nella Tripolitania controllata dall’esercito del governo “riconosciuto internazionalmente” di Sarraj, oppure nella Cirenaica controllata dal generale Haftar e sostenuto sia dall’Egitto che dalla Francia e dalla Russia, o persino nel Fezzan a Sud dove sono le tribù Tuareg Tebu e Awlad Suleiman a contendersi il territorio.
Certo in questi anni, soprattutto quando le armi dei vari gruppi armati si fanno sentire, i manager e i tecnici dell’ENI gestiscono le attività estrattive da lontano utilizzando personale locale, o dai pozzi off-shore in mare aperto o da Malta, dove regolarmente ritornano immediatamente dopo le puntate in Libia. Una cosa è certa, l’ENI, abituata a trattare con milizie di ogni provenienza, a pagare tangenti a funzionari e capi di stato, borghesie corrotte di ogni genere e tipo, nella Libia in guerra tra fazioni non si è fatta intimorire e non ha mai abbandonato lo sfruttamento delle risorse petrolifere.
Tuttavia, adesso, e qui sorgono le vere preoccupazioni della borghesia italiana e del suo “nuovo” governo Conte, a scompaginare le carte in Libia è intervenuta la Turchia. Erdogan a novembre ha firmato con Sarraj un trattato che arriva a garantire l’invio di 5mila uomini dell’esercito turco in difesa della Tripolitania, oltre ad armi pesanti e droni. Così adesso dietro alla borghesia di Tripoli, finora sostenuta diplomaticamente da Usa, Gran Bretagna e Italia, è comparsa quella turca, ma lo fa fisicamente con suoi soldati e forniture di armi che i sostenitori occidentali gli avevano apertamente sempre negato. Una bella differenza poiché se adesso il generale della Cirenaica, Haftar, provasse davvero a entrare con le truppe a Tripoli, dopo mesi che ci sta provando senza successo, ogni volta ributtato indietro ad ogni assalto, si troverebbe a dover affrontare la Turchia di Erdogan. Va precisato che al trattato di novembre la borghesia turca ha fatto seguire, ai primi di gennaio, il voto parlamentare in cui viene autorizzato l’invio di armi e uomini per difendere gli interessi strategici della nazione turca anche oltre confine. E per affermare questo interesse, legato all’approvvigionamento delle risorse energetiche per il suo apparato industriale, la Turchia è pronta ad affrontare e a scontrarsi con le altre borghesie del Medioriente. Lo ha già dimostrato in Siria dove si è inserita militarmente nelle fratture generatesi tra le grandi potenze. Ora si è inserita nel conflitto in Libia diventando il più determinato padrino di Sarraj. Un padrino davvero capace di scombussolare i rapporti di forza tra Tripoli e Bengasi, ma anche allo stesso tempo di mettere in discussione il consolidato ruolo dell’ENI in Libia. Da qui deriva tutto il “lavoro” di Di Maio come ministro degli esteri e di tutto il governo Conte, ma anche di altre figure istituzionali rilevanti come il Presidente della Repubblica, Mattarella, che abbiamo illustrato in un precedente articolo.
R.P.

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