WHIRLPOOL, POLITICI, SINDACALISTI E OPERAI

Gli operai, visto che le promesse politiche e le chiacchiere sulla reindustrializzazione non portano a niente, visto che il padrone va per la sua strada, potrebbero decidere di occupare la fabbrica per impedirne la chiusura il 1 novembre. Forse è la sola cosa giusta da fare. La vertenza Whirlpool sta davvero facendo sudare sette camice a politici e sindacalisti. Da decenni la chiusura delle grosse fabbriche è avvenuta secondo un gioco delle parti preciso e predeterminato. L’azienda dichiara la crisi, conti alla mano dimostra che non è più possibile continuare la produzione e tenere aperto il sito industriale. Immediata […]

Gli operai, visto che le promesse politiche e le chiacchiere sulla reindustrializzazione non portano a niente, visto che il padrone va per la sua strada, potrebbero decidere di occupare la fabbrica per impedirne la chiusura il 1 novembre. Forse è la sola cosa giusta da fare.

La vertenza Whirlpool sta davvero facendo sudare sette camice a politici e sindacalisti. Da decenni la chiusura delle grosse fabbriche è avvenuta secondo un gioco delle parti preciso e predeterminato. L’azienda dichiara la crisi, conti alla mano dimostra che non è più possibile continuare la produzione e tenere aperto il sito industriale. Immediata è l’alzata di scudi di politici, locali e nazionali, e sindacalisti. La fabbrica è produttiva, le difficoltà sono dovute a cattive politiche industriali della dirigenza aziendale. La crisi, dicono, non può pesare solo sulle spalle dei lavoratori, che però sono pronti a fare la loro parte di sacrifici. Si passa così, con ritmi diversi da situazione a situazione, ai contratti di solidarietà, poi agli altisonanti piani di rilancio industriale che servono solo a giustificare sia lauti finanziamenti statali, sia la cassa integrazione (con tanto di corsi di riqualificazione) e la mobilità incentivata. Dopo un po’ la situazione precipita e l’azienda chiude il sito, magari con accordi di cessione di rami d’azienda, mobilità agevolata, ecc. Gli operai sono gli unici fregati, o continuano a lavorare in qualche altro stabilimento più lontano e a condizioni peggiori, oppure hanno di fronte lo spettro della disoccupazione dopo un periodo di sussidio. I politici e i sindacalisti salvano la faccia, perché nei fatti non hanno mosso un dito per impedire veramente l’esito negativo della vicenda, anzi l’hanno agevolata, ma possono far credere di aver fatto tutto il possibile. I padroni non solo chiudono uno stabilimento, riducendo, con la concentrazione della produzione in poche fabbriche, i costi di produzione, ma lo fanno intascandosi pure lauti sovvenzionamenti statali.
Sembrava che per la Whirlpool di Napoli lo schema dovesse essere lo stesso. Ad ottobre 2018 c’era stato l’accordo al MISE, con la solita pioggia annunciata di investimenti industriali con tanto di aiuti statali che avevano scongiurato la chiusura dello stabilimento. Di Maio, ministro del lavoro era stato applaudito dagli operai per il suo impegno nella risoluzione della vertenza. La prospettiva della chiusura sembrava essere stata sostituita da quella di una lenta agonia. Ma le cose non stavano così. La crisi ha i suoi tempi, impone scelte rapide. Del resto gli operai, piegati da anni e anni di svendite sindacali, fanno sempre meno paura, né i politici di turno hanno una qualche, anche se sempre illusoria, autorità, in quanto il loro destino è segnato da una rapida ascesa seguita da un altrettanto rapido declino. A fine maggio l’azienda si rimangia tutto quello che aveva sottoscritto per il sito di Napoli. Il sito va chiuso e riconvertito. Vi subentrerà un’altra azienda, la PVS, che praticamente non ha produzione industriale ed ha un capitale sociale irrisorio. Una truffa bella e buona. I politici fanno pressione, gli operai tornano a mobilitarsi in tante processioni dietro i sindacalisti e piano piano decidono anche di interrompere la produzione, sembra che si sia vicino ad un accordo, ma il rappresentante aziendale in un incontro col primo ministro Conte con arroganza e platealmente lascia il tavolo della trattativa dichiarando che dal primo novembre lo stabilimento è chiuso.
Da quel momento la vita diventa difficile soprattutto per i sindacalisti. Bisogna incanalare la rabbia operaia per evitare che esploda. Il primo passo è concedere che si sfoghino senza colpire gli interessi aziendali. Una breve e quasi simbolica occupazione dell’autostrada fa esattamente al caso giusto. Poi si passa ad organizzare altre inutili processioni per premere sui politici ed il governo. Costoro si dichiarano tutti a favore dei lavoratori e pronti a finanziare ulteriormente l’azienda (De Luca, presidente della Regione Campania, l’altro ieri ha detto che è pronto a dare 20 milioni di aiuti all’azienda se non chiuderà il sito di Napoli). Cominciano a circolare nuove strane ipotesi di accordi, o di un sostegno pubblico alla Whirlpool, tramite la società Invitalia o di una cessione che veda sempre Invitalia coinvolta con qualche altra azienda privata. Finora tutte fantasie, che però servono ad alimentare la speranza degli operai e a tenere sotto controllo la loro capacità di lotta.
Mentre però sono in corso processioni e promesse, lo stato e l’azienda hanno dato un primo segnale, triplicando la presenza delle forze dell’ordine di fronte allo stabilimento per impedire che esso venga occupato dagli operai. Prima dello scoccare della data del primo novembre è probabile che l’azienda faccia un blitz per lasciare gli operai fuori dai cancelli. C’è da chiedersi se gli operai avranno la lucidità di prevenire questa mossa, se comprenderanno che non basta solo il presidio ma è necessario l’atto concreto di parte operaia di impossessarsi dello stabilimento.
Non tocca agli operai trovare soluzioni economiche di mercato per tenere aperto la fabbrica, bisogna costringere altri a trovarle. Dal padrone al governo, alle istituzioni. Gli operai possono costringerli facendo un atto di forza che convinca tutti che non se ne andranno a casa, che non si faranno chiudere la fabbrica, che non gli interessa accedere ai famosi piani di reindustrializzazione andando in cassa integrazione a morire di fame. Se avranno il coraggio, imposto dalla disperazione e dalla arrogante determinazione padronale, di fare questo passo, si capirà subito da che parte stanno veramente sindacalisti e politici mentre gli operai si giocheranno l’unica carta che è rimasta a loro disposizione per non chiudere come al solito, con un licenziamento di massa, l’ennesima vertenza aziendale.

A. V.

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