4 NOVEMBRE 1918, MA QUALE VITTORIA? QUELLA DEI PADRONI

Ogni anno il 4 novembre festeggiano la vittoria dell'Italia nella prima guerra mondiale. Hanno interesse a presentare la storia come conviene a loro, padroni e borghesi.

Ogni anno il 4 novembre festeggiano la vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale. Hanno interesse a presentare la storia come conviene a loro, padroni e borghesi. Scatenarono la guerra per dividersi territori e mercati, per arricchirsi con le commesse militari, mandarono a morire centinaia di milioni di operai e contadini. Festeggiare la vittoria? Rimpiangere solo di non aver rovesciato il loro potere prima che la carneficina avesse inizio. Noi ricordiamo la rivolta di Torino del 1917 per il pane contro la guerra.

di Teresa Noce

Noi, a Torino, la guerra non la volevamo più. Volevamo che tornassero i nostri soldati dal fronte e volevamo mangiare. In quel mese d’agosto, se in fabbrica si crepava di caldo, in casa si moriva di fame. Usciti dal lavoro si faceva la coda dal fornaio, ma il più delle volte il pane era finito. Così, sempre più sovente, si rientrava al lavoro gridando: «Sacco vuoto non sta in piedi e tanto meno può lavorare».
Cominciarono le donne che soffrivano più di qualsiasi altro per la fame e per la guerra. Quasi tutte adesso lavoravano in fabbrica: bisognava dare da mangiare ai bambini mentre i mariti e i figli grandi erano al fronte. Ma cosa dare da mangiare ai bambini se nelle botteghe non c’era pane?
Il 21 agosto 1917, un martedì, il pane mancò completamente. I lavoratori usciti dalle fabbriche incontrarono davanti alle panetterie sbarrate le donne che, inutilmente, facevano la coda da ore. Si cominciò a gridare: «Pane! Sciopero! Abbasso la guerra!».
I fornai erano piantonati ma, in un attimo, i carabinieri furono travolti e contro le donne non osarono sparare. Porte e saracinesche furono abbattute dalle donne che presero d’assalto tutti i viveri a portata di mano. Nessuno quel giorno rientrò in fabbrica. Alcune direzioni di stabilimenti, alla Diatto e alla Proiettili (dove lavoravano solo donne) mandarono a prelevare camion di pane ai panifici militari. Ma quando i camion arrivarono, le donne li presero d’assalto, si distribuirono il pane e, invece di rientrare al lavoro, si diressero in città urlando: «Abbasso la guerra!».
Al pomeriggio tutte le fabbriche erano ferme. Gli operai sapevano cosa rischiavano: poiché erano tutti militarizzati, potevano essere immediatamente spediti al fronte, se non deferiti davanti al Tribunale Militare. Ma le donne, che sapevano tutto questo, si misero davanti a loro. Cortei tumultuanti arrivarono in centro. Le donne gridavano: «Al municipio! Dal prefetto! Nominiamo una commissione!».
Macché commissione, abbasso la guerra! Così la mossa per il pane cominciò a trasformarsi in rivolta contro la guerra. Sorsero le prime barricate. Furono rovesciati i tranvai e gli autocarri scaricati del pane e della farina. Si udirono i primi colpi di arma da fuoco. Nessuno dormì quella notte. Al mattino del mercoledì la città era paralizzata dallo sciopero generale. Tutto rimase fermo, dalle fabbriche ai laboratori e dai negozi ai trasporti.
Le barriere si moltiplicarono. Alcune improvvisate, tali da non poter offrire resistenza alle cariche della cavalleria. Ma altre fatte a regola d’arte, soprattutto nei rioni periferici. La barricata costruita all’angolo di corso Vercelli con via Carmagnola, dov’era la Fiat Brevetti, tenne in iscacco forze di polizia e truppa per oltre venticinque ore. Era stata costruita con decine di grossi tronchi d’albero, tagliati sul corso vicino all’altra Fiat (la San Giorgio) e con alcuni pesanti carri ferroviari provenienti dal deposito Dora.
Un’altra solidissima barricata venne eretta sul corso Principe Oddone, all’altezza di corso Regina Margherita. Costruita anche questa con vetture tranviarie rovesciate, era circondata da filo spinato nel quale gli operai facevano passare la corrente elettrica. Ma, tagliando la città in due, queste barricate finirono per impedire alle forze operaie della Barriera di Milano di congiungersi con quelle di Borgo San Paolo, l’altro centro della rivolta.

