CRONACHE DA MELFI  

Sabato è stata organizzata una manifestazione davanti i cancelli principali della SATA di Melfi. Oltre ad alcuni RSA della FIOM che avevano indetto la manifestazione in occasione dell’ultimo sabato di straordinario, erano presenti militanti dell’estrema sinistra, del sindacalismo di base , i cinque compagni della FIAT di Pomigliano licenziati per il finto “suicidio” di Marchionne. Dal punto di vista numerico, pochi. La manifestazione all’inizio era stata programmata per sostenere lo sciopero dichiarato da un gruppo di delegati FIOM contro lo straordinario obbligatorio, i ritmi asfissianti di lavoro e la nuova turistica che la FIAT sta per applicare a Melfi […]

Sabato è stata organizzata una manifestazione davanti i cancelli principali della SATA di Melfi.

Oltre ad alcuni RSA della FIOM che avevano indetto la manifestazione in occasione dell’ultimo sabato di straordinario, erano presenti militanti dell’estrema sinistra, del sindacalismo di base , i cinque compagni della FIAT di Pomigliano licenziati per il finto “suicidio” di Marchionne.

Dal punto di vista numerico, pochi.

La manifestazione all’inizio era stata programmata per sostenere lo sciopero dichiarato da un gruppo di delegati FIOM contro lo straordinario obbligatorio, i ritmi asfissianti di lavoro e la nuova turistica che la FIAT sta per applicare a Melfi che la farà diventare una fabbrica a ciclo continuo senza più sospensioni della produzione.

Landini ha però posto il veto a questa iniziativa. In una riunione di delegati ha affermato che coloro che avrebbero scioperato contro i nuovi turni sarebbero stati espulsi dalla FIOM.

Dall’occupazione delle fabbriche ipotizzata nel periodo del dibattito parlamentare sul jobs act, dopo che quest’ultimo è passato senza una sola occupazione, oggi il capo della FIOM vieta a un gruppo di delegati della sua organizzazione di dare una risposta organizzativa e di lotta agli operai di Melfi che hanno manifestato apertamente il loro dissenso nei confronti della nuova turnistica.

L’idea di Landini, e di buona parte dei dirigenti della sua organizzazione, è che gli aumenti della produzione e degli occupati a Melfi siano un fatto positivo e da salvaguardare. Bisogna solo cambiare “alcuni” aspetti discutibili e allora propone di aprire una trattativa sui seguenti punti:

  • Riduzione dell’orario di lavoro con l’inserimento di nuove squadre e un sistema dei turni che assicuri un “giusto” riposo alle maestranze.
  • Una verifica dei carichi sulle linee di montaggio per ridurre i tempi di saturazione.
  • Aumenti salariali

Cioè propone di discutere in modo civile, in una sede di contrattazione, per cambiare quelli che sono gli aspetti fondamentali del piano FIAT per Melfi.

Landini della crisi non capisce nulla, o meglio fa finta di non capire nulla.

Marchionne sta potenziando Melfi e in prospettiva anche Cassino e Mirafiori perché ormai le condizioni di utilizzo della forza lavoro in Italia sono competitive a livello internazionale.

Si riapre una fase in cui le automobili cominciano a vendersi di nuovo. Non molte e non tutti i produttori le venderanno. In un mercato ristretto ci riusciranno quelli che le produrranno a costi più competitivi.

Gli operai dell’auto italiani sono ormai quelli peggio pagati in Europa. Sono stati asfaltati da anni di cassa integrazione e licenziamenti punitivi. In molte fabbriche non esiste più opposizione. Sulle linee di montaggio di Pomigliano, la FIAT ha sperimentato un nuovo livello di riduzione degli operai a semplici attributi del macchinario, completamente schiavizzati e zittiti. Ha potuto farlo perché ha liquidato l’opposizione in fabbrica sfruttando le divisioni interne agli operai più combattivi, divisi in parrocchie sindacali in lotta fra loro, che li ha portati alla sconfitta senza neanche battersi quando bisognava farlo in modo collettivo e determinato. Successivamente ci sono stati anni di cassa integrazione per la maggioranza degli operai che hanno convito la minoranza che lavorava a stare zitta per continuare a farlo.

