LE FABBRICHE SOSPESE NEL NULLA

Risulta sempre più evidente che i capi sindacali hanno scelto, come unica risposta alla chiusura delle fabbriche ed ai licenziamenti, la Cassa Integrazione Straordinaria. Sollevano i padroni da ogni responsabilità economica e costringono gli operai a vivere con un miserabile sussidio dello Stato Caro Operai Contro, meno di un mese fa Di Maio era ancora ministro del lavoro. Per più di un anno ci ha tempestati con gli effetti salvifici del “decreto dignità”. Erano tutte balle, oggi 300 mila lavoratori a stragrande maggioranza operai, di 160 aziende in crisi (indotto compreso) sono in cassa integrazione, sul piano inclinato verso […]

Risulta sempre più evidente che i capi sindacali hanno scelto, come unica risposta alla chiusura delle fabbriche ed ai licenziamenti, la Cassa Integrazione Straordinaria. Sollevano i padroni da ogni responsabilità economica e costringono gli operai a vivere con un miserabile sussidio dello Stato

Caro Operai Contro,
meno di un mese fa Di Maio era ancora ministro del lavoro. Per più di un anno ci ha tempestati con gli effetti salvifici del “decreto dignità”. Erano tutte balle, oggi 300 mila lavoratori a stragrande maggioranza operai, di 160 aziende in crisi (indotto compreso) sono in cassa integrazione, sul piano inclinato verso il licenziamento.
Citiamo per tutte Alitalia, Mercatone 1, fino ai casi di storie infinite come Alcoa o le Acciaierie di Piombino e l’ex Fiat di Termini Imerese, o quelli “indefinibili” quali l’Ilva, o gli accordi “trappola” tipo Whirlpool ecc. Questi i nomi più famosi tra le 160 aziende per lo più sconosciute alle cronache.
Nel solo mese di giugno di quest’anno, l’incremento tendenziale della Cigs (cassa integrazione guadagni straordinaria), è stato addirittura del 99,8 per cento. Nei primi 6 mesi del 2019 la Cigs è salita del 41,84 per cento, con in testa l’industria e l’edilizia.
Un balzo dovuto anche al fatto che l’anno scorso il primo governo Conte, nel tentativo di frenare il dilagare dei licenziamenti immediati, ha ripristinato la Cigs per cessata attività che il governo Renzi aveva cancellato con il Jobs act.
300 mila lavoratori sospesi nel nulla che le aziende hanno potuto espellere senza tante storie, con la collaborazione di un sindacalismo rinunciatario, arenato sulle esigenze del padrone e del suo profitto: tagliare personale per sostituirlo con contratti precari, o chiudere la fabbrica, o trasferirla ecc.
La prassi è la solita. Il padrone comunica in modo più o meno mascherato gli “esuberi”. Il sindacato converge con la richiesta aziendale della cassa integrazione, (o la richiede quando il padrone punta al licenziamento diretto), ma non innesca alcuna seria lotta operaia contro i licenziamenti.
La Cigs nei fatti diventa l’obbiettivo e la “soluzione” del sindacato. La lotta contro i licenziamenti comunque mascherati, viene abbandonata in partenza. La Cigs non viene usata come condizione momentanea nella lotta contro i licenziamenti, bensì per prolungare l’agonia degli operai marchiati come “esuberi”.
Non è più accettabile una condizione simile. Un esercito di 300 mila uomini tenuti fermi a marcire senza lottare, senza una meta, una direzione in cui muoversi, mentre avanza lo spettro della disoccupazione.
A maggio 2019 la domanda di disoccupazione (Naspi) è aumentata del 1,3 per cento in un anno, pari a 104.800 nuovi disoccupati. Sia Cigs che Naspi nel primo semestre 2019 sono salite a doppia cifra percentuale.
In molte aziende, quando il padrone dichiara gli esuberi, il sindacato promette e simula una risposta di lotta, ma finisce tutto con qualche ora o al massimo un giorno sui cancelli.
Nelle assemblee il funzionario sindacale di turno, dice che al tavolo del ministero “andremo a vedere le carte”. Al ritorno verrà ufficializzato se si tratta di crisi di ristrutturazione, o riorganizzazione, o riconversione o se interverrà l’amministrazione straordinaria, o altro. In seguito il sindacato introdurrà il “piano di ricollocazione” che in realtà non ricolloca nessuno. Come dimostra, tanto per fare un esempio, l’accordo all’Astom di Sesto San Giovanni (Mi) in cui, dopo 2 anni, nessun operaio è stato “ricollocato”.
Spesso il sindacato non convoca in assemblea con regolarità i cassaintegrati. Restano per mesi abbandonati a se stessi ognuno per conto suo. Il padrone spera così che si disperdano senza clamori, prima ancora che finisca la Cigs. Anche il sindacato tira un sospiro di sollievo, se tanti cassaintegrati non si presentano più alle ultime assemblee, quando con la fine della Cigs si avvicina il licenziamento e la disoccupazione.
La rabbia e la protesta, che tante volte gli operai esprimono quando vengono intervistati sui cancelli e si sfogano, non ha
nno la possibilità di esprimersi e trasformarsi in lotta, perché il sindacato non la organizza. Non ha, e non vuole avere, obbiettivi oltre la Cigs, pur sapendo che, anche se prorogata, alla fine della Cigs ci sono i licenziamenti. La ricollocazione è solo uno specchietto per allodole.
In ogni fabbrica e in ogni posto di lavoro, ci sono sicuramente operai decisi a rompere il ghiaccio per fermare un sindacalismo fallimentare. Questi operai possono e devono farlo! Con proposte di lotta e chiarimenti con i propri compagni di lavoro, anche riunendosi fuori dalla fabbrica, impegnandosi per organizzarsi collettivamente. Individuare operai combattivi in altre fabbriche con i quali collegarsi.

Saluti Oxervator

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