Landini: chiacchiere e distintivo

Serviva alla CGIL un personaggio che rompesse il grigiore della gestione Camusso. La gestione Camusso è stata la gestione di un fallimento. Il nuovo segretario si agiterà di più ma non cambierà strategia. Non sono stati difesi in alcun modo gli interessi, non del lavoro, ma di chi lavora, non di chi genericamente lavora (dal parlamentare al minatore) ma degli operai che lavorano per un salario da fame, in regime di schiavitù, quando va bene. Altrimenti c’è la miseria della disoccupazione. Si può capire: quando si mette al centro di un programma il mito- lavoro si finisce sempre per […]
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Serviva alla CGIL un personaggio che rompesse il grigiore della gestione Camusso. La gestione Camusso è stata la gestione di un fallimento. Il nuovo segretario si agiterà di più ma non cambierà strategia.

Non sono stati difesi in alcun modo gli interessi, non del lavoro, ma di chi lavora, non di chi genericamente lavora (dal parlamentare al minatore) ma degli operai che lavorano per un salario da fame, in regime di schiavitù, quando va bene. Altrimenti c’è la miseria della disoccupazione. Si può capire: quando si mette al centro di un programma il mito- lavoro si finisce sempre per sacrificare chi viene costretto al lavoro per sopravvivere, quando si vogliono rappresentare i lavoratori in generale si finisce per diventare portavoce degli strati più alti dagli impiegati, dei dirigenti industriali, dei funzionari dello Stato. Si abbandonano al loro destino gli operai veri e propri, se poi sono stranieri, dipendenti di cooperative, arruolati a termine, non vengono nemmeno presi in considerazione se non in qualche dichiarazione di facciata. Questa realtà, di un sindacato che fallisce nella difesa degli interessi degli strati operai , attivi e di riserva, si è resa manifesta proprio nella FIOM, il sindacato diretto da Landini che ora, raccomandato dalla Camusso prende il controllo della CGIL. La FIOM, che organizza il maggior numero di operai dell’industria, non ha saputo e voluto difendere il salario bloccato da 17 anni (stime Censis). Non è riuscito a difendere un solo posto di lavoro, i funzionari possono vantare centinaia di accordi in cui hanno sancito la chiusura di fabbriche, raccontando che non c’era scelta perché loro, per interesse personale e per sottomissione culturale, ritenevano che le scelte del padrone erano indiscutibili, determinate dalla “legittima ricerca del profitto”. Landini ha saputo introdurre, assieme ai compari di FIM ed UILM, una “moneta” parallela di bonus come aumento salariale, da spendere solo come vuole e dove vuole il padrone. Nel frattempo la Fornero condannava gli operai a morire di vecchiaia sul lavoro e Renzi introduceva, per legge, la libertà di licenziare. La FIOM, come possibile forza trainante, non svolgeva nessun ruolo, la CGIL organizzava scioperi da operetta senza peso. Così il peggior attacco alle condizioni di lavoro è passato senza colpo ferire, senza scossoni sociali. Muoiono quasi quattro operai al giorno e il sindacato confederale con la sua forza, in realtà solo apparente, non è riuscito a porre un freno a questa vera e propria strage. Landini invece si è molto impegnato a ripulire la FIOM dagli operai e delegati combattivi, ha trasferito e costretto a dimettersi funzionari sindacali non allineati. Ha dimostrato che odia di più quelli che gli si pongono a “sinistra” rispetto a quelli degli accordi ad ogni costo, quelli della tradizione socialista, che vivono bene negli apparati, negli uffici territoriali, al caldo. Sindacalisti ed operai hanno nel frattempo scelto di dar vita a nuove organizzazioni sindacali, alternative al sindacato confederale, organizzazioni sempre più presenti, non solo fra settori particolari come la logistica, ma anche nelle grandi realtà industriali. Si è prodotta, è vero, un’ulteriore divisione fra gli operai stessi, ma la responsabilità ricade sulle scelte dei dirigenti della FIOM che hanno preferito il consenso confindustriale a quello degli operai, dei presidi e degli scioperi duri. La FIOM di Landini e di chi ha preso il suo posto, ha perso peso nelle fabbriche, fiducia degli operai, capacità di mobilitazione. Un po’ recalcitrante si è adeguata alle scelte di FIM e UILM. Quando si tratta di fare del sindacalismo dentro i limiti delle necessità padronali questi sindacati sono molto esperti, quando si tratta di smontare la rabbia operaia con incentivi e ammortizzatori sociali sono degli specialisti. Landini, sempre con il tono da sindacalista agitato, ha agito in sostanza come il classico sindacalista collaborativo, dopo un inizio in cui sosteneva “meglio nessun accordo che una svendita” si è piegato alla ricerca di un accordo a qualunque costo, l’importante era realizzare l’unità sindacale con FIM ed UILM per tornare ai tanti agognati tavoli della contrattazione centralizzata con industriali e governo. Ad un certo punto ha tentato anche la scelta di fondare un nuovo soggetto politico, ma è stato convinto a desistere, non c’era spazio. Ha battagliato con la Camusso ma poi, pentito, ha fatto opera di sottomissione, ha sottoscritto regole ed accordi sulle rappresentanze sindacali restringendo l’azione di queste, ha iniziato a firmare contratti a perdere, è diventato paladino dell’unità sindacale con Barbagallo e la Furlan. Era il prezzo che andava pagato per aprirsi la strada a segretario della CGIL, e lo ha pagato. La Camusso si è fatta garante che dietro l’agitato sindacalista televisivo c’è l’uomo del patto dei produttori, c’è l’uomo fermamente convinto che sulla barca chiamata investimenti, privati o pubblici, gli operai debbano remare contenti di poter permettere ai padroni di raccogliere i “legittimi profitti”, e raccogliere, in seguito, qualche briciola. Certo che si possono dire e fare le stesse cose con uno stile diverso, si può fare colpo nei salotti televisivi e nei primi dieci minuti Landini ci sa fare. Chi lo ha sentito parlare dal vivo, dandogli tutta l’attenzione possibile, alla fine si è chiesto: cosa ha veramente proposto, quale linea ha indicato per la lotta contro i padroni? Niente. Ripete solo frasi fatte sui diritti, sul lavoro. Solo chiacchiere e distintivo, perché questo è il nuovo segretario della CGIL.

E.A.

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