Da Pomigliano il nuovo corso è stato esportato dappertutto.

Oggi a Melfi si sta sperimentando un nuovo sviluppo: la fabbrica sempre in produzione. Gli operai sono la carne per farla andare, per quattro soldi, a ritmi impossibili, lavorando sempre, vivendo per lavorare senza più riposi di sabato e domenica, ma con un giorno di riposo ogni tanto.

La posta in palio è ghiotta: 250.000 auto all’anno, pari a circa quattro miliardi e mezzo di euro di ricavi.

Questi obbiettivi sono direttamente legati al livello di schiavismo che la FIAT sta imponendo a Melfi.

La bella vita degli azionisti FIAT dipende da questo.

Come fare loro cambiare idea?

Secondo Landini non con la lotta, non con lo sciopero, che potrebbero inceppare la ripresa degli affari, ma con una democratica discussione intorno ad un tavolo. Lo stesso tavolo dove da una vita la FIAT esclude la FIOM. Una illusione proposta agli operai per far loro piegare la testa senza combattere.

I delegati FIOM di Melfi che volevano lo sciopero contro i nuovi turni hanno pensato di non irrigidirsi di fronte a Landini. Se avessero proclamato lo stesso lo sciopero contro i ritmi, la FIOM li avrebbe espulsi e successivamente anche la FIAT. La stessa mobilitazione, tra l’altro, nelle comandate dei sabato precedenti aveva avuto una scarsa adesione, con circa 150 operai in sciopero per turno. Pesano su questo dato il forte ricatto da parte dell’azienda e l’atteggiamento passivo tenuto dalla maggioranza delle RSA Fiom e dalla stessa struttura regionale. I delegati “ribelli” non si sono piegati completamente però. Hanno dichiarato lo stesso lo sciopero, ma con altra motivazione, quella della sicurezza. Una scelta tattica che ha il solo merito di ritardare lo scontro interno, ma che aumenta la confusione fra gli operai e dà un chiaro segnale di come la Fiom sia in grado di controllare anche la sua opposizione interna.

Ora la palla passa a Landini.

Una riflessione a questi operai la proponiamo però.

Sabato a Melfi si è cercato di costruire una iniziativa che è già fallita diverse volte a Pomigliano.

Quella di bloccare una fabbrica spingendo allo sciopero gli operai con l’aiuto dei picchetti esterni ai cancelli.

A Melfi fuori ai cancelli c’era poca gente e i picchetti non sono stati neanche tentati, e non a caso.

A Pomigliano sono stati tentati innumerevoli volte, e in due casi specifici con la presenza di centinaia di militanti. In tutti questi casi non sono riusciti. Le forze di polizia, in assetto di scontro, sono state sempre massicciamente presenti e impossibili da affrontare in quelle condizioni, a dimostrazione di quale sia la parte di “cittadini” verso cui propendono “le forze dell’ordine”.

A Melfi l’idea era la stessa, ma è fallita sul nascere.

A Melfi le proteste interne contro i nuovi turni fanno capire che gli operai stanno diventando insofferenti. Bisogna però lavorare all’interno della fabbrica per far sì che l’insofferenza si trasformi in lotta. E’ un lavoro di organizzazione che bisogna fare. Bisogna legarsi agli operai, discutere con loro, denunciare con volantini i peggioramenti delle condizioni di vita e di lavoro che stanno avvenendo, tenendo presente che il padrone è agguerrito, utilizza massicciamente il terrore dei licenziamenti, cerca di individuare i ribelli, isolarli, metterli fuori.

Alcuni non lo hanno ancora capito, ma nella crisi, con i padroni è in corso una guerra. Loro vogliono riprendere a fare profitti perché il loro lusso e i loro privilegi dipendono da essi. Per farlo devono schiacciare gli operai. Schiavizzarli per pochi soldi, e metterli velocemente fuori se non servono. Chi si ribella è per i padroni un nemico da abbattere.

In questa guerra gli operai hanno pochi amici e tutte le cosiddette istituzioni  democratiche contro, comprese le organizzazioni sindacali. Senza riflettere e senza organizzazione si perde.

Un operaio della SATA di Melfi

 

 

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