Il fatto che lo sciopero totale continuasse e che un po’ dovunque sorgessero le barricate nonostante le cariche della cavalleria, spaventò le autorità. La reazione si scatenò: allo scopo di disperdere la folla, la forza pubblica cominciò ad arrestare per le strade uomini e donne. Gli arrestati vennero picchiati ferocemente e trascinati sui camion. Poi l’autorità decise di intervenire con la truppa: fece occupare i punti strategici più importanti e arrivarono i carri armati.
Ma, appena apparvero i soldati, questi furono accolti dalla popolazione come fratelli. Le donne si infiltrarono tra loro offrendo cibo e vino. Era proprio per loro – dicevano le donne – proprio perché i soldati non andassero a morire in guerra, che Torino era insorta. E ogni famiglia operaia abitante nelle strade presidiate dalla truppa si occupò dei “suoi” soldati. Con la pastasciutta li esortò a fraternizzare.
Questo atteggiamento non tardò a portare certi frutti. Un reparto di alpini ricevette l’ordine di sparare, ma i soldati, dopo aver lungamente esitato, di fronte alle donne, posarono i fucili a terra e voltarono le spalle alla folla.
Ciò accadde sul corso di Ponte Mosca, alla Barriera di Milano e, subito dopo, il Commissariato di polizia di quello stesso quartiere fu preso d’assalto ed espugnato dalla folla. Poi questa si diresse di corsa, attraverso Porta Palazzo, verso il centro della città per raggiungere Piazza Castello dove c’era la Prefettura, e piazza San Carlo dov’era la Questura, e a via Cernaia dov’erano le caserme principali.
Ma non fu possibile. Il contrattacco fu tremendo: contro i pochi fucili dei rivoltosi entrarono in azione le mitragliatrici e i carri armati che cominciarono a vomitare fuoco tanto su ci fuggiva quanto su chi resisteva, e contro le finestre delle case, contro i negozi, contro tutto. Caddero uomini, donne e perfino bambini.
Tuttavia la lotta non cessò. Continuò lo sciopero e continuavano a sorgere barricate. Si cantava ovunque:
«Prendi il fucile e gettalo per terra.
Vogliamo la pace, vogliamo la pace,
mai più vogliam la guerra
».
Giorno e notte rintronavano i colpi di fucile e le raffiche di mitragliatrice. Poi, a poco a poco, la rivolta si esaurì. Senza armi e senza direzione gli insorti non potevano vincere. Ancora una volta Torino era stata lasciata sola: nessun’altra città, nessun’altra fabbrica si unì agli operai torinesi.
Il sabato di quella che in seguito sarebbe stata chiamata la “settimana rossa”, il Consiglio comunale di riunì con i dirigenti della Camera del lavoro. Gli operai furono invitati a rientrare in fabbrica per il lunedì seguente. Le autorità fecero subito affiggere dappertutto tale invito e, agli operai, non rimase che tornare al lavoro: oramai non potevano fare altro.
Ma non rientrarono tutti. Non rientrarono le centinaia di arrestati e le migliaia di “militarizzati” subito spediti al fronte. Non rientrarono in fabbrica i caduti di quella settimana arrossata dal sangue di tanti lavoratori. Quanti furono i morti? Ufficiosamente si disse una cinquantina, ma certo furono molti di più, anche se non si seppe mai quanti. E non solo uomini, ma anche donne e bambini.
Qualche settimana dopo, verso la metà di settembre, mio fratello venne a casa in licenza. A Pisa aveva saputo ben poco degli avvenimenti di Torino. I giornali erano stati censuratissimi. Anch’io, nelle mie lettere, ero stata molto prudente, tanto che lui non aveva capito ciò che era veramente successo nella nostra città e ardeva di saperne di più. Per lunghe ore parlammo degli avvenimenti, della rivolta, degli operai che si erano battuti, del coraggio delle donne che si erano lanciate contro i carri armati e si erano sdraiate a terra per impedire che questi si lanciassero contro i rivoltosi.
Mi sentivo ormai adulta, certo più matura dei miei diciassette anni. Anche mio fratello se ne era accorto e non mi considerava più come la sorellina minore. Discutendo, convenimmo insieme che quella di Torino non era stata solo un’esplosione di malcontento, ma una rivolta del proletariato che non voleva la guerra, alla quale si era opposto fin dal 1915. L’aveva sopportata per forza, ma non l’aveva mai accettata. Altro che il “non aderire e non sabotare” dei capi socialisti! Il malcontento esploso per la mancanza di pane si era subito trasformato in rivolta contro la guerra.
Se due anni prima solo la parte più avanzata del proletariato era scesa nelle strade per impedire l’entrata in guerra dell’Italia, questa volta a battersi per imporre la pace era stata la maggioranza della popolazione torinese. Essa era dunque maturata come ero maturata io.
Mio fratello, riflettendo ad alta voce, diceva: «Il fatto più importante è che alla lotta non hanno preso parte solo alcune centinaia di operai, ma decine di migliaia di persone di tutti i ceti, di tutte le categorie: lo provano le liste dei morti, dei feriti, degli arrestati, dove è rappresentato ogni strato della popolazione lavoratrice. E senza guida, senza direzione. Pensa che cosa avrebbero saputo fare se fossero stati ben diretti!».
Prima che mio fratello ripartisse per andare a Foggia, a conseguire il brevetto di secondo grado, parlammo anche della situazione internazionale. Entrambi ne sapevamo ben poco, perché i giornali erano scarsi di notizie. Ma qualche cosa trapelava nonostante la censura. La rivoluzione contro lo zar, scoppiata in Russia alcuni mesi prima, non era andata molto avanti, perché i russi continuavano la guerra. Ma si parlava sempre di più di Lenin e dei bolscevichi che lottavano anche laggiù per imporre la pace.
Neanche mio fratello sapeva molto bene chi fosse Lenin. Gli raccontai allora dei due menscevichi arrivati a Torino e che le autorità avevano lasciato parlare in un comizio. Avevano parlato della guerra, non contro la guerra. Gli operai li avevano accolti al grido di “Viva Lenin! Viva la Rivoluzione russa!”. E i due se ne erano andati borbottando.